SAPERE

Anonimo triestino

 

La

STANCHEZZA

di

Sapiens 

 

 

 

 

INDICE dei capitoli

   

SAPERE.   LE ORIGINI.   L’UOMO CHE PARLA ALLA DONNA.    IL SOGGETTO.   L’INCONSCIO

LA SCIENZA.   L’ETICA.   FUTURO E FUTURIBILI.   SCRITTURE.      

      

 

La definizione più “scientifica” di noi esseri umani presenti sul pianeta, (le virgolette stanno a significare i miei dubbi epistemologici destinati a diventare centrali in questo lungo scritto) è che siamo HOMO SAPIENS in una complicata genealogia tangente quella di scimmie antropomorfe ed ominidi. Ho sempre avuto l’impressione di una certa ironia socratica in questa definizione, atteso che tale umanità che sa, sa sempre troppo poco rispetto quanto vorrebbe sapere…

 

Cari amici, In una mail dell’inizio di novembre, che non riesco a rintracciare, preannunciavo un mio intervento più articolato di quanto di solito facciamo nei nostri rispettivi interventi, sulla fenomenologia e sull’ontologia del SAPERE inteso come verbo all’infinito, tipo il latino SCIRE, quasi un sinonimo di pensare o di capire, non come un insieme di conoscenze prodotte da questa attitudine umana.

Questo desiderio di scrivere qualcosa diffondendomi sull’argomento più ordinatamente di quanto abbia fatto, una decina di anni fa, in un libro di 400 pagine tra un aforisma e l’altro, si impone perché mi si è affacciata la questione di cosa stiamo facendo, scrivendo e leggendo da due anni in questa sede elettronica. Che altro se non confrontarci per sapere qualcosa meglio o di più su un mondo genericamente inteso e sulla nostra vita in esso? Mi pare, lo dico fin da subito, con più attenzione verso le qualità fenomeniche da descrivere che alle quantità.

Avevo scritto che, in assenza di una robusta ipotesi ontologica, cioè di cosa voglia dire “sapere”, per poi giustificarla in tesi, non potevo pretendere di arrivare a certezze, Perciò, dovendo limitarmi ad argomentare, ho pensato di attenermi ad alcune premesse o presupposti a mo’ di postulati o assiomi. Non mi ricordo di che tenore fossero, perciò lo riscrivo stringendo così: possiamo sapere solo ciò che sappiamo di poter dire. Ammetto che, per essere difficilmente falsificabile, può sembrare tautologico, ma serve ad avvisare che non terrò molto conto dei modi di sapere trattati dal cognitivismo moderno succube delle neuroscienze.

Già che ci siamo, cos’è un postulato? È una ipotesi ritenuta, per convenzione, invalidabile (da non poter farne una tesi, che invece deve prestarsi ad essere invalidata, come Karl Popper prescrive). Ma, come ogni ipotesi, in nessun caso avrebbe altro valore di verità che quello della nostra immaginazione fortemente condizionata dalla nostra storia personale e dallo Zeitgeist, lo spirito dei tempi. Evidentemente, ciò turbò molto Isaac Newton, al punto di affermare che lui, di ipotesi, non ne immaginava alcuna.

L’ipotesi è una finzione necessaria, nient’altro che la tesi sommariamente precostituita in foro logico interiore, ma non per questo solipsistico, in attesa di essere argomentata o dimostrata in pubblico entro coordinate logico/assiomatiche convenzionalmente condivise o, almeno, condivisibili. È un sapere dapprima immaginato.

Credo che, ancora oggi, molti scienziati non vogliano ammettere di appuntare le loro ricerche su ciò che “vogliono” ricercare spinti da motivi extra-scientifici, mondani, verso un sapere tanto precostituito in loro e nello Zeitgeist, quanto, talvolta, ignorato.

  SAPERE

Permettetemi di imitare, per cominciare, lo stile e il procedimento logico e retorico di Ludwig Wittgenstein estratto dal “Tractatus Logico-Philosophicus”: “oggi piove, ieri pioveva, domani pioverà”. Questa proposizione pessimistica non sembra vera in alcun caso nel presente per quanto riguarda il luogo in cui siamo, a parte Fabio che vive altrove, ma può valere come esempio di proposizione con cui qualcuno fa mostra (dica) di sapere (o almeno di voler sapere) qualcosa di veritiero su un qualsiasi evento percepibile, che può essere oggi, essere stato ieri o avvenire domani. Un evento percepibile è un cambiamento di stato interno<>esterno che immaginiamo possa accadere nel tempo e nello spazio, cioè con qualità fisiche compatibili con le nostre.

Che oggi piova può essere vero o falso: esco o vado alla finestra e lo decido empiricamente in base a dei segni effettivi rilevabili in un intervallo di tempo prestabilito, oppure chiedo a qualche astante di farlo e riferirmi; che ieri abbia piovuto può essere vero o falso deducendolo da informazioni tratte dalla mia memoria, oppure dalle testimonianze altrui se mi sono pervenute come meritevoli di credito; che domani possa o non possa piovere, può essere ritenuto vero, probabile, meno probabile o falso a seconda di informazioni che, a pensarci, non sono altro che l’esito di misurazioni fatte da altri di tutto ciò che, per quanto sappiamo, di solito causa il fenomeno. Per lo più misurazioni della quantità di vapore acqueo stratificata nell’atmosfera e delle temperature nei diversi strati, ma di certo il meteorologo, per informarci sull’eventualità che piova (su una scala di probabilità tra 0% = falso e 100 % = vero) si rifarà a modelli matematici previsionali che tengano conto di molti dati quantitativi, tipo le variazioni progressive della pressione atmosferica, e anche di altre quantità significative stabilite storicamente da altri meteorologi misuratori che meritino credito.

L’informazione empirica non smentisce questi presupposti, restando tuttavia evidente che la più gran parte di ciò che possiamo sapere possiamo saperla perché altri ce la dicono. Questa considerazione, prima ancora del mio postulato, resterà imprescindibile nelle argomentazioni che seguono.

Questi altri qualche volta sono individuati o individuabili, come si dice, in carne ed ossa, con un nome e un cognome, ma altrimenti e per lo più sono sparsi e diluiti per soggettività, ovvero per quello che possono dirci, in una alterità che ha nome di umanità, cioè di Sapiens. Potrò mantenere evidente questa dicotomia scrivendo l’altro individuabile con l’iniziale minuscola e l’Altro rappresentativo di Sapiens con l’iniziale maiuscola: il fantasma di un soggetto collettivo, che non esiste se non come ipotesi logica, voce di tutti e di nessuno.

Un suo statuto sarebbe di un soggetto che si suppone possa sapere tutto, il che sarebbe o l’effetto di un atto di fede oppure, fino a prova contraria, un’assurdità.

Per inciso, osservo fin d’ora che ciò che più ci è sembrato avvicinarvisi, sia pure metaforicamente, cioè per una parodia di soggettività, precaria, è la AI generalista che consultiamo in chat GPT. Questo, avendo scelto di attenerci per lo più a concezioni moderne, laico/secolariste, in cui si mette da parte a priori l’ipotesi del Dio onnisciente, che risolverebbe tutto e renderebbe inutile ogni ulteriore argomento.

Invece, tenendo conto del termine “un soggetto”, non si sottraggono a questa precarietà le dimostrazioni più ingegnose dell’esistenza di Dio, neanche quella famosa di Kurt Gödel che, sulla scorta di quella di Leibnitz, procede con 28 passaggi logico-matematici per provare, in verità, non tanto che Dio esista, quanto che possa esistere una prova teistica e non panteistica della sua esistenza.

Torniamo alle nostre attitudini statistiche di perseguire certezze, cioè all’efficienza nelle misurazioni probabilistiche. Non dovremmo trarci in inganno: né 0% di probabilità vuol dire che è assolutamente falso che piova, né 100 % vuol dire che è assolutamente vero che piova, come non è vero che per una probabilità del 50%  è assolutamente indecidibile che piova o non piova, per la semplice ragione che queste, come tutte le probabilità, sono espresse da un numero a sua volta espressione di un calcolo tendente a zero o all’infinito, cioè a due traguardi che in matematica sono trattati come numeri, mentre si tratta di concetti, discutibili come tutti i concetti. Rappresentando, nell’immaginario comune, lo zero il nulla, nessun evento, e l’infinito ogni possibile evento. Sapere se pioverà è sapere quanto basta per orientarsi ed agire di conseguenza. Il calcolo delle probabilità riguarda certezze sufficienti, non la verità, verificabile solo ex post e non sempre facilmente.  Perciò nessuno, a proposito della probabilità del 50%, può credere che “l’asino di Buridano” sia morto di fame.

Mi pare giusto annotare che Fabio preferisce chiamare l’infinito indefinito oppure innumerevole per numeri non” naturali”, reali, cioè frazionari ad libitum, adatti a rendere ragione di continuità; il che mi va a genio, ma non del tutto, perché la continuità assoluta rimane una bestia nera per la matematica. Mi pare altresì propenso a dire, forse con Parmenide, inesistente il nulla: come dire che solo rinunciando a “concepirlo” possiamo farne il numero zero, scrivendolo 0!

Devo dire, visto che sono partito da Wittgenstein, che, per quel Logico, ogni concetto è un “gioco linguistico”, cioè la valorizzazione di certe parole invece di altre. D’altronde, in ogni gioco si valorizza uno o un altro oggetto invece di altri oggetti in campo: nel gioco di carte, per esempio, una o un’altra carta, nella “dama” una pedina, nel gioco del football il pallone conteso. L’oggetto viene valorizzato come significato entro il senso del gioco, cioè secondo delle regole e con lo scopo di un conseguimento di soddisfazione. Per lo più una vittoria su un avversario, spesso tanto introiettato da coincidere con sé stessi. Lo si osserva anche nei giochi di altri mammiferi.

Si potrebbe pensare che il gioco esista e proceda già come una lingua, su due assi, il paradigma (la semantica, il contenuto, di cui il genere di gioco) e il sintagma (del gioco linguistico le regole, la grammatica, la sintassi, la forma, dopotutto una legge prescrittiva, cioè che si deve immaginare scritta prima, come tutte le leggi, fisiche o giuridiche che siano); ma la linguistica, un’elucubrazione sulle lingue che parliamo, poco avrebbe da dire sulla “soddisfazione” che se ne trae, in fondo sul suo senso primario. Da qualcuno è stato detto che può trattarsi di un “godimento”, cioè di qualcosa che ecceda il pareggio assoluto tra le energie spese nel giocare e il piacere della vittoria: forse la stessa cosa che ha spinto a giocare, no? Chi giocherebbe senza un minimo di gratificazione preliminare? Sulle relazioni tra piacere, godimento, senso, significati concettuali, torneremo di sicuro. Intanto, sembrerebbe che, ad elaborare tratti del pensiero, concetti (alias parole, dopotutto, se volessimo stare a Wittgenstein, che però non seppe nulla del pensiero di de Saussure che era ancora più decisivo per questa equivalenza) ci si possa divertire, oltre che a trovare soluzioni momentanee alle incertezze della vita.

C’è un’altra questione da rilevare, che tra la semantica, cioè il paradigma, e le regole grammaticali e sintattiche, cioè il sintagma, c’è una gerarchia diacronica: il bambino che impara a parlare saprà dare sistemazione e ordine significativo alle parole secondo le regole sintagmatiche ben dopo aver dato significato alle parole prese a sé stanti. Prima di aver compiuto tre anni, si esprime con le cosiddette olofrasi, fatte di parole associate e non congegnate grammaticalmente. Più tardi, nel discorso umano consapevole di sé, la sintassi vigila come suprema istanza affinché vi sia del senso in ciò che si intende, mentre, viceversa, è la prima a decadere quando si regredisce intellettualmente oppure quando dalla veglia si entra in un sogno. Ci ritorneremo.

Scostandoci da questa faccenda dei concetti e delle parole, mi sovviene che anche la mia gatta, se vuole saltare dal davanzale della finestra sul tetto della legnaia, sembra prima calcolare la distanza in rapporto alle sue disponibilità muscolari e perciò la probabilità di raggiungere lo scopo: probabilità nulla, per un pelo o con discreto margine. Calcola quanto le basta per decidere.

Saltare o non saltare. 1 aut 0: per un po’ d’ironia, può ricordare l’alternativa digitale. Ma anche quella del passaggio sinaptico.

Va bene, ma calcolare non è misurare: più empirico e diretto il primo procedimento, sinonimo di contare delle cose direttamente fisiche, calculos, pietruzze (come quelle dei calcoli renali e le biglie del pallottoliere), più astratto ed indiretto il secondo, che confronta grandezze sulla base di unità (numeri), già in sé misure allo stesso tempo convenzionali ed arbitrarie. Sì, perché ogni numero di ogni genere (naturale, reale, razionale, irrazionale, immaginario…), mi sto ripetendo, è, prima di tutto, lo si sappia o meno, una unità concettuale, una forzatura per astrazione, in vista di possibili infinite operazioni matematiche.

Annoto anche che la mia necessità, per poter  essere realista riguardo la  possibilità ovvero il desiderio di sapere ogni cosa per filo e per segno, di menzionare, almeno alla lontana, il calcolo infinitesimale di Leibnitz o le funzioni al limite di Cauchy, già anticipate, come il calcolo integrale, nell’”esaustione” dei filosofi/matematici dell’antica Grecia, Eudosso di Cnido e Archimede, ha a che fare con la mia visione di una realtà essenzialmente continua (e non discreta) nel tempo e nello spazio, contrapposta a una visione che ammette più volentieri misurazioni in base ad unità e intervalli variamente prestabiliti. In seguito, tornerò sicuramente su questa opposizione.

Naturalmente, per noi c’è dell’altro: tornando all’esempio della pioggia, c’è la gradazione semantica del fenomeno, anch’essa difficilmente pensabile come discreta, distinta e definita. Cioè, può piovigginare, piovere a catinelle, ad intervalli o quasi continuamente, solo per breve durata o per quasi tutto il giorno. È bene puntare l’attenzione fin da subito sull’avverbio “quasi”, più adatto per immaginare gradazioni di qualità che possono sfumare una nell’altra che a formare insiemi di oggetti necessariamente della medesima qualità. Anche sotto questi riguardi viene accomodata, di solito, la nostra praxis.

Infatti, In ciò che ho scritto fino qui, è come se noi fossimo delle macchine prive di sentimenti, oppure degli organismi in grado di reagire a stimoli esterni di natura astratta (segni) o concreta (eventi), ma sappiamo invece che il significato emotivo (e variamente motivante) di ciò che percepiamo, ovvero di tutto ciò con cui abbiamo a che fare, va ben oltre il meccanismo dell’arco riflesso; come dire  di un meccanismo di azione/reazione che non smentisca, per un esempio tratto dalla meccanica o dalla termodinamica, il principio di conservazione dell’energia. Per inciso, se così fosse, avremmo chiarito cosa significa il significante fe-li-ci-tà: semplicemente l’omeostasi corporea.

E va anche ben oltre la connotazione di certezza oppure di incertezza, soprattutto previsionale, che pure è necessaria per vivere e sopravvivere.

Insistendo nell’esempio metaforico/meteorologico che ho fatto all’inizio, la prima cosa da dire è che la pioggia atmosferica non ha lo stesso valore per il contadino e per coloro che non hanno da far fare frutti alla terra, non ha lo stesso valore nelle diverse stagioni e nelle diverse circostanze. Inoltre, Il significante “piog-gia” ha significati, cioè qualità attribuibili, che sarebbe difficile indovinare una volta per tutte, essendo spesso immagini della memoria individuale, diretta, di qualche episodio vissuto, o indiretta, già mediata nelle parole: ci sono le piogge romantiche, tipo “La Pioggia nel Pineto”, “Pioggia”, titolo di un racconto di W. S. Maugham, “Cantando sotto la Pioggia”, romantiche ed esotiche come “Le Piogge di Ranchipur”, ma anche piogge ingenuamente metaforiche, come la pioggia di soldi se vinci alla lotteria, o una pioggia di coriandoli,  o una pioggia di lacrime, la pioggia di bombe sui soldati al fronte, oppure piogge  proverbiali, come quando “piove sul bagnato” o come “dopo la pioggia viene il sereno”, “pioggia di montagna non bagna la campagna”, piogge dei racconti mitologici, come quella d’oro di Giove per raggiungere Danae, come la allegorica “pioggia di Mirra”, piogge dell’umorismo popolare, “piove, governo ladro!”, come la pioggia del Diluvio Universale durata, secondo la Bibbia, 40 giorni e quaranta notti, come dire “piove che Dio la manda”.

Beh, chi più ne ha più ne metta, quello che importa dedurre è che conoscere questi significati significa in tutti i casi sapere qualcosa di più, qualunque cosa, in relazione alla pioggia, anche se meno praticamente ed oggettivamente che nell’esempio dell’inizio, in cui si voleva sapere se la pioggia c’è stata o meno, se c’è o non c’è, se ci sarà o non ci sarà, con il massimo di certezza possibile fondata su dati quantitativi afferenti al fenomeno.

O, meglio, significa sapere di noi stessi qualcosa di più come di chi sa qualcosa in relazione alla pioggia. Scostandoci, come si può fare nell’arte, nelle metafore e nei sogni, addirittura dalle forme kantiane a-priori del tempo e dello spazio. In fondo, pensandoci bene, che altro sapremmo se non le possibili relazioni della parola “pioggia” con altre parole? Anche, tra tantissime, IO oppure NOI. Un’immagine di noi con l’ombrello è solo una tra tantissime altre.

Così siamo arrivati ad intravvedere due modi di sapere, oggettivo e soggettivo, ma anche ad intravvedere, nel primo modo di approcciarsi al sapere, la ristrettezza di senso e significati affidati a misurazioni con scopo specialmente previsionale e, viceversa, ad intravvedere nel secondo modo, la vastità di senso e significati affidati a più generici giochi linguistici attenti alle qualità di ciò che è messo in gioco. Questo secondo approccio, a voler essere precisi, un modo, più che di sapere, di desiderare di sapere, non sembra tanto utile o necessario quanto il primo per vivere e sopravvivere: infatti, questo approccio soggettivo ammette, a differenza di quello oggettivo, interferenze sentimentali (per esempio, il gusto per un tipo di gioco e per uno stile di gioco invece che per un altro) che complicano le nostre strategie in ordine a raggiungere o produrre più praticamente, cioè più rapidamente ed economicamente, le soddisfazioni dei bisogni naturali. Il che appare anche poco in linea con la “sepsi” della ricerca scientifica, si svolga, questa, con esperimenti mentali o con modelli sperimentali. Potremmo definire questo modo di sapere oggettivo come più adatto a “formare” tutto un mondo delle quantità, mentre quello soggettivo formerebbe il mondo delle qualità, due mondi nei quali soggiornare con la possibilità di intrecciarli e passare dall’uno all’altro senza scioglierne l’intreccio o i nodi.

Resta da osservare, a costo di ripetermi (ma ripetermi, lo constaterete ampiamente, è un mio vizio), che le relazioni tra le rappresentazioni psichiche di enti ed eventi (destinati, in base al nostro postulato, ad essere anche dei significati) nel e del mondo delle qualità, sono continue e sfumate, che possono piacere ora di più ora di meno, imprecise nel cambiare, a differenza delle relazioni scrivibili nel e del mondo delle quantità, in cui dette relazioni sono intervallate, discrete, repentine nel cambiare come ben de-finite. Fossero anche probabilistiche. È anche il mondo della necessità, del bisogno che c’è fin quando non è soddisfatto: o c’è o non c’è, o uno o zero. Mentre l’altro è il mondo della contingenza e del desiderio, che c’è e non c’è come quello di Zerlina, non può mai essere soddisfatto senza “un certo non so che” residuale che può farsi causa di desiderio ulteriore, interessato continuamente ad altri significati. Il pathos di questo strano sentimento, che è spesso reputato un effetto di contemplazione artistica, in primis della musica, ha interessato molto il filosofo e musicologo Vladimir Jankelevich: ne ha scritto pagine memorabili alle quali mi permetto di aggiungere l’ipotesi che possa trattarsi del ricordo di quel limbo del sapere in cui siamo vissuti nei primi sei o sette mesi di vita.

A voler essere più precisi, una trentina d’anni fa ci si persuase, su ispirazione del lavoro di trent’anni prima di un matematico di origine iraniana, Lofti Zadeh, che una logica che ammettesse insiemi sfumati nei componenti (in inglese, fuzzy), più adatta, in fondo, all’avverbio “quasi”, potesse dare risultati migliori, non solo per adeguare l’immaginazione alla realtà, ma anche in applicazioni matematiche, cibernetiche e computazionali elettroniche, rispetto quella classica, aristotelica e attualizzata come booleana, che sembrava l’unica congrua con il calcolo algoritmico digitale/binario. Si trattò di un concetto più rilevante e polivalente di quanto possa sembrare: per esempio, si integrerebbe, a mio parere, con il teorema di Tarski sulla maggiore potenza del metalinguaggio. Ma questo non ha niente a che vedere con le nozioni di soggettività ed oggettività, o con univocità e non univocità di significati.

  LE ORIGINI

È ragionevole interessarci alle origini dell’attitudine, della volontà, del bisogno o del desiderio di sapere che accompagna quel linguaggio umano che, come affermò già Aristotele, è la specialità per la quale possiamo dirci diversi dagli animali?

Non lo so, ma so che è inevitabile. Altrimenti, non si spiega come mai non esiste e non è esistita una sola comunità umana che non abbia immaginato qualche mito delle origini che spieghi la sua esistenza. Tralasceremo di considerare tutti questi miti planetari, li lasciamo agli antropologi di mestiere, esamineremo solo qualche mito più radicato nelle nostre tradizioni culturali che descriva, attraverso metafore, da dove scaturisce questa nostra faccenda del parlare e del sapere che ci assegna il brand di Sapiens.

Annotiamo tre presupposti. Primo: ogni mito supplisce sempre a una nostra impossibilità di sapere qualcosa per filo e per segno, in questo caso l’impossibilità di accedere a una conoscenza oggettiva dell’origine del linguaggio simbolico. Giacché quando parliamo. pensiamo o scriviamo per venire a capo di qualcosa, trattiamo inevitabilmente il linguaggio come fosse (non lo è) un insieme logico, chiuso, pertanto non in grado, in base al teorema di incompletezza di Gödel, di rendere ragione di sé stesso.

Secondo: non sapere qualcosa pertiene allo sfondo immenso in cui ritagliare le cose che poi possiamo dire ragionevolmente, cioè all’incirca, di sapere. Nessuno ritiene che si ritaglino una cosa o un’altra a caso, in via stocastica, e per lo più si ritiene che si tratti di rappresentazioni accettate o volute, ancorché parziali, di una realtà vagamente consonante con noi (quanto basta?) e che, volendo, si può conoscere sempre di più e meglio. Questa direzione anti-caotica, in-formativa o, con un termine tratto dalla termodinamica, neghentropica, che il sapere non può non sussumere, verrà detto il senso del pensiero e del discorso umano. C’è anche da stabilire che quel non-sapere, vuoto immenso in cui procede il sapere, non è il nulla in cui nulla si potrebbe trovare a meno di non essere un dio creatore; allora, cos’è? È il chiasmo inevitabile del dritto e del rovescio, per cui non si sa senza non sapere, cioè senza la mancanza incolmabile dell’origine e, d’altronde, non si sa senza oggetto del sapere, faccende ben diverse della tesi e antitesi idealistica, componibile nella sintesi.

Il terzo presupposto è più problematico, si può accettare o meno: io l’accetto in linea di massima, a metà tra il mito e il sapere. Si tratta di credere che valga l’intuizione di uno zoologo-filosofo-artista, Ernst Haeckel, che esista una corrispondenza, una analogia ovvero un rapporto di somiglianza tra ciò che accade nello sviluppo dell’individuo e ciò che accade nello sviluppo della specie. Ciò a livello biologico, evolutivo e genetico sulla scia di Darwin, ma, mentre un darwinismo culturale si è dimostrato euristicamente poco produttivo, causa una incompatibilità reciproca di cultura e natura, la teoria della “ricapitolazione delle forme” mantiene qualche promessa euristica in campo antropologico evolutivo. A proposito di darwinismo culturale, va riconosciuta l’eccezionalità dell’opera di James George Frazer “Il Ramo d’Oro” che riguarda proprio i miti e resta, malgrado un certo positivismo storicistico acritico, un caposaldo nella descrizione dell’immaginario umano.

Veramente, l’avvertenza è doverosa, lo zoologo-filosofo Haeckel pensò la sua teoria, alla luce di osservazioni scientifiche, riferendola esclusivamente alle forme che si succedono nello sviluppo fetale in confronto con le forme evolutive specie-specifiche egualmente osservate a livello fetale, mentre qui forzeremo molto il suo discorso, immaginando che le fasi osservabili di maturazione dell’individuo postnatale possano trovare corrispondenze nelle assolutamente inosservabili fasi di sviluppo della Storia umana ai suoi albori, da pensare, eventualmente, alla luce di criteri dell’antropologia culturale.

Dunque, è verificato che l’intelligenza di un infante, intorno ad un anno d’età, corrisponde all’incirca all’intelligenza di uno scimpanzè adulto. Da quel momento, in concomitanza temporale con le prime approssimate competenze linguistiche, un bambino sopravanzerà l’animale in ciò che chiamiamo intelligenza e misuriamo come tale con vari esperimenti.

Posso affermare che, in verità, se si tratta di misurare l’intelligenza, noi sappiamo misurare per lo più il saper misurare del bambino. Che cosa? Oggetti percepibili offerti alla percezione, le relazioni di qualità e quantità tra essi, ma sempre oggetti che per noi o per il bambino o per lo scimpanzé presumiamo debbano avere un significato nel senso più debole, banale del termine, vitalistico, il che, semplicemente ma non tanto, vuol dire che, di là del poter essere o non essere, esistono nel mondo nostro, eventualmente del bambino o dello scimpanzé, in cui siamo nati, già conformato come parentale, solo per una sorta di nostra immaginazione proiettiva, soprattutto qualora immaginassimo tale mondo (e l’immaginiamo) come un esterno spaziale e temporale. Il che non è, dati gli scambi continui tra il nostro corpo e l’ambiente fisico, oppure, se piace pensarlo, dati gli scambi continui tra il nostro spirito o la nostra “anima” e l’ambiente culturale, lo Zeitgeist. Tuttavia, immaginare gli oggetti e gli eventi come contrapposti a qualcosa che non li è, allora qualcosa, un ente, da chiamare eventualmente un soggetto o un IO, sede di rappresentazioni di essi, dei loro significati, sembra per noi inevitabile. Oppure immaginarli contrapposti al corpo con tutti i suoi organi, per una malintesa idea materialista.

È così che “si prendono le misure” tra i significati, ed è in linea con l’affermazione dell’antico filosofo Protagora: “πάντων χρημάτων μέτρον ἐστὶν ἅνϑρωπος”, “l’uomo”, nonché la donna, nonché il bambino e la bambina, almeno virtualmente, nonché Sapiens, “è la misura di tutte le cose” che sono o possono essere al mondo.

Non lo è lo scimpanzé, destinato a rimanere nel mondo di cui non c’è un interno e un esterno: un mondo povero o beato, secondo i punti di vista…

Per definire cosa si intende qui per “mondo”, ricorreremo al termine tedesco Umwelt, ambiente esclusivo vitale/relazionale in cui prendono forma gli oggetti e gli eventi percepibili da un ente biologico, sia esso il mondo di un batterio, di una zecca, di uno scimpanzé o di un bambino. Il termine, molto concettuale, è dovuto all’etologo Jacob W. von Uexküll ed è in fondo un’anticipazione filosofica di ciò che il filosofo Martin Heidegger chiama Da-sein, l’esser-ci, “l’essere nostro, che senza il ci non può essere”. Lui stesso lo ammise come un debito nei confronti del geniale etologo estone. Ma quel ci non è già una significazione di mondo? Possiamo essere accusati di ricorrere a un sillogismo se decidiamo, a questo punto, che necessariamente, per lo meno nel mondo nostro, di noi Sapiens, non c’è oggetto che non sia significato? Che non lo porti con sé insieme con la sua immagine? Quando per immagine si intenda la traccia neuronica di percezioni, la loro forma in noi, inscritta organicamente in ciò che chiamiamo memoria.

Qual è il mondo di un Infante (infans, che non parla) e il mondo di un/a adulto/a? Può dirsi lo stesso mondo? Niente, nell’osservazione, ci permette di affermarlo.

Il/la neonato/a, vive una prima fase, detta “anaclitica”, di appoggio e dipendenza pressocché assoluta, che dura un po’ più della durata media dell’allattamento, non di certi allattamenti prolungati, in cui si rivolge il più possibile verso il corpo della madre, luogo della sua provenienza natale. Del tutto inadeguato a separarsi da esso, non c’è ragione di credere che non prolungherebbe la sua dipendenza, mentre la madre ha ragioni per non assecondarla, tant’è che l’attaccamento madre e bambino non ha carattere di simmetria simbiotica se non apparente. È sullo sfondo di questa apparenza che osserviamo le prime attività del neonato che non sembrano fare differenza tra le parti oggettivamente sue corporee, parziali quanto indefinite (non ancora organi specifici per funzione) e quelle attive o passive del corpo della madre. In questa fase dello sviluppo i riflessi condizionati del bambino sono pattern, forme visibili reputabili istintuali, poco dissimili da quelle di un primate (per esempio, volgere la testa verso un toccamento, l’aggrapparsi, volgere gli occhi verso un oggetto in movimento, ecc.) mentre i suoni emessi dalla laringe, geneticamente deficitaria rispetto quella di altri primati, sono più flebili e modulabili. Per inciso, una piccola nota: questo difettuccio della laringe è importantissimo, ma è tutt’altro che l’unico deficit di qualche organo/funzione rispetto quelli di altri primati… È questo che ha fatto immaginare a qualcuno episodi di neotenia all’origine della “scimmia nuda”. In ogni caso, per il libro di Desmond Morris sarebbe andato bene anche il titolo: “L’animale difettoso”. Il benemerito e discusso etologo dell’umano è venuto a mancare, vecchissimo, nell’aprile di quest’anno.

Già verso i tre mesi riconosciamo delle vocali, verso i sei mesi delle consonanti, in seguito suoni che le assemblano. Siamo nel periodo cosiddetto della “lallazione” in cui il bambino gioca con queste sue sonorità con la mamma, per quanto possibile, con la mamma che spesso risponde con suoni simili o più articolati, ma egualmente non direttamente riferibili ad eventi ambientali che eccedano un rapporto madre/bambino tanto esclusivo da apparire simbiotico. Sarebbe del tutto fuorviante attribuire a queste sonorità i significati che troveremo in seguito nelle parole: esse sonorità hanno un solo significato, quello di iterare un gioco strettamente legato alla presenza della nutrice, essendo questa, come il gioco in sé, fonte di piacere per il bambino, sia per la soddisfazione del bisogno nell’allattamento, sia per altri effetti corporei, per esempio nell’essere cullato e pulito. È probabile che il gioco proto-linguistico e un po’ regressivo della lallazione sia fonte di piacere anche per la madre.

È del tutto evidente che non c’è simmetria nel rapporto madre<>bambino/a, malgrado il rapporto nella lallazione assomigli a un dialogo: infatti, il primo significato (con qualità affettiva positiva) che sembra rappresentato da due sillabe sonore o fonemi labiali ripetuti, MA-MA, come fossero un significante in una qualsiasi lingua, è interpretato come tale dalla nutrice in molte culture, mentre il bambino o la bambina che emette quei fonemi non riferisce nulla della madre, non sa cos’è. In questo equivoco è il presupposto del nostro linguaggio in cui il senso affettivo prevarrà sempre sul significato. Il Sinn sul Bedeutung, l’intenzione sulla denotazione, secondo il logico Gottlob Frege, primo ispiratore di Wittgenstein.

Se anche possiamo sapere cose prive di significato in sé e per sé, tipo i numeri, le note musicali, le formule magiche, i nomi propri, non possiamo sapere cose senza senso. Ma neanche le parole più generiche hanno significato in sé e per sé, fuori contesto e non strutturate: da tempo si è smesso di crederlo. Ecco il problema: questo senso linguistico è equiparabile al senso esistenziale del senso della vita? O è semplicemente l’intenzionalità del messaggio? Stabilire cosa sia il senso, il suo statuto, quale valore attribuire a questo significante estratto in un gioco linguistico generico, non è facile. Ci arriveremo un po’ alla volta, spendendo molte parole e forse parecchie pagine.

Annoto qui che, nel caso dell’allattamento artificiale, un uomo può fare le veci di qualsiasi nutrice, ma con assoluta costanza, non sostituendosi ad essa occasionalmente; tant’è che qualche dissonanza può intervenire anche se si tratta di due donne: sarebbe preferibile, più rassicurante, il mondo dell’Uno-tutto-solo.

Impossibile per logica, diciamolo subito: non è pensabile un uno senza un uno in meno, uno zero, oppure senza un uno in più, un due, cioè senza il nostro sapere tutto e niente, nostro e quello di ogni mamma. Diciamo subito, forse ci ritorneremo, che anche per il numero uno, scrivibile 1, un  ente sottratto alla complessità, vale quanto detto per lo 0: esiste in quanto operante, scritto, a condizione di aver rinunciato a concepirne delle qualità extra il linguaggio matematico, esprimibili pertanto a partire dal più comune e generico linguaggio umano: il magma fluido, per una metafora che vale come un’altra, in cui le qualità (immagini mnestiche destinate a legarsi foneticamente)  si sciolgono, si disperdono e si ricostituiscono (si organizzano per senso) come forme accettabili. Al minimo, come le “buone forme” della Gestaltpsychologie, poi come concetti e significati fatti di parole. Vale anche per il punto di Euclide. Sempre giochi linguistici, solo eccezionalmente come teoremi e formule matematiche.

Comunque, il due rappresenterebbe, nelle mie metafore, il sapere possibile, anche quello della matematica: il bambino di circa 30 mesi conta così: “Uno, due, tanti…”.

È così, tra soddisfazioni richieste dall’infante e godimenti a lui regalati. È così se e finché funziona, cioè se e fino a quando è sufficientemente presente e foneticamente responsiva nella lallazione la nutrice; altrimenti, può subentrare la frustrazione di una privazione. Naturalmente, per necessità, la mamma, il suo mondo favorevole, sempre più spesso si assenterà. Eclissi prive di periodicità, causa del travaglio in cui emerge il mondo soggettivo ed individuale di ciascuno in rapporto con il più comune e generico linguaggio umano che è il mondo di nostra vitale pertinenza, l’Umwelt simbolico.

Ma, allora, non essendoci nel momento originario altro mondo che quello di un solo corpo/mondo, senza organi distinguibili e significabili, cosa rimane di quella privazione che è anche una scissione? Rimangono, acquistando importanza prima sconosciuta, gli stimoli percettivi che provengono dal contorno di quel nuovo mondo, un mondo “in meno” e nello stesso tempo “in più”, come forme intermedie con il mondo primordiale ma meno promettenti e responsive. Un contorno di non determinata soluzione di continuità, già di suo meno promettente, inaccettabilmente disordinato come causa di svariati stimoli percettivi, che i sensi traducono in immagini, da filtrare in ordine ad accettazione o ripulsa. Ma, ecco il problema, rappresentati uno per uno in ciò che è destinato a diventare parola, conformati come suoni ma incomprensibili come rappresentazioni di ciò che è accettabile, vero, buono, a differenza di ciò che è inaccettabile, falso, cattivo. Ricordiamo che gli stimoli sono nei primi tempi indifferenziati in quanto esterni o interni al corpo: se appena sembrano esterni sono già immagini in senso lato, cioè oggetti percepiti/immaginati. Non solo della visione, ottiche e subito mentali: poiché i sensi sarebbero, dicono, cinque, anche di altro genere, tattile, olfattivo, gustativo, sonoro… Per non parlare di “sensazioni” relative ad eventi nel corpo, caldo e freddo, per esempio. Se per definire tutto ciò usiamo il termine “immaginario”, è per significare, quasi per metafora, l’importanza della visione per la nostra specie rispetto altri apparati percettivi.

È certo che le assenze della madre espongono l’infante al resto del mondo corporeo materno, a un suo possibile supplemento, l’esterno (immaginario), causa di nuove percezioni e immagini, ma è altrettanto certo che i suoni che provengono dalla nutrice conserveranno la qualità di essere melodiosi ovvero congegnabili con le immagini in qualche senso che farà da supporto al sapere. Il nostro entrare in rapporto con la realtà non può avvenire nei termini puramente immunitari, negativi, come sembra pensare, per esempio, Peter Sloterdjik, cioè senza quel supporto emotivo, positivo, da qualcuno definito erotico.

Dalla Cosa (senza lo sfondo del non-sapere), all’oggetto immaginario in uno sfondo di non-sapere. Oggetto, obiectum, opposto, quando invece l’oggetto non è l’opposto del bisogno soggettivo di sapere, quanto un suo rovescio. Poco meno di una sua causa Questa distinzione tra opposto e rovescio non è da poco, ma per il momento, ne lascerei implicita la logica.

L’intestardirsi dell’infante a testare la funzionalità del gioco sonoro nel suo poter significare, essere segno, di un virtuale piacere versus attuale dispiacere, sarà incline ad una imitazione propiziatoria dei versi che fanno segno di presenza, cioè le parole della madre, ma anche alla imitazione degli stessi versi con intenzione diversa, a fini esorcistici dell’assenza. Il gioco del parlare diventa un lavoro rivolto a far essere il mondo come piace e a farlo ritornare come piace se esso o i suoi aspetti sensibili accettabili vengono meno.

Non c’è da meravigliarsi se il bambino, d’ora in poi, giudicherà quegli oggetti sonori, fonici e fonologici, più o meno adatti a rendere una immagine allucinatoria, più o meno piacevole o almeno sopportabile, del suo mondo ancora corporeo, sensibile e sensuale; perché è così, in questo senso di autogratificazione e non in un altro, che verranno usati, quando saranno diventati parole nel loro ordinarsi per imitazione del linguaggio degli adulti, vistosamente più efficace per cambiare le cose de-signandole. Per non esserne sopraffatti oppure per goderne.

Nell’illusione di poter più facilmente raggiungere il suo scopo, di poter riprodurre l’”Eden” dell’incorporazione nel corpo materno (un’illusione in fondo assecondata simbolicamente, su un piano di corrispondenza affettiva, dalla madre nella fase della lallazione), mentre lo scimpanzè imparerà ad operare con gli oggetti percettivi, con una cesura netta da ricordi edenici, il bambino imparerà ad operare dapprima con significazioni vocali di essi. Al minimo, per significare qualcosa, le vocalizzazioni devono congegnarsi in morfemi, l’unità non riducibile informativa-comunicativa. Ciò avviene nell’Illusione di poter operare “in seduzione” con uno strumento ancora lontano dal risultare adeguato, (ma un po’ meno inadeguato di ogni altra possibile intrapresa più fisica ed energica), il che comporta inevitabilmente la delusione simbolica per cui scampoli di tentativi verbali sonori verranno abbandonati qui e là e di tanto in tanto. Da fonemi, suoni, alla loro associazione, per trials and errors, come “morfemi” pieni di senso ma non ben strutturati in significati responsivi; morfemi, formazioni, che, anticipiamo, vanno a formare l’inconscio. Ci ritorneremo.

Ma non è detto che la delusione produca rassegnazione (quella che nell’adulto assume la forma timica del realismo oppure, se vissuta male, della depressione) o il passaggio all’operatività più realistica degli animali, tutt’altro: di solito viene rintuzzata ed eternata con fantasie di ulteriori possibilità a condizione di trovare le parole adatte. Qualcuno, oltre la madre che le conosce di certo, qualcun’altro, le conosce…

È l’Altro, un Soggetto Supposto Sapere che impersona l’uno in meno che ha fatto existere l’Uno dove era l’essere.  Dalla madre<>bambino alla madre come altro del bambino e infine al bambino con l’Altro e la madre.

È così che nasce il pensiero, un dibattersi tra infiniti o indefiniti significati/oggetti, tra i quali sé stessi, che ha un senso solamente, quello della ricerca del piacere infantile anaclitico, regalato, gratuito, cui daremo il nome di godimento, per distinguerlo dal piacere inteso come ritorno alla quiete omeostatica dopo l’investimento nervoso dello stimolo: piacere, perciò, in questo secondo caso, pagato equamente. Per chi conosce la filosofia di Karl Marx, il godimento può essere interpretato come plus-piacere, un eccesso significativo che scorre perenne nell’organismo (come il plus-valore nel Capitale) e che sogniamo sempre, anche ad occhi aperti, di poter giostrare.

Poiché nulla, se non una mancanza della Cosa sensuale/primordiale impossibile da padroneggiare, ci spinge a pensare e a parlare giocando con i significati/oggetti, le parole, i morfemi, quelli che i linguisti moderni chiamano significanti, ancor prima di essere in grado di destreggiarsi tra e con gli oggetti/significati (quelli che per lo scimpanzé restano oggetti e basta, segni di eventi percettivi e nervosi), rimarrà del godimento nel corpo sempre più autonomo del bambino anche nel parlare o (vel) pensare. Un godimento di supplenza e di animazione del senso a scanso dell’impossibile. In questa commistione di senso e godimento in cui consiste il percorso di andata e ritorno tra le immagini sensitive e i significati simbolici che le rappresentano, troviamo i significanti > significati, la Donna, l’Uomo, la Verità, la felicità, l’infelicità, la Morte, la Salvezza e tutti gli Assoluti pronunciati con enfasi e scritti spesso con l’iniziale maiuscola, compreso l’Io. Ma più che sapere cosa vogliamo dire, dovremmo chiederci perché vogliamo dirlo. Ed effettivamente spesso ce lo chiediamo ascoltando i discorsi altrui.

Ci si chiede anche se gli animali sanno qualcosa, se hanno del sapere inteso come effetto di un loro pensare. La mia risposta, in linea con quella di Cartesio, è no: facendo tutt’uno con il loro mondo, l’Umwelt, se sanno di qualcosa, lo sanno come una minestra sa di sale. Non sapiens ma sapidus. Se uno scimpanzé ammaestrato sembra sapere, cioè sforare l’immaginario di pertinenza dei suoi sensi, sa come effetto di un sapere antropomorfico, nostro. Invece Sapiens, che sa, è il soggetto nel Logos deficitario. Lo rappresenta in parole e ne è rappresentato in parole. Alla meno peggio.

Il trauma della separazione dei mammiferi dal corpo della madre troverà il momento della “guarigione” nell’estro sessuale, mentre, per ragioni su cui non posso soffermarmi in questo capitolo, si eternizza negli umani come “pulsione” (traduzione del termine freudiano Trieb, spinta generica), un sintomo umano universale, primo motore del linguaggio e del desiderio (sempre un po’ sessuale, con Freud siamo d’accordo) a rimedio e supplenza della privazione traumatica, cioè come effetto della mancanza fondamentale, riconoscibile anche nella ripetitività delle motivazioni umane, soprattutto se portano a ripetere gli stessi errori. Per una metafora, la lingua che batte sul dente che duole, la non gestibilità in positivo del godimento e la sua supplenza in proporzione inversa a quanto appare gestibile il piacere nell’investimento energico nervoso, ma anche in proporzione inversa a quanto appare gestibile ogni investimento simbolico/economico. Vi siete accorti che, quando tutto funziona bene, si parla poco?

Mi sono sforzato di non ricorrere ai noti schemi freudiani illustrativi delle traversie psichiche dell’infante nei primi 30 mesi di vita extrauterina, schemi drammatizzati alla luce del mito di Edipo e della “perversione polimorfa infantile”, anche perché quella narrazione si costituisce come un unicum che descrive le origini dell’evoluzione culturale umana, mentre questa mia narrazione riguarda soprattutto il primo anno di vita e il meccanismo con il quale il sapere umano si lega indissolubilmente alla verbalizzazione.

Dopo questa lunga trattazione dell’origine nell’individuo, ontogenetica e fenotipica del linguaggio, il cui fenomeno è più osservabile, passo ora alle origini mito-logiche, in quanto meno osservabili, del sapere umano in generale, filogenetico per qualcuno, storicistico per me, di cui, con tutta evidenza, sono effetti tutte le intraprese culturali, scritture, legislazioni, manufatti e monumenti simbolici. Effetti, tuttavia, esprimibili in parole e poi fondanti ogni civilizzazione. È ciò che chiamiamo “i saperi” facendo un sostantivo dell’infinito del verbo sapere che ha la consistenza del linguaggio umano.

Fedele alla intuizione del fantasioso Haeckel, atteso che nulla di preciso sappiamo dell’origine filogenetica linguaggio umano, definito simbolico per rendere ragione del fatto che in esso, a differenza che in linguaggi animali (in cui ogni segno è di un evento esterno/interno), ogni parola significa qualcosa solo per la posizione esclusiva che occupa tra tutte le altre; atteso anche che nessun paleontologo o antropologo o linguista ha cavato in proposito un ragno (scientifico)  dal buco, io mi acconterò di menzionare brevemente qualche mito delle origini  ben radicato nella nostra particolare tradizione culturale. Ricordando che Freud, senza inoltrarsi nel possibile discorso di una genesi specie-specifica del linguaggio, in cui prese forma la cultura umana civilizzatrice, si ingegnò a forgiare piuttosto delle mitologie universali antropo-politiche nel suo meraviglioso quanto criticabile libro “Totem e Tabu”. Lo critico anch’io, per l’assenza di ogni accenno a un ruolo attivo femminile e specificamente materno sulla scena dei drammi che sicuramente segnarono gli albori della civilizzazione umana e nutrirono tutti i miti delle origini. Ci ritorneremo di sicuro.

Ripeto: è il più comune procedimento gnoseologico, quando non si sa nulla, per poter pensare di sapere qualcosa.

Ma potremmo anche sostenere, a rovescio, che nel mito prenda corpo di discorso un sapere che non sappiamo di sapere.

Tutti noi, nel procedimento di pensiero, ricorriamo, spesso senza accorgercene ed ammetterlo, a mitologie personali come a pacchetti di sapere sottratti alla fatica di verifiche: la comodità delle asserzioni apodittiche.

L’incipit del Vangelo di Giovanni non può dirsi propriamente un mito, è piuttosto una δόξα, doxa filosofica radicata qua e là nella tradizione della filosofia greca (in questo caso traducibile in latino come recta opinio). È scritto in greco, non in aramaico, che era la lingua di Gesù, ed appare immediatamente inserito nella cultura ellenistica diffusa all’epoca su tutte le coste del Mediterraneo, soprattutto con Platone, che, con il doppio “mito della caverna” (Repubblica) e dell’”auriga” (“Fedro”), immaginava le idee incorruttibili ed eterne nell’”Iperuranio” come principio di tutte le cose sensibili, un po’ alla stregua del “primo motore immobile” immaginato da Aristotele.

“- In principio era il Logos – e il Logos era presso Dio – e il Logos era Dio – Questi era in principio presso Dio. – Tutto è venuto ad essere – per mezzo di Lui – e senza di Lui – nulla è venuto ad essere – di ciò che esiste – …”

Per prima cosa, in nessun papiro o palinsesto cartaceo in greco antico vi sono le maiuscole che si leggono qui per edizione canonico-liturgica, e in qualche edizione latina post-gerolimiana.

I tentativi di omologare il Logos al Cristo come incarnazione divina/filiale sono interpretazioni ecclesiali e talvolta traduzioni ad hoc del prosieguo giovanneo.

La distinzione, che c’è anche nel testo greco, dei due significanti essere ed esiste, mancante già nel latino, mi fa pensare che Giovanni già intuisse che le cose esistenti in sé e per sé, sono per noi, trascendentali in senso kantiano.

Per concludere, Il senso del prologo è che Dio è l’Altro della parola, del linguaggio, a sua volta suo Altro interiore come può esserlo per noi, in cui prendono forma intelligibile tutte le cose della realtà percepibile, fuori delle quali possiamo supporre ci sia l’Altro come significante equiparabile al significante Dio. Qualcosa del genere ha scritto a più riprese Benedetto XVI Papa Ratzinger. Leggo questo come una metafora dell’uscita, sia dell’individuo umano sia della specie umana, da un indifferenziato in sé e per sé ineffabile, indefinibile, all’essere in qualche modo articolato di cui non dubitiamo l’”existenza” in virtù del Logos.

Vi prego di non correre in Wikipedia o in Chat GPT per controllare la correttezza della mia interpretazione che, essendo farina esclusiva del mio sacco, si suppone anche che non abbisogni di questo genere di esami.

Per non perdermi nella selva oscura degli intricati miti greci, scelgo di affidarmi alla Teogonia di Esiodo come alla più canonica delle narrazioni poetiche sull’origine di ciò che intendiamo per Umanità.

Tutto comincia con il Caos, un enorme ed indistinto nulla. Dal vuoto del caos apparve Gea (la Terra) con alcune altre divinità primordiali: Eros (l’Amore), l’Abisso (il Tartaro) e altri, si suppone meno importanti perché meno menzionati in altri miti. Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo), che una volta nato, la feconda. Dalla loro unione per primi nascono i Titani, sei maschi e sei femmine. Urano getta i figli nel Tartaro per paura di perdere per causa loro il posto di re, in quanto marito di Gea, del creato.

Crono – “l’astuto più giovane e terribile dei figli di Gea”[38] – viene salvato dalla madre Gea perché possa vendicare i suoi fratelli. Infatti, evira il padre e diviene il sovrano dei titani prendendo come moglie la sorella Rea, mentre gli altri Titani vanno a comporre la sua corte. Da Rea ha diversi figli che, per paura che lo spodestino, mangia uno ad uno. Ma non il più piccolo, Zeus, che Rea riesce a nascondere affidandolo alle cure della capra Amaltea e che sostituisce con una pietra ravvolta in fasce e in panni. Crono, ignaro della sostituzione, ingoia quello che crede l’ultimo dei suoi figli. Una volta adulto, Zeus affronta suo padre e lo costringe a bere un farmaco che gli fa vomitare tutti i figli che aveva divorato, infine lo sfida scatenando una guerra per il trono degli dèi. Alla fine, Zeus e i suoi fratelli e sorelle riescono ad avere la meglio, così che Crono ed i Titani vengono buttati a loro volta nel Tartaro.

Non è magnifico? Se, per caso, vi capiterà di leggere “Totem e Tabù” di Sigmund Freud, vi ci ritroverete più o meno a livello di metafora, ma attiro la vostra attenzione sul fatto inaudito che Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo) che, una volta nato, la feconda.

Per parte mia, interpreto il “farmaco” come il linguaggio.

Se i miti greci dell’origine sono oltremodo intricati, questo è niente in confronto con i miti “norreni”, scandinavi, indoeuropei come gli altri che prendo in esame, ma di più ardua datazione: trasmessi in forma orale, con tutti i pasticci e i malintesi del caso (questo è per Paolo), hanno permeato la cultura germanica veicolati soprattutto negli “Edda”, una raccolta poetica scritta nell’alto-medioevo. Vorrei sbrigarmi con questi miti cosmo-teologici, ben sapendo che Fabio, qualora mi diffondessi, interverrebbe con la sua poderosa conoscenza delle saghe germaniche.

Comunque, il succo è che in principio c’erano il mondo del ghiaccio e il mondo del fuoco e tra di essi Ginnungagap, un “vuoto spalancato”, nel quale non viveva niente. Qui fuoco e ghiaccio si incontrarono, dando forma al gigante primordiale, Ymir e alla vacca cosmica, Auðhumla il cui latte nutrì Ymir. La mucca leccò il ghiaccio, dando forma al primo dio Buri, che fu il padre di Borr, padre a sua volta di Odino, e della sua stirpe che uccise Ymir e con il suo corpo formò il mondo. Cosa dedurne? Che prima nasce l’uomo, un gigante, e poi nascono gli dèi. I quali uccidono l’uomo, a quanto pare, risparmiando la donna/vacca. Accedendo ad altri miti dello stesso filone o saga, troviamo che Odino, il figlio, conosce per primo le Rune come simboli magici senza i quali non ci sarebbe conoscenza di alcunché. Come se si originasse prima il segno scritto e poi la parola.  Non so che dire. Se non che il filosofo Jacques Derrida troverebbe la faccenda oltremodo suggestiva.

Ma adesso veniamo al mito per noi più significativo, la Genesi. La traduzione è quella più canonica in italiano.

Riporto solo alcuni versi tratti da 2-1 e da 3-1.

2-7) Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. 2-16) Dio il SIGNORE ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 2-17) ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». 2-18) Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 2-19) Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. 2-20) L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi, ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 2-21) Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d’essa. 2-22) Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. 2.23) L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 2-24) Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 2-25) L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.

3-1) Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 3-2) La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3-3) ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 3-4) Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 3-5) ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». 3-6) La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. 3-7) Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. 3-9) Il SIGNORE chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» 3-10) Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». 3-11) Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?» 3-12) L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». 3-13) Dio il SIGNORE disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». 3-16) Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te». 3-17) Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. 3-19) mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai». 3-20) L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché è stata la madre di tutti i viventi.  3-21) Dio il SIGNORE fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. 3-22) Poi Dio il SIGNORE disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».

La locuzione “uno di noi” mi incuriosisce: Dio riconoscerebbe a Satana (a chi sennò?) una parità in quanto al sapere? Ricordiamo che nell’epoca mosaica c’erano forti suggestioni derivanti dal manicheismo orientale. Dopo millesettecento anni, nel Corano, si legge che prima di creare l’uomo, Allah aveva creato una corte di angeli adoranti: tutti meno uno, ribelle. Satana, dall’antico ebraico s’atan, un interlocutore avverso nella diatriba o una specie di pubblico ministero nel tribunale arcaico.

Sulle metafore di questo mito che tremila anni fa descrisse l’inizio del mondo umano specie-specifico, inteso chiaramente come “sapere”, ci rompiamo la testa da millenni e io non mancherò di dare la mia interpretazione che, guarda caso, nella sua parzialità, sarà abbastanza in linea con ciò che descrivevo delle origini del sapere individuale. A questo volevo arrivare. Per dare ragione a Haeckel.

C’è un mondo, l’Eden, in cui non manca nulla, c’è l’avvento del sapere nella tentazione prima passiva immaginaria (3-6. La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere…) e poi attiva dell’atto nella parola della donna, c’è la conseguente perdita del mondo naturale, la sua sostituzione con il mondo culturale, cioè con i primi significanti in sé inspiegabili, vergogna della nudità e morte. Non manca, mi pare, come conseguenza della signoria patriarcale di un Dio onnipotente, l’assurdità della primazia maschile nella nascita intesa come concepimento a metafora della prima creazione, e nello stabilire la aedequatio verbi (intellectus) et rei. Assurdità entrambe canonizzate nella Summa di Tommaso d’Aquino, tremendo caposaldo nella nostra cultura.

Non manca neanche la maledizione di una perentoria gerarchia patriarcale con la donna ridotta a subalternità di schiava.

No, non credo che le cose siano andate così: è più probabile (d’accordo, metafora mitologica per metafora mitologica…) che, in qualche momento cruciale intervenuto nella realtà preistorica da intendere come Umwelt diacronico, fatto di eventi, le madri si siano trovate in una situazione di troppo stretto e perdurante rapporto con la prole e abbiano inventato un linguaggio magico, in sé e per sé strutturato simbolicamente, a un livello di canto poetico, denso di metafore e metonimie, traslitterante nei significati (tra i quali, come vedremo, il mistero del pudore e di un soggetto come rovescio dell’oggetto significato…), opposto a quello preesistente in cui ogni segno era biunivocamente collegato ad un evento senza se senza ma, come nella comunicazione degli animali, i quali, secondo la loro specie, fanno tutt’uno con il loro Umwelt. Abbiano inventato un mondo di parole, pro-ponendosi in quel mondo come remedium all’impossibilità di accondiscendere alla richiesta dell’infans di facere unum. Richiesta peraltro coerente con le condizioni ambientali, con il prolungamento del periodo anaclitico e forse, ci sono delle teorie in proposito, qualche episodio di pre-maturazione sessuale. È probabile che tale neolingua escludesse intenzionalmente, a livello di comunicazione, la comprensione da parte di un maschio dominante supposto padre, fattore d’ordine etologico nell’orda preistorica, così denominata dagli antropologi. Sono anche probabili delle evasioni femminili dall’orda. Comunque, un linguaggio da insegnare eventualmente agli altri maschi adulti.

Posso azzardare, senza per ora diffondermi, che quella situazione germinativa del virus simbolico, del logos, si sia verificata, non uniformemente nei diversi territori, verso la fine dell’ultima glaciazione, compiuta nel complesso dei suoi fenomeni,  un periodo di tempo non determinabile con certezza, compreso all’incirca tra 60.000 anni e 25.000 anni fa, cui fa seguito lo scioglimento di enormi ghiacciai e l’innalzamento delle acque, un fenomeno che può essere il riferimento del mito del Diluvio universale, culturalmente diffuso in diverse etnie.

Con un po’ di malizia ho chiamato il simbolico un virus, perché effettivamente, ci consente il sintomo di porre qualcosa dove non c’è nulla. Come il virus manca di citoplasma, tanto da sembrare più informazione genetica che materia: così è per i segni linguistici, che non vivono se non passando entro di noi tra uno e l’altro di noi.

Se c’è un minimo comun denominatore nei miti considerati, esso è clamoroso: l’umanità Sapiens sembrerebbe, nella sua alba, essere stata una fluttuante società di esseri che si immaginavano di essere figli, fratelli e sorelle senza ancora dover immaginare di poter essere padri o (aut) madri.

Parlando di sapere, dovevo pur dare un piccolo contributo a quanto si è da sempre elucubrato intorno al problema dell’origine del linguaggio umano, dopo aver postulato che tra il sapere e il linguaggio non c’è nulla. Una cosa è certa, il problema dell’origine del linguaggio è rimasto irrisolto dai filosofi presocratici fino a Noam Chomsky, con l’equivoco perdurante di definire il linguaggio una tra altre “facoltà” del soggetto umano, mentre a qualcuno è sembrata più promettente l’ipotesi, sempre rimasta sottotraccia e resa esplicita nella modernità soprattutto da Heidegger, che il soggetto sia un effetto del linguaggio, sviluppatosi questo a sua volta come retroazione di una prima emozione, cioè il pathos<>logos  dell’essere che viene ad esistere nel mondo.

Allora anche un’altra faccenda diventa discutibile, guarda caso, riferita a Chomsky: forse è troppo sbrigativo dire, quasi per cavarcela, che “il bambino impara a parlare come gli uccelli imparano a cantare”.

Befindlichkeit, stato d’animo, e Geworfenheit, essere gettato, sono i termini con cui Heidegger designa l’esperienza soggettiva inaugurale del Dasein, dell’esser-ci. Aggiungo, opportunamente a questo punto, che, procedendo nella sua speculazione, Heidegger identificherà sempre più la coscienza e il sapere umano con il linguaggio, fino a identificarvi l’essere tout court.

Non voglio mettermi a chiosare né a correggere il filosofo della Foresta Nera, anche perché tutto ciò che scrivo è in linea con la sua idea di un’origine “patica”, emotiva, del “parlessere”, altrimenti detto Sapiens, dico solo che mi persuaderebbe di più se avesse riferito questa origine “patica” del linguaggio umano a fatti traumatici più ricorsivi e più espliciti.

 L’UOMO CHE PARLA ALLA DONNA

C’è una critica più pregnante che andrebbe indirizzata a Heidegger e fare il paio con quella che ho indirizzato al Freud di “Totem e Tabù”: non c’è nei suoi scritti alcun riferimento esplicito allo scandalo per cui, pur non essendoci dubbi sull’origine “materna” del linguaggio (tant’è che Heidegger stesso elaborava la sua filosofia spremendola all’inverosimile dalla sua Muttersprache), nessuna lingua conosciuta, a partire da quelle ritenute di ceppo indoeuropeo, è indenne da forzature stilistiche patriarcali che, fatto salvo il genere naturale semantico sessuale, vanno da una assenza del genere grammaticale femminile alla sovraestensione del genere maschile. Ovviamente, per genere qui non si intende il fatto, per esempio, di dire in inglese boy o girl e in turco oglan o kiz a seconda che si tratti di un ragazzo o di una ragazza sessualmente individuati, bensì il fatto di doversi esprimere su di essi in una maniera obbligata e non in un’altra per semantica e grammatica. Inoltre, non può sfuggire il vezzo, in molte lingue, di attribuire un genere maschile o femminile ad oggetti inanimati.

Da alcuni decenni, nell’ambito del femminismo e genericamente delle rivendicazioni sociali femminili, il sospetto che ci sia stata una sorta di rapina ed appropriamento maschile delle lingue (a livello di paradigma e di sintagma, cioè di semantica e grammatica o sintassi), da ipotesi antropologica e glottologica destinata a restare mitica (fino a prova contraria), è assurto a mantra ideologico e politico che vede nel linguaggio uno strumento di prevaricazione e di discriminazione delle donne ideato dagli uomini.

Non sono un glottologo, perciò mi atterrò per lo più alla mia lingua materna per una disamina del problema di quanto il patriarcato possa essere una ideologia che voglia esprimersi nella lingua che pratichiamo dopo averla misteriosamente colonizzata, ed allo stesso tempo essere da questa supportato nei rapporti sociali a tutto campo, in fondo, politicamente.

Emerge un paradosso ed una impossibilità.

Il paradosso è che, a differenza di ciò che sembrano pensare le nostre femministe, che una lingua prenda forma e forza avverse ad una valorizzazione socioculturale delle donne proporzionalmente alla importanza che in essa assumono i generi maschile e femminile, non solo è sbagliata, ma può essere addirittura rovesciata, talché lingue come l’inglese o il turco, nel cui parlato il sesso non ha alcun peso di genere grammaticale, possono essere espressione di una sovraestensione compiuta e completa ab initio del genere maschile per un’idea di virilità patriarcale che abbia fatto piazza pulita di ogni autonomamente soggettiva (linguistica) presenza socioculturale delle donne al di fuori di un contesto di pregiudizi maschili. Il genere neutro in molte lingue indoeuropee può servire a questo. O pensiamo che in Turchia vi sia più “parità di genere”, da intendere come culturale, civile, giuridica o politica che in Italia?

C’è in molte culture, sommariamente definibili “arretrate”, l’opinione che in una American Way of Life le donne facciano il bello e il cattivo tempo, che, insomma, dettino legge, ma è la legge del padre o almeno nel nome del padre: si tratta di una finzione che mette d’accordo tanti IO Ideali quanti sono i cittadini raccolti sotto la bandiera stelle-e-strisce, così da risultarne un IO ideale/nazionale/identitario con tutte le ambiguità del caso. Gli USA non sono matriarcali come non sono veramente multietnici.

Veniamo all’impossibilità: è che non si può cambiare alcuna lingua per editto, dall’esterno, giacché è semmai la lingua causa dell’editto (nascendo in essa la legge come legge sintattica). Mussolini aveva tutta la facoltà e gli strumenti immaginabili per sostituire il pronome “voi” al pronome “lei” che serve ad apostrofare la persona con cui non si ha famigliarità, ma non ha funzionato.

La pretesa della “schwa”, una vocale neutra che sostituisca i suffissi di genere, tipo la “o” o la “a”, è perfetta per ridicolizzare il “politicamente corretto” a tutti costi.

In una piccola comunità di anarchici che ha adottato l’esperanto come lingua corrente, una lingua di lodevolissima invenzione del caro dott. Zamenhof, fatta con circa trecento termini e una grammatica esemplarmente ridottissima, su istanza delle donne si è deciso, d’accordo tutti, uomini e donne, di rendere femminili tutti i sostantivi maschili. Nell’esperanto c’è il solo genere grammaticale neutro, mentre i nomi di esseri animati/sessuati prendono genere naturale (significato) femminile, solo se serve, dal suffisso “ino” aggiunto alla radice, altrimenti supposta di genere neutro. Risultato? Nessuno capiva più quello che si diceva. Una parodia della strana qualità di ogni lingua dopo “Babele”, quella di sembrare di essere fatta più per non capirsi che per capirsi.

Insomma, il λόγος, fondato sull’individuazione, purtroppo è sbilanciato verso il maschile, non c’è niente da eccepire; tutto sta a sapere se si debba vedere in ciò una continuità necessaria oppure se si debbano vedere linee di scostamento contingenti nel corso dell’evoluzione della cultura Sapiens. Intesa questa, come un adattamento del primate poco peloso e bipede a un suo mondo, φύσις, pour cause, femminile per genere, ovvero a die Umwelt (v. cap. LE ORIGINI): significante concettuale anch’esso femminile in tedesco, anche se in italiano viene volto al maschile; mondi declinati in maniera diversa, ma entrambi fatti essenzialmente (ed eccezionalmente, in natura) di significati. Mondi, sia chiaro, esposti a cambiamenti piccoli, inavvertiti, o grandi, drammatici, come effetto di cause estranee al loro ordine attualizzato e riconoscibile come un’imago mundi sufficientemente stabile nel tempo a fronte di un’idea di sussistenza e di un senso qualsiasi della vita. Ogni cambiamento, per così dire, “sovra-ambientale”, determina quelle retroazioni significative che antropologi e storici individueranno come momenti di civilizzazione. Momenti storici, ma avendo il termine momento un significato più “meccanico” che cronologico.

Quando le donne sono state relativamente espulse dalla Storia? Perché è così: ogni volta che vediamo rappresentato un consesso in cui si dibattono questioni ritenute importanti, mia moglie mi fa notare una prevalenza di presenze maschili mai inferiore al 75 %. Recentemente, abbiamo visto in TV un tavolo di trattative diplomatiche tra Cina e USA a Pechino con attorno assisi cinquanta uomini e nessuna donna. La nota malinconica era resa evidente dai fiori in centrotavola, probabilmente disposti da mani femminili.

La spiegazione più corrente, in una linea di pensiero antropologico schiettamente positivista, immagina una deriva maschile da un primitivo matriarcato, difficile da collocare nei tempi di una evoluzione culturale ma sicuramente effetto della maggiore mobilità degli uomini e perciò delle loro maggiori possibilità di contatti e scambi eteronomi. Questo per diverse ragioni di natura e divisione del lavoro, facili da intuire, tipo gestazione, struttura fisica, ecc., talvolta intese in modo fuorviante e sulle quali non mi soffermo. Invece è certo è che sul genere linguistico i fattori biologici e sessuali di questo tipo, facili, troppo facili da intuire, non hanno alcun riflesso, a meno che non si riesca a rendere ragione del fatto che in italiano e in tedesco, per esempio, i generi grammaticali del sole e della luna sono invertiti.

Ma mi accorgo che la domanda è mal posta. La Storia è una categoria culturale nata con il linguaggio simbolico cui le Urmütter, le matriarche, hanno dato la stura, forse nel tentativo retroattivo, come detto sopra, all’opposto di ciò che si immagina, di espellere gli uomini adulti in favore della figliolanza, quei “fratelli” e quelle “sorelle” menzionati verso la fine del capitolo precedente.

Era necessario in base a una ragione evolutiva specie-specifica? Oppure fu contingente e “patico”? Non c’è risposta inequivoca: ha funzionato, è nato Sapiens, punto e basta; noi con il nostro destino di “parlesseri” che sanno parlare di sé stessi, della nascita e della morte. Ciò non toglie che ci si possa argomentare.

Allora, ricordandoci di Haeckel e delle sue intuizioni sui parallelismi fenotipici e genotipici, quando una madre incomincia a trattare in maniera linguisticamente diversa il bambino e la bambina?

Se per linguistico dobbiamo intendere semplicemente comunicativo operativo, come talvolta si usa, non possiamo neanche escludere comportamenti diversi, essenzialmente fisici e tattili.

In generale, posso dire che è molto carente una letteratura di resoconti osservativi e in questo senso differenziali dei primi generici interventi di puericultura. Si tende a presentare i comportamenti della nutrice come più uniformi e standardizzati di quanto in verità lo sono. E, d’altra parte, si tende ad isolare dal contesto comportamenti giudicati devianti.

Comunque, non pare che nei primi due mesi dopo il parto una madre moduli il suo comportamento in relazione al sesso del neonato. Dico comportamento, non rappresentazioni, pensieri o fantasie, dando per scontato che anche ogni atto linguistico è un comportamento. Di solito, in questa prima fase la madre non parla al neonato meno che in fasi successive dell’allevamento. Parla, come d’altronde parlava durante la gestazione, ma è il momento del genere neutro e, senza azzardare alcun collegamento, dell’eclisse della sessualità femminile con la sua portata erotica, in senso lato, riferibile a dosaggi ormonali; eclisse che, pour cause, coincide con una possibile depressione puerperale e, all’incirca, con l’intervallo tra il parto e il capoparto, cioè la prima ovulazione e la prima mestruazione.

Da questo momento fino al momento in cui al bambino verrà ingiunto: “Non comportarti come una femminuccia!” e alla bambina: “Non comportarti come un maschiaccio!”, passeranno sicuramente più di tre anni e il linguaggio sarà quello che non può non essere, a partire da quello della madre, bell’e fatto ab initio, per finire a quello del bambino che, separandosi dalla madre, dimentica l’importanza del senso, vi rinuncia per privilegiare i significati da produrre in via grammaticale e sintattica.

Se serve, lo ribadisco: dopo il pianto, le smorfie e altre gestualità, è il parlare che appare al bambino il mezzo più promettente di approccio alla nutrice. Destinato a diventare, almeno idealmente, l’unico mezzo di comunicazione a fronte del mistero sia del godimento che dell’angoscia, conformemente al mondo fantasmatico di Sapiens, tra infinite possibilità di significare (per godere) e la possibilità di infinite impossibilità (possibilità, questa, che avrà il nome di Morte). Associo godimento ed angoscia non a caso, operando dopo tutto il linguaggio come strumento fallimentare di godimento e di fallimentare esorcismo apotropaico.

Più di cinquant’anni fa ho avuto un colpo di fortuna che credo neanche la gran parte degli psicologi dell’età evolutiva abbia avuto: la possibilità di osservare per un anno circa il comportamento di una madre in seguito al parto di due gemelli maschio e femmina. Il mio interesse era dovuto al fatto di aver concluso un corso di studi psicopedagogici all’università dieci anni prima, studi che non avevano avuto, per scelta motivata ma un po’ sofferta, sbocchi applicativi o di approfondimento.  Devo dire che avrei potuto e dovuto essere più metodico e redazionale nel monitoraggio, del che ho dovuto dispiacermi in seguito fino ad oggi, ma anche che l’osservazione aveva i suoi impedimenti soggettivi e oggettivi, avvenendo sullo sfondo di rapporti di amicizia e della presenza del padre, tutt’altro che neutra affettivamente e simbolicamente, tale, quindi, da influire negli aspetti immaginari e narrativi di detto sfondo. Nessuna idea allora né ora su quanto fossero anche intromessivi o determinanti nel comportamento della compagna, novella madre gemellare.

Non allattava al seno, era molto attenta a distribuire equamente il biberon, gli interventi igienici e quelli protettivi del sonno. Cercando qualche segno di precoce invidia tra i pargoli, ricordo che ne riscontrai qualcuno da parte del maschietto verso la sorellina senza alcuna apparente simmetria.

Il succo di un possibile resoconto fenomenologico, nella linea dei nostri scopi euristici, è che la mamma si comportava in maniera più spontanea, sbrigativa, nello stesso tempo più ciarliera e un po’ meno “colloquiale” con la bambina, e in maniera un po’ impacciata, reticente, meno ciarliera con il bambino ma, in compenso più colloquiale, cioè attenta alle sue risposte. Sta di fatto che, circa a otto mesi, la bambina mostrava qualche competenza, se non propriamente linguistica, comunicativa, perciò significativa, totalmente assente nel maschietto. Come se questi preferisse (è una mia fantasia) attendere di poter parlare per “partire all’attacco”. Va bene, ma sta anche di fatto che, dopo altri due mesi, la bambina pronunciava delle parole e il bambino nient’affatto. Lui stesso che, adolescente e poi adulto, fu piuttosto ciarliero, fantasioso ed espansivo, a differenza della bambina divenuta una donna relativamente poco ciarliera, gentile ma un po’ riservata.

La spiegazione che credo di poter dare alla faccenda è del tutto congetturale. La consapevolezza materna della differenza sessuale poté reificarsi come una immaginaria “giusta distanza” a livello simbolico, cioè ratificando una marca patriarcale già sedimentata nelle sue possibilità espressive, ma per esprimere un discorso diverso, radicalmente nuovo per una cifratura incompleta e in divenire, da accordare e concordare con l’interlocutore a patto che fosse disposto ad ascoltare con attenzione e responsività.

Per inciso, questo resta ancora oggi in generale l’assillo delle donne, che le si ascolti…

Con la bambina non si poneva il problema di che donna sarebbe diventata, sarebbe stata una come lei tra tante, magari più bella, brava e fortunata, ma non molto diversa: nessuna distanza, né giusta né sbagliata. Il decorso dell’attaccamento fisico, corporale, come della necessaria separazione, prometteva di avvenire secondo una naturalità canonica, e così fu. Ho l’impressione che, quando fu il momento, identificasse sé stessa e la madre come due donne, al massimo, una fatta e una da farsi. It’s realism, stupid!…

Invece non c’è mamma che non si chieda che tipo d’uomo speciale sarà il figlioletto e che non moduli il suo comportamento soprattutto verbale sulla falsariga di quella curiosità, come se potessero esistere uomini funzionalmente molto diversi tra loro, per esempio a fini procreativi, e, sbagliando, reputando invece più uniforme il campo delle donne.

Entra in ballo il meccanismo fantasmatico della proiezione e della introiezione fin dai primi significati che si formano nel dialogo asimmetrico, il che complica un po’ la vita del bambino. L’accesso al corpo della madre sarà più indiretto, più verbalizzato, metaforicamente una conquista con tattica e strategia, e il corpo stesso, sede delle percezioni, apparirà in breve come destinato ad essere uno di due uni, entrambi fantasmatici, per poi, al momento giusto, essere identificati, idealizzati e narrati separatamente ma specularmente.

Prima o poi, negli anni, lui e la Donna, lui e il rovescio collettivo della madre, distillato di tutto ciò che immaginerà essere delle donne. L’unica coppia che, del tutto immaginaria, fantasmatica, per lui abbia un senso. Su questa scorciatoia logica, così poco credibile, non è lecito glissare. Con la Donna che assume un significato misterioso similmente a ogni significato: non tutte le altre donne, non tutti gli altri significati. L’origine di questo equivoco potrà essere cercata, con ispirazione haeckeliana, nella storia di Sapiens.

Senza averne coscienza, senza volerlo, la madre si è fatta dea e nello stesso tempo feticcio.

Quanto dello stesso effetto linguistico si trasmetta nella figlia e per quali vie non lo so, ma so che il fantasma della Donna è presente anche in ogni donna, nessuna esclusa, ancorché più o meno evidente.

Tiriamo le somme? Naturalmente somme parziali, perché dopo dovremo trasferire il poco che abbiamo potuto dedurre, da una dimensione di categorie individuali a una dimensione di categorie collettive e pseudo-storicistiche, inosservabili in quanto assolutamente preistoriche, perciò sostanzialmente mitologiche, anzi, sostanzialmente mitiche.

In-somma non c’è alcuna prova né probabilità che una madre possa parlare ai figli (per farli parlare, no?) secondo un imperio patriarcale incidentale, contingente, ambientale e diacronico, imputabile, nel caso, al marito: è lei, per suo conto, a diffondere una lingua per come la conosciamo. L’uomo, poveraccio, questa volta è incolpevole, in fatto di linguaggio non ha rapinato un bel niente.

Nel rendere evanescente un discorso delle donne per le donne, le lingue sembrano corrispondersi, in un modo o in un altro.

Ciò che è veramente diverso è l’approccio fantasmatico che può stabilirsi in campo linguistico, di genere, maschile o femminile, come strategia volta a conquistare la compiutezza, a ri-fare uno e colmare la mancanza: l’ometto, prima o poi, tra i significati, troverà nel linguaggio ciò che sembrerà più funzionale allo scopo di un “apriti sesamo”, cioè del raggiungimento della meta, tanto da immaginarlo in suo possesso esclusivo; la donnetta, per lo più, preferirà credere di poter essere lei stessa, a certe condizioni, la chiave del sortilegio.

Ognuno potrà discettare a piacere su questa faccenda del poter avere o del poter essere ciò che può essere risolutivo, qualcuno ha inventato il nome di Fallo, tutt’altra faccenda del pene. Comunque, è qualcosa da mettere in quel vuoto originario di significati, un buco linguistico che abbiamo designato come mancanza e scriveremo (a) in opposizione simmetrica alla A di Altro.  Una mancanza in cui, però, non viene meno il senso, tant’è che ci si immagina talvolta di trovare di che colmarla in un/a altro/a. L’unico fatto assolutamente certo è che ciascuno, uomo o donna, parla nella sua lingua materna.

Ho aperto questo capitolo con una critica al libro di Freud “Totem e Tabù” in cui l’autore delinea gli albori sicuramente traumatici di quella cultura umana che prende il nome di Sapiens distaccandosi fatalmente dalla natura (animale, comprendendo le scimmie antropomorfe e i cosiddetti “ominidi”). Bene, a differenza di Freud voglio delineare un ruolo attivo delle donne e specificamente delle madri in quei frangenti. Per capirci meglio, prima riassumo in poche maledette righe, chiedendo perdono a tutti, il cuore teorico del libro.

Il “padre primordiale” (“maschio-alpha”, archetipo di re…?) detiene un monopolio assoluto su tutte le donne del gruppo, escludendo i figli maschi. Questa sottomissione femminile è il motore della ribellione dei fratelli. Che uccidono il padre e lo mangiano, non si sa quanto ritualmente o per un’antropofagia attualizzata. Salvo poi pentirsene causa l’anarchia sopraggiunta e rivelatasi rovinosa. Rinunciando pertanto a possedere le donne del gruppo di appartenenza per evitare conflitti fratricidi. Questo patto sociale ante litteram istituisce l’esogamia e la successiva struttura sociale neo-patriarcale, sancendo per sempre il ruolo subordinato delle donne all’interno delle leggi di scambio regolate dagli uomini. Il gruppo trova il suo simbolo di coesione e riconoscimento nel Totem e l’endogamia cade sotto la proibizione del tabù.

Non servono molte parole per delineare un mito che si accontenti di essere tale.

Andiamo a rivisitarne la trama agendo simbolicamente sull’ordito.

Decidiamo (trattandosi per noi di null’altro che un mito), di accettare come sfondo logico il fatto che il padre primordiale deteneva un monopolio assoluto su tutte le donne del gruppo, escludendo i figli maschi.

Durante l’ultima glaciazione, l’ominide che sarebbe divenuto Sapiens, doveva sopravvivere in una situazione ambientale durissima, sotto il dominio della dea Ananke della scarsità: lui e lei, non ancora sapienti, probabilmente meno adatti evolutivamente e somaticamente di un’altra razza ominide, detta Neanderthal, in lizza con essa a contendersi le risorse sul territorio. È difficilissimo immaginare le pratiche di sopravvivenza e il loro incrociarsi tra esigenze fenotipiche, cioè individuali immediate nel gruppo, e della specie, non necessariamente in coerenza finalistica. Solo ex post, visto che siamo qui a discuterne, quelle pratiche, ancora etologiche e non ancora etiche, ci sembrano essere state mediamente propizie, opportune, ben pensate. Nel segno di una necessità che governi tutto dall’inizio alla fine. Di quelle vicissitudini sappiamo ciò che ha funzionato, mentre ignoriamo il resto e il contorno che deve esserci stato.

Quando un gruppo di mammiferi è in stato di penuria accadono di solito alcuni cambiamenti etologici, le femmine si stringono in sottogruppo, diventano meno concorrenziali nella fecondazione e più dedite alla difesa della prole messa in pericolo, presso alcune specie di mammiferi, tra cui le scimmie, dal cannibalismo di maschi adulti.

È assodato che il cannibalismo, più precisamente l’antropofagia, fosse in uso, spesso nella forma della predazione dei piccoli, nell’orda umana del paleolitico superiore che coincide con l’ultima glaciazione, detta di Wurm. Si era ridotto il raggio di nomadismo, con la difesa piuttosto di territori circonvicini alla stanzialità di gruppi cavernicoli con minor numero di individui, che da innumerevoli generazioni avevano dimestichezza con l’uso del fuoco, la cui conservazione era retaggio soprattutto delle donne.

È altamente probabile che presso quella genealogia molto particolare di primati  antropomorfi nostri progenitori e progenitrici, “nudi” nella definizione di Desmond Morris, le donne, e soprattutto le madri, non siano rimaste inermi nella lotta per salvaguardare la prole e il loro status, tenendo conto del fatto che, a valle di esperienze trasmesse per imitazione (ma anche con un linguaggio comunicativo puramente segnico e biunivoco tra suono ed evento referenziale, come ogni linguaggio eccetto uno, quello simbolico), erano sicuramente depositarie di pratiche di raccolta, cernita, accumulo e gestione di risorse alimentari, ed altresì di tecniche accessorie, variamente trasformative e inventive, portatrici di valori aggiunti che apparvero più utili del valore procreativo. Se c’è qualcosa che decadde nel campo valutativo delle donne fu sicuramente il monopolio assoluto da parte dello Urvater su di loro, essendo venuta meno, se esisteva, la gara per essere inseminate, non potendo essere compensato l’aumento di infanticidi con la fertilità.

È abbastanza credibile che in questi frangenti le madri abbiano inventato un modo di comunicare esoterico, cifrato in funzione esclusiva di organizzare una difesa contro l’aggressività del maschio, aggressività non solo dettata da istinti di sopravvivenza, ma anche sessuali, incontrollati in assenza di un accordo tra le donne, che invece cominciò probabilmente a manifestarsi. Tra loro e con i figli prepuberi o molto giovani. In questa lingua segreta si deve supporre che si celasse qualche lusinga, qualche velata promessa che la rendesse interessante malgrado le difficoltà di comprensione. Non possiamo arguire quanto e come i maschi gerarchicamente inferiori ma sessualmente maturi fossero implicati nella faccenda. Ma niente vieta di immaginare che le madri attuassero una iper-difesa e un complotto che istigasse i figli, fratelli in linea paterna, a perpetrare quell’atto estremo sul padre, l’ucciderlo e il mangiarne le carni, o, almeno, che aprisse la strada verso quell’esito, sgombrato il campo d’azione da interdizioni e proibizioni.

Bene, l’uccidono e lo mangiano secondo l’usanza, specialmente quando si tratti di un nemico pregevole, poi, dopo qualche tempo, assaggiati i disagi della licenziosità, una libertà concorrenziale senza legge mitigatoria, si pentono, fanno rinascere il padre simbolicamente in forma di Totem e decidono di dedicarsi, con le sorelle e forse qualche madre fertile, all’esogamia, scartando l’endogamia nel tabù dell’incesto.

Tutto ciò fa l’impressione di una frettolosità logica, di un automatismo meccanico di cause ed effetti, poco credibile nella sua natura sociale, fosse pure quella primitiva in cui vige il principio dell’azione, come vuole Goethe.

Invece tutto ciò è reso possibile perché in quel linguaggio esoterico, magico, pieno di misteri propiziatori, è già nato il simbolo, la possibilità che una cosa sia un’altra anche se rappresentata da uno stesso suono/morfema. Per esempio, che il godimento possa essere un altro, da reperire altrove, magari con lo strumento di quel linguaggio che ha funzionato in via negativa ma adattabile a vie positive, inventive, compromissorie.

In esso si eterna l’incompletezza, la mancanza di qualche significato certo per i maschi (le ragazze possono avere il loro punto fermo nel “corpo eterno della donna”, mitico, ma concreto, al patto che ci sia almeno un uomo) che allora si ingegnano a inventarne alcuni che possano supplirvi, per quel fascino che la mancanza comporta, più credibilmente dell’”abracadabra” che le madri maghe vi hanno immesso come motore di atti significativi.

Come si dice? Fare di necessità virtù: la presenza disordinata e concorrenziale dei figli adulti (e delle figlie, senza poterne arguire molto…) rese opportuno e necessario il loro allontanamento dal gruppo. Fu deciso dalle matriarche, senza che i figli potessero farsene una ragione: laddove mancò un significato, rimase, inconscio, il senso di una Legge simbolica doppia, l’identificazione patriarcale nel Totem e l’interdizione endogamica raffigurata nel tabù dell’incesto.

L’abracadabra è suscettibile di trasmutazioni ad libitum, ma due sembrarono subito promettenti, quantunque allucinatorie e in gran parte inconsce, il segno della potenza del padre già trasformato in inoffensivo padre totemico, per lo più un animale, alla quale potenza qualcuno o qualcuna ha dato nome di “Mana”, oppure, ne ho già accennato in questo capitolo, quello egualmente sciamanico e per natura incerto, di Fallo, simbolo riferito al Totem, e il segno della potenza multiforme femminile, troppo multiforme, che confluisce e indebitamente si unifica nel significante Donna, anzi, Ladonna, una enormità spropositata che dovrebbe coprire una gamma di qualità che vanno da quelle della prostituta a quelle della Mater Matuta  o della Madonna; ma, si sa, i maschi di ogni tempo e ogni luogo non ammettono molte gradazioni quando devono attribuire qualità morali a una donna, sono piuttosto tranchant. D’altra parte, Ladonna è un significante scritto così curiosamente per significare che solo una pazzerella potrebbe rispecchiarvisi come significato e che per un uomo non potrebbe significare una qualsiasi donna, ogni di tutte: no, la Donna può essere tutte oppure una che esclude tutte, tertium non datur.

Queste due invenzioni ideali, del Fallo e della Donna furono all’inizio e anche in seguito determinanti per far funzionare il linguaggio simbolico, nostro umano, ma vi si aggiungeranno ben presto altre, il Bene, il Male, l’Aldilà, l’infinito, la virtù, l’anima, la Verità e tutte le astrazioni e i feticci, talora di genere maschile, femminile o neutro, talora ignari di genere, tuttavia sempre coinvolti in una danza vorticosa di giochi linguistici che fa perno su quei due primi significanti formulati dagli uomini come riparatori dell’oggetto mancante alla coscienza e al discorso, oggetto mancante che causa il  desiderio soggettivo e metonimico nel suo continuo scivolare da un oggetto/significato ad un altro e un altro ancora, insoddisfacente, sempre: l’ultima parola non c’è mai. Lo causa laddove (nei “precordi”) in noi è rimasto il rimpianto per l’oggetto perduto, mentre per gli animali rimane il bisogno istintuale da soddisfare nella ciclicità dell’estro.

Questo travaglio consistette nel forgiare e concordare una lingua in due doppi legami destinati ad avere la forza della coscienza e dell’inconscio: la prima ingiunzione fu che non ci fosse un ritorno al mondo dell’Urvater ma che neanche si tradisse la fedeltà al Totem, la seconda suonò così: non toccare la donna che ti è consanguinea e parla come dio comanda!

Tutto ciò, cui diamo la forma di un mito, avvenne, senza che alcuno o alcuna, eccetto le madri ancestrali e mitiche, ne avesse piena comprensione, in tempi che videro sicuramente ogni gruppo umano, ogni clan neocostituito, matriarcale con ogni probabilità, rendersi giocoforza permeabile, con la fuoruscita di figli e figlie compensata dall’entrata di “generi” e “nuore”: probabilmente quelli accolti meglio di queste che, sicuramente, ebbero un bel daffare per inserirsi in detto travaglio di concordare le forme della lingua. Si trattò di compromessi che, per lo più, si può supporre, le penalizzarono.

 

 

 Il SOGGETTO

Al minimo, il soggetto è il soggetto grammaticale della proposizione, cioè colui o colei che parla e dice. Sulla base del postulato riscritto nel prologo introduttivo, si può supporre che sia anche la res cogitans di Cartesio: ovvero, realisticamente, colui/colei, che pensa cose da dire.

Non è detto che si pensino frasi formate grammaticalmente: “io Tarzan, tu Jane” può andare bene.

Il bambino che muove la mano verso un dado e pronuncia i due fonemi sillabici DA-DO è già il soggetto che pensa e parla: a dir meglio, nell’ordine, che vede, appercepisce (l’immagine), agisce, parla (nomina) e pensa. A modo suo, ma già per uno scopo che vuole avere un significato, alias una rappresentazione dietro la quale si nasconde il senso come causa.

Mettiamo un punto fermo, non è lo stesso che dire ma-ma, atteso che è la mamma a credere di corrispondere personalmente a quei due fonemi sillabici ripetuti, mentre da-do è già un morfema significante che ha la proprietà di poter significare qualcosa che potrebbe anche non esistere, di sicuro senza che l’oggetto dado sia la causa di quei due suoni e non di altri. Molti linguisti sono certi che il significante ma-ma, labiale, invece abbia causa meccanica nel capezzolo o nel ciuccio offerto dalla nutrice.

L’immagine di un oggetto ritenuto semplice come un dado, in quanto immagine, non è più “semplice” di quella del più complesso oggetto d’esperienza immaginabile, giacché entrambe esistono solo differenziandosi, nel divenire rappresentazioni, da ogni altra immagine in tutto il resto. Un resto che, rispolverando la Gestaltpsychologie, resta come sfondo.

Per inciso, “tutto il resto” è l’espressione che Werner Heinsenberg usa nel suo famoso libretto “Phisik und Philosophie” proprio per aprire (öffnen) la fisica alla filosofia, il che non è possibile senza individuare una relazione o stabilire un ponte tra immagini, numeri e parole. Questo, nell’accedere, anche in fisica, a rappresentazioni in senso largo, schopenhaueriano, cioè a un mondo qualsiasi… Da genio qual era, Heisenberg aveva chiaro che l’uno viene al mondo con il significante: ecco, pertanto, la velata critica all’utilità o alla possibilità teorica di passare direttamente dall’immaginario soggettivo, in cui si formulano le ipotesi di realtà, all’oggettività mensurale matematica senza passare per il simbolo, cioè senza la contaminazione delle parole. Credo che i fisici tipo Richard Feynman, glissino volentieri su questa critica, preferiscano pensare che i numeri, a partire dall’uno, siano del tutto indipendenti dalle immagini. Nonché, su questo siamo tutti d’accordo. dai sentimenti.

Ogni immagine è il residuo qualitativo o la qualità residuale di percezioni che possono apparire necessarie o contingenti: è di questa pazzesca qualità essenziale di ogni immagine, cioè di comportare l’intera imago mundi, esistenziale, l’esser-ci (dove? In “tutto il resto” …), che i diversi significanti tentano di rendere ragione. Onde si potrebbe affermare che la competenza linguistica di saper dire che si sa e di sapere che si può dire, nasca con il soggetto come dare prova vocale di distinguere qualità. Ma rimane il problema se le immagini delle cose si formino come qualità di oggetti/significati con eguale (cioè nullo…) peso valoriale specifico ex ante l’esperienza che le fissi ex post nelle parole secondo un filtro licitante o griglia di utilità biologica, oppure se si formino già con valore affettivo, senza il quale non si formerebbero neanche. È ancora vivo il ricordo della disputa negli anni ’30 tra lo psicologo svizzero delle età evolutive Jean Piaget, fautore della prima idea, e il russo Lev Semenovic Vygotskij, fautore della seconda e caposcuola della psicopedagogia in URRS. Per il primo l’umanizzazione procede da una tabula rasa, priva di relazioni significative, per il secondo procede da una sorta di proto-socializzazione, ed è a questa idea che ci siamo attenuti.

Oggi tutti i linguisti si trovano d’accordo nel definire convenzionali i significati, ma in questa convenzione forse si occulta una affettività dell’origine, per esempio quella delineata qui nei capitoli precedenti, congrua, o almeno non in contraddizione, con l’idea heideggeriana di un’origine patica, cioè affettiva ed emotiva, del linguaggio.

Annotiamo due cose: primo, nessuna particolare qualità nell’associazione dei due fonemi è riscontrabile a priori in un dado, tant’è che un bimbo inglese pronuncerebbe una sillaba sola, die. Secondo, inspiegabilmente, non importa che sia presente qualcuno, il bambino si esprime spesso foneticamente anche se è da solo, seppure la parola sembri fatta per comunicare qualcosa a qualcuno.

Nella prima nota si conferma la famosa arbitrarietà del significante intravvista dal linguista Ferdinand de Saussure, per la quale, oltretutto, anche tra il significante Io e il significato di IO, cioè le qualità riconoscibili come una nostra identità, non c’è alcuna corrispondenza qualitativa; nella seconda, il sospetto che noi, da soli, non siamo mai. Qualcuno ricorda il film “Cast Away” e il rapporto affettivo di Tom Hanks, naufrago costretto alla solitudine, con il pallone Wilson? Prima era solo e poi non più solo, dopo che la risacca glielo ha portato? L’Altro, che scrivo con la maiuscola per rendere l’idea della sua imprescindibilità ed universalità, forse che, introiettato, non c’era già?

Ed ecco una domanda precisa: Il Soggetto e l’IO sono la stessa persona, quando, per persona intendiamo l’individuo nelle sue qualità conoscibili? Ho mille buone ragioni per non crederlo, ma Fabio sta leggendo “Psicopatologia della Vita Quotidiana” di Freud, e basterebbe leggere quel libro per indurci a pensare che il Soggetto e l’IO non sono la stessa persona, cioè che agiscono in maniera diversa con diverse motivazioni. Il primo più attento a dire, il secondo più attento ad ascoltare ciò che si dice. Il primo più attento al senso, il secondo ai significati oggettivi e convenzionali, se non altro per essere esso stesso un significato. E un nome. Il nome proprio.

Pensiamo alla frase del “roveto ardente” (B. Es 3,1-15) nel significato desunto dal tetragramma teofanico che è il primo nome di Dio nella tradizione occidentale: “io sono colui che è”: vi è presente un soggetto e un predicato, basta. Non ci ricorda, se messo al negativo, l’attestazione di non essere un robot che ci viene chiesta in una interlocuzione telematica? Ci chiede di essere coscienti anzitutto del proprio nome come veritiero. Il che vuol dire almeno tanto quanto ciascuno di noi chiede di esservi riconosciuto.

Un nome proprio ha la specialità di poter essere di certa attribuzione senza molti giri di parole. Non è lo stesso per tutte le altre parole, basti pensare a tutti i significati oggettuali che, per esempio, può assumere la parola “rosa” se non è, con l’iniziale maiuscola, nome proprio di donna: un fiore, ma anche un colore, la rosa di candidati, la rosa dei venti, la rosa dei pallini da caccia, il participio passato di rodere aggettivato al femminile, ecc.

Se dico il mio nome ho detto molto, tutto, poco o niente? Ovviamente dipende dalle circostanze che rendono opportuno identificarsi, mentre è messa in gioco sempre solo un’infima parte della coscienza di essere la persona nominata, in ogni suo aspetto e qualità.

Siamo coscienti o, per lo meno, abbiamo la coscienza. Un filosofo, non mi ricordo quale, ce ne sono troppi, forse Husserl, o Ernst Cassirer, una volta ha scritto: “la coscienza è il pensiero (o il pensare) che non esclude come suo oggetto di pensiero il pensatore”. Possiamo allinearci con questo aforisma, in tutta la sua credibilità, sia dicendo che la coscienza consiste nel sapere di sapere di sé e nel sapere di non saperne, sia dicendo che il soggetto della parola, della coscienza, del pensiero, è ciò che differisce da tutti, in blocco, gli oggetti dicibili, conoscibili, pensabili, non escluso se stessi. Ma il soggetto e l’oggetto sono legati in chiasmo: non c’è soggetto senza oggetto e viceversa. Altrimenti c’è la Cosa indifferenziata, il Bios, la natura in cui possiamo nascere o non nascere, oppure, in un registro metafisico, l’impossibile, l’abbiamo già ampiamente detto, uno-tutto-solo.

Insomma, come soggetti, saremmo allo stesso tempo un extra nel mondo e il mondo stesso, già inteso come la somma degli oggetti di cui fare esperienza come percezioni e come elaborazione di significati. Tra questi, credo di ripetermi, l’IO.Fino qui possiamo dirci in linea co l’hegelismo. Ma ciò va oltre ed esclude una fede cieca e statica nella propria identità. D’altra parte, sicuramente non siamo quella cosa unitaria ed indistinta che, per l’individuo umano o per la specie “sapiens”, ho chiamato l’impossibile uno-tutto-solo, ovvero, bambino<>madre<>mondo: metaforicamente, nel mito della Genesi, nel nonché nel Vangelo di Giovanni e nella mitologia variamente indoeuropea delle origini (so troppo poco di altre mitologie…), l’indifferenziato ante-creazione, variamente nominato. Caos da cui fuggire, Eden da idealizzare per un ritorno credibile, Terra Promessa. Cose, per la loro impossibilità d’essere, supplite nel pensiero come nomi ed oggetti/significati. Con il λόγος a vigilare su tutto. Stabilita che sia la nostra specialissima natura di “parlesseri”, ecco che, in quanto al Soggetto, un significante, saremmo allo stesso tempo un extra tra i significanti ma anche il vero significato, la ragione d’essere, dei significanti stessi.

Siamo, più per Husserl che per Cassirer, quella pulsazione logica, onde, se appena pensiamo noi stessi, ci troviamo nella imbarazzante situazione di essere banali oggetti, tra altri oggetti, di conoscenza da parte di noi stessi. Con tutta la precarietà di ogni conoscenza oggettiva se non è matematica e matematizzabile.

Un altro filosofo, non dico chi fosse, una volta ha scritto oppure detto (questo non ricordo di preciso), suscitando scandalo: “un significante rappresenta il Soggetto per un altro significante”; nel sottinteso che una rappresentazione, sia essa simbolica, saussuriana o metafisica, schopenhaueriana, se serve a metterci in relazione con le cose, è del significato raggiunto oltre il senso: dapprima, ogni parola in sé significa solo la nostra voglia di parlare. Null’altro.

Suo anche un altro aforisma: “pensiamo dove non siamo e siamo dove non pensiamo”. Non so quanto euristico sia questo aforisma, ma pare ironico verso il “Cogito” cartesiano che divide con tanta certezza il pensiero dal corpo, ovvero dalla mitica Cosa primordiale indistinta e non organizzata a priori rispetto un nostro sapere a posteriori che, per esempio, distingue gli organi e li nomina.

Cosa cogita il soggetto cartesiano? Una delle due, o cogita la res extensa, il corpo, o cogita altre cogitazioni, altre res cogitantes o cogitatas.  Cosa sarebbero, queste, se non parole?  Quelli oggetti/significati che il bambino, come abbiamo scritto (v. cap. LE ORIGINI), trova fuori del rapporto simbiotico con la nutrice, nel luogo o mondo umano che circonda l’uno-tutto-solo e in cui avrà esistenza personale in quanto “parlessere”. Paolo, una volta, è andato a controllare se questo termine concettuale è compreso nel vocabolario italiano: non l’ha trovato, è un neologismo, ma non per questo non pertiene al sapere, quel gioco che, come abbiamo detto all’inizio, consiste nello scegliere parole per ricombinarle secondo le leggi della lingua alla luce del senso, leggi che una comunità storica ha elaborato come semantica, grammatica e sintassi nel comunicare con il minimo di incertezze durante la sua storia. Paolo dice che tutto è già stato detto, invece a me pare che ciò non sia detto fino a quando sarà possibile forgiare neologismi.

Questo gioco, come abbiamo scritto, è cominciato accidentalmente, fino a prova contraria, nella specie umana, primariamente come significanti, suoni+ godimento, poi come significati sempre alla luce del senso, che illumina tutto, ma non il godimento. Dopo tutto creandola, la specie umana, come significato, tant’è che la nominazione può essere sinonimo di ominazione. Riferendoci alla ricapitolazione haeckeliana, appare anche accidentale nella storia dell’individuo, come dimostra il sintomo afasico o il mutismo in casi di allevamento deprivato di rapporti bimbo<>nutrice nella fase della lallazione.

Tutto ciò può indurci a non dare troppo credito ad Ulisse quando, nella famosa “orazion picciola”, scritta da Dante, afferma che “nati non siamo (siete) per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Sembrerebbe piuttosto che siamo nati per viver come bruti, per esempio, come lo scimpanzé menzionato, e poi sia successo qualcosa, il crearsi del linguaggio umano, che ancora non sappiamo se sia a nostro favore o a nostro danno, ma che sicuramente vorremmo fosse a nostro favore, tant’è che esso non esisterebbe se il senso del parlare e del sapere o, meglio, del desiderio di sapere, non fosse tanto legato al godisenso (altro neologismo) come una direzionalità verso la sua origine causale.

Potremmo dare un ulteriore statuto al godimento come rovescio della mancanza, a sua volta unica esperienza possibile dell’altrimenti impossibile Reale di un Uno-tutto-solo, cioè della Cosa- in- sé, il mondo dell’oggetto in formazione, pre o post logico, cui dare illusorio significato, l’universo senza di noi, fuori Umwelt e perciò fuori sapere, epperò riferimento immaginario dei filosofi metafisici e dei fisici prima di Werner Heisenberg. A seguire, per riferirmi a questo oggetto evanescente, inimmaginabile, un inciampo nel sapere, userò il simbolo (a) per significare l’artificiosità dell’unico significante in sé e per sé privo di significato

Ma quelle due figure, il soggetto parlante/pensante e il corrispondente Tizio conoscibile, epifanico, cioè che ci pare di conoscere nelle sue qualità riscontrabili, sarebbero simmetriche a livello del sapere? Neanche per sogno, perché il secondo, l’IO con nome e cognome, non sa granché sul primo, pur pensando di saperne, mentre il primo sa tutto ciò che si può sapere sul secondo; però non è detto che sappia di sapere, come il primo non sa di non sapere. Non è sbagliato dedurre che nel soggetto si riproduca, come “eterno ritorno” la prima separazione, eternamente sincronica, dell’uno-tutto-solo, la Cosa primordiale indistinta, in due entità, il soggetto del dire e del pensare e l’oggetto (del pensiero), ovvero il mondo/significato sul quale desideriamo sapere il più possibile e che comprenderebbe l’IO.

Sorge una questione: se la simbiosi madre/creatura, dando un po’ di credito a quanto detto finora, è simile, breve o lunga che sia, nella vita animale e in quella umana, se l’animale mammifero, dismettendo gli agi (e i disagi) di cucciolo, accresce linearmente, crescendo, le competenze su ciò che gli serve per rendere efficaci le azioni, pare invece che l’essere umano perda qualcosa in quella separazione, qualcosa che, per ritrovarla, forse rinuncerebbe al gioco laborioso di sapere i significati, le relazioni di qualità tra gli oggetti nell’enigmatico mondo esterno. Ma, “dura lex, sed lex“, quel qualcosa deve fissarsi in lui o lei come mancanza, punto e basta: altrimenti l’umanità non è.

Non mi pare che manchi la mamma, dopo che la si è chiamata con un nome che resterà: è più probabile che manchi addirittura la natura, un mondo che non può e non deve mancare di nulla come è il mondo degli animali (mondo che non si sa bene se è di ciascun ente biologico o un mitico Bios indiviso).  Questa affermazione ci conduce al prossimo capitolo, traducibile nella domanda se il sapere, la cultura, è in grado di supplire del tutto alla mancanza fondamentale che, se ci atteniamo strettamente al concetto di funzionalità biologica, è l’opposto dell’autonomia del sapere o del voler sapere che si immagina associata alla maturità.

Ma prima, molto alla buona, per non lasciare, parlando di linguaggio, un vuoto che potrebbe dar luogo a parecchie obiezioni più o meno motivate, parliamo del meccanismo basilare con cui le parole sembrano di primo acchito formarsi.

Noi non sappiamo come comunicassero gli ominidi prima di Sapiens. Probabilmente (dicono…) come i Bonobo, una specie di scimmie di intelligenza poco superiore a quella dello scimpanzè, che vive ancor oggi in gruppi organizzati secondo forme di scambi emotivi, comunicativi e gerarchici simili a quelle di Neanderthal, per il poco che ne sappiamo.

(Però mi sono fatto l’opinione, fondata su una discreta mole di letteratura, che gran parte di ciò che si dice di Neanderthal sono invenzioni parantropiche; probabilmente anche un po’ paranoidi, nel senso di svalorizzare in paragone sia l’animale che si suppone venga prima di Neanderthal, sia Sapiens che viene dopo).

Tuttavia, pare che Bonobo riesca a combinare due fonemi, segni sonori, per designare eventi percettivi diversi secondo schemi prefissati che, metaforicamente, potremmo dire algoritmici.

Qualsiasi sistema comunicativo è fatto di elementi (segni) rappresentativi di cose altre per un altro in grado, a sua volta, di rappresentarsele. Icasticamente: “un segno significa qualcosa per qualcuno”, secondo la definizione di C. S. Peirce.

Se si tratta di segni sonori, per essere distinguibili devono essere discreti e, per significare oggetti virtualmente più numerosi, devono categorizzarsi, cioè combinarsi, secondo permutazione. Tali combinazioni minime, non sempre o non ancora parole, sono dette morfemi (v. cap. LE ORIGINI).

Fino qui tutto bene, anzi, non tanto, perché, per esempio, in italiano i segni discretamente distinguibili detti fonemi, sono più di 30. E, se volessimo utilizzarli per produrre tutte le rappresentazioni (parole) che fossero in grado di produrre combinandosi in permutazione, otterremo una quantità di raggruppamenti pari a 30!, cioè a fattoriale di 30 = 2,625 x 10\32 (2,625 x 10 elevato a potenza di 32) è un numero talmente enorme, galattico, che non oso trascriverlo: per capire di che si tratta, per disporre in piano uno stesso numero di fazzoletti di carta accostati, non basterebbe l’intera superficie dell’orbe terracqueo!

Effettivamente non è così che funziona, solo una infima parte delle possibili combinazioni viene adottata per costituire, i termini più esatti sono cifrare e codificare,  un  sistema comunicativo intelligibile tra emissione e ricezione: un numero finito di fonemi viene scelto per retroazione in base a un numero necessariamente finito di morfemi, forme ammissibili di raggruppamenti ritenuti più adatti, anzi, esclusivamente adatti, per la significazione, cioè per il suddetto codice comunicativo di rappresentazioni.

Dobbiamo avere ben presente che ci troviamo già nel paradosso, confusione di causa ed effetto, per cui i segni significanti, cioè i morfemi, raggruppamenti utilizzabili, se rappresentano qualcosa, rappresentano rappresentazioni che sono già un effetto di significazione e pertanto dell’esistenza dei segni stessi.

Resta il problema dell’ammissibilità: chi la decide, un mitico Soggetto precostituito e diffuso o il Bios evolutivo?  È in questo punto di indecidibilità tra necessità filogenetiche ed ontogenetiche, cioè della specie o dell’individuo, che viene meno la possibilità di formulare una teoria soddisfacente che spieghi l’origine del linguaggio simbolico in maniera accettabile per tutti quelli che non si accontentano di sapere che le cose sono andate così, punto e basta.

Per inciso, dicendo della specie o dell’individuo, questa “o” disgiuntiva può essere il latino “aut ” per gli esseri umani, ma è “vel” per gli animali, atteso che un animale si comporta inevitabilmente nella logica lineare della sua specie, sia essa perdurante in natura e resiliente o condannata ad estinguersi.

Mettiamo che Bonobo usi i suoi due fonemi (privilegiati tra altri, a scopo comunicativo) all’incirca in guisa binaria, ottenendo un numero compreso tra 2 e 10, facciamo la metà, 5: combinandoli, potrà rappresentare 120 oggetti/significati, cioè parole, in una quantità corrispondente a circa la metà delle parole che usa un parlante in Esperanto, la lingua (artificiale) indoeuropea più semplice.

Ma Bonobo, sembra, per qualche ragione non lo fa, mentre Sapiens non può farlo neanche se volesse, disperderebbe l’efficacia informativa in un numero spropositato di significati. Bisogna limitarsi. La grammatica e la sintassi sono le regole riduttive di utilizzo di fonemi e morfemi, cioè dell’ammissibilità logica di certi raggruppamenti, detti talvolta “categorie” e non di tutti i possibili, in ordine a un efficace sistema comunicativo intelligibile.

Non si sa bene da dove provengano queste regole: il linguaggio simbolico nasce già completamente strutturato per quanto è possibile, cioè incompleto come è di ogni struttura, difettoso ma promettente, vivo, se non vuole o deve essere un insieme. Lo sviluppo di una struttura è autoconservativo, si adegua plasticamente (cambia apparentemente) nella sua complessità a tutte le mutazioni, effetti “infettivi”, pur di conservare il senso di una prima mutazione originaria, un’infezione anch’essa, senza la quale, non esisterebbe come lingua strutturata in categorie, ma un insieme, composto di sottoinsiemi. Privo e privi di senso e significato, se qualcuno non glieli dà.

Invece è il gioco del Caso e della Necessità, quel gioco in base al quale, per esempio, l’umanità sussiste, vive, adottando tutte le forme culturali più adatte e conformi al suo mondo di sussistenza, con il risultato filogenetico di mantenere la specialità della sua specie. Che tutto cambi, purché resti intatto il DNA. In metafora, è la filosofia che, trattando forma e sostanza, è ben accetta al principe Fabrizio Salina in “Il Gattopardo”.

Una lingua è anch’essa, in un certo senso, una struttura vivente per retroazione immunitaria di una prima mutazione avvenuta non si sa bene quando, non si sa bene come, non si sa bene dove, e non si sa perché. Si sa solo che in essa ogni gioco linguistico di quelli intravvisti da Ludwig Wittgenstein, ha senso e significato.

Quando non si sa qualcosa, per calmare i nervi, si ricorre al MITO.

Io, di miti, ho potuto fornirne uno, in base al quale si può immaginare che la mutazione sia stata di genere affettivo/emozionale/traumatico, che sia avvenuta circa 50.000 anni fa in qualche gruppo di femmine intente alle cure neonatali della prole.

È un mito CREAZIONISTA, per ciò che riguarda ogni accordo sull’ ammissibilità sociale di una lingua, non un meccanismo necessario di sviluppo evolutivo/darwiniano.

Non mi diffonderò molto ancora su questa origine mitica del linguaggio simbolico che ha sostituito quello segnico, magari complesso ma evolutivamente statico come quello di Bonobo,  ho scritto quello che ho scritto per rispondere che non è possibile illustrare le tappe successive dello sviluppo della comunicazione umana perché sono continue, sfumate, indistinguibili, come conseguenza dell’essere nata la comunicazione umana già ab initio strutturata, cioè incompleta e virtualmente polimorfa all’infinito,  in divenire, da accordare e concordare con l’interlocutore a patto che sia disposto ad ascoltare con attenzione e responsività.

Come è di ogni struttura vivente, qualcosa di più della somma delle sue parti, se non vuole (Schopenhauer) o non deve (Darwin) essere semplicemente un insieme discreto di dati discreti. Di un insieme si può individuare il cambiamento come tappe successive, ma si tratta di “catastrofi”, per cui un insieme si sostituisce ad un altro insieme che non esiste più.

Venendo il Simbolico (e Sapiens, noi) al mondo con il significante e il numero 1, unità della distinzione, alla stregua, cioè nella metafora, di quel famoso albero nell’Eden, del quale non si dovevano mangiare i frutti senza sapere il perché. Conoscendo di quell’albero, il solo significato di essere non-tutti-gli-altri alberi, ovvero non-tutti-gli-altri significati.

Così Sapiens, come specie, per divenire sé stesso con l’onore del nome, fu irretito dal primo significante, privo di significato eppure generativo di tutti i significati. Così come ne fummo irretiti noi, come individui, quando abbiamo imparato a parlare.

Ciò che mi pare certo, è che l’essere umano non “impara a parlare come l’uccello impara a cantare”. Di sicuro parleremmo meglio, uniformemente o, almeno, più pacificamente.

UN CERTO NON SO CHE

Un qualsiasi mammifero, svezzato, se ne va in giro per il mondo sotto il controllo degli adulti, prima della nutrice, in seguito di tutti gli altri di un gruppo, se un gruppo c’è, finché, a maturazione sessuale avvenuta come segno di passaggio alla vita adulta, se la vedrà da solo o da sola nel suo mondo bio-istintuale. In nessun caso si osserva una eccezione causale-temporale tra il divenire adulto e il divenire procreativo. Da questo momento le differenze somatiche individuali in animali della stessa specie non determineranno comportamenti individuali che esulino da quelli istintuali specifici. La sequenza del comportamento è certa, non serve misurarla.

Non è lo stesso per l’essere umano: non c’è certezza oggettiva, il passaggio da infanzia a maturità non è sancito o garantito bio-logicamente, piuttosto mediante riti di passaggio simbolici socialmente convenzionali, con significati diversi nelle diverse etnie. Questi riti di passaggio hanno sempre una parola che li indica, un nome, sono spesso legati a credenze religiose, ma il loro minimo comun denominatore è il poter farsi causa di future differenze comportamentali, a loro volta evidentemente culturali, cioè che comportino qualità che si possono e si devono sapere per sapere chi si è.

Non si sa quanto un adolescente, per esempio, sappia di tutte le implicazioni etiche del rito di passaggio che lo definiscano adulto, né si sa quanto due sposi sappiano per loro conto cosa implichi essere marito e moglie: si sa che, di solito, viene loro insegnato. Il menarca, che nell’Islam sancisce il momento in cui una fanciulla dovrà indossare il velo, di futura moglie, non sanciva, nella Grecia antica, se la fanciulla doveva essere una vergine o una prostituta: entrambe “rituali”, d’altronde, non diversamente di una sposa e madre. Curiosamente, la prima polluzione del maschio è reputata irrilevante.

A conferma che, mentre il sapere dell’animale è istintuale ed oggettivo, quanto basta, come ho già osservato nella mia gatta nel primo capitolo, per agire con efficacia, il soggetto, esclusivamente umano, per sapere ciò che gli serve, deve pescare significanti che possono, e spesso devono, essergli insegnati da un altro soggetto onde poter essere definibile in qualche modo e potersi, a sua volta, definire. Con parole (significanti) o con segni più rozzi ed apparentemente meno mediati simbolicamente, tipo i tatuaggi, le cicatrici rituali, il piercing o la circoncisione. Sul corpo scritture. A saldo di tutto questo darsi da fare per sapere chi siamo al cospetto degli altri o dell’Altro, c’è un segno ritenuto prettamente civilizzante, il perizoma.

Sapere chi siamo è possibile solo nel mondo simbolico, linguistico degli altri. Proprio come sapere se domani pioverà. (Per inciso, annotiamo, volendo polemizzare con gli entusiasti del darwinismo culturale che esagerano in determinismo, che anche la quantità di successo procreativo come effetto somatico, misurabile in zoologia ed etologia, non è misurabile nel mondo umano senza tener conto del poter essere effetto di cause etiche, economiche, politiche, comunque culturali e non naturali).

Osserviamo che il mondo animale è il mondo in cui c’è l’estro, l’evento stagionale che può significare la mancanza della mancanza umana in cui si insinua il nostro Eros in cerca della sua meta nella Tyche, cioè nella contingenza in cui far vivere la soggettività, il sapere che si è anche senza sapere cosa si è, una con-scientia  che poco ha a che fare con la sequenza di eccitazione/scarica assegnata come estro dalla natura.  Solo il parlessere, l’essere umano che, peraltro e per lo più, indossa il perizoma, può sapere chi è, a patto di saper vivere la mancanza nel cercare di supplirla come senso della vita, cioè come ciò che giustifichi il sapere, qualunque cosa sia, non di usare il sapere per giustificare l’IO identitario, una faccenda grandemente illusoria e un oggetto immaginario che facilmente può volgere dal comico al tragico.

Penso a qualche mail di Paolo o di Giulio: si potrebbe affermare che, se dare un significato a un perceptum risponde alla istanza di sapere il “come” del mondo, rappresentarsi un senso delle cose risponde alla domanda del “perché”.

Per rendere conto del senso, della mancanza, del sapere, del parlare, dell’essere noi umani, nella definizione di Aristotele: zoon logon èchon (animale che ha la parola), abbiamo dovuto formulare il concetto di godimento come rovescio della mancanza: di che si tratta? Qui vale solo qualche metafora: se parlando si gode, non può trattarsi che di una riedizione in parodia, oppure un resto, della beatitudine perduta nella separazione dal corpo indifferenziato, edenico, che non manca di nulla, che ci attrae come la chimera di una riunificazione. La spinta che viene da un rimpianto.

NOSTOS, tradotto come un ritorno a casa, alle proprie cose e ai propri significati, a ciò che è proprio, riattraversando ciò che non lo è, è l’unico senso da dare alle traversie di Ulisse sempre accompagnate da Atena e dal desiderio di sapere, ma non a tutti i costi, se ci si attiene più ad Omero che a Dante.

È l’Itaca di Ulisse nella mitologia greca degli esordi e l’Uruk di Gilgamesh in quella più antica, mesopotamica, a rivestirsi di un valore che supera quello della conoscenza veritativa. Dante non conosceva l’Odissea in originale, conosceva le traversie marittime di Ulisse nella tradizione letteraria romana augustea e poi medievale che attingeva a piene mani dalla “Teogonia” di Esiodo e agli arcaici poemi mitologico/ciclici, incuranti delle divinazioni omeriche di Tiresia che pure si rivestivano del sapere dell’uomo e della donna, un sapere perciò secondo solo a quello divino.

È, scendendo un pochino di categorie, ciò che rimaneva e tornava sempre con il nome di Tara, la piantagione, nella mente di Scarlett O’Hara.

Al logico Gottlob Frege andrebbe suggerito che Il senso dei significati è nostalgico.

Se il senso, da intendere come rimedio a una mancanza originaria, è lo statuto (ontologico) dei significati da intendere come trasformazione simbolica, non priva di meta intenzionale, delle immagini appercettive, il νόστος è lo statuto del senso.

Non c’è nodo simbolico più stretto che questo del senso, così inteso, con la cultura umana, cioè con la civiltà. Anche se sappiamo che i Greci antichi avevano la parola παιδεία per significare la cultura in senso generale, associandola, tuttavia, all’educazione dei giovani cittadini a venire, riguardando una completezza promessa dagli dei e ad imitazione o addirittura identificazione con essi, in ogni caso rivolta al futuro, non al passato. A parte gli dei, erigevano templi verso il cielo per le generazioni future più che per celebrare il principe. Dimostrando che la civiltà, tra logos e nomos, è la denegazione o l’esorcismo del suo stesso fondamento, il nostos del godimento regressivo occultato nel senso. Per tornare alle metafore numeriche e mensurali, è il 2 come fuga dalla naturalità ma anche dalla dialettica di Amleto dell’1 e dello 0, tra l’essere di godimento non padroneggiabile e il non essere. I Greci erano illuministi ante litteram.

E noi? Ho l’impressione che la fregola delle “magnifiche sorti e progressive” stia venendo meno. Non senza qualche colpo di coda: se diventano démodé pinnacoli gotici e grattaceli, erigiamo il razzo antigravitazionale a fronte di sorella luna immaginata su uno sfondo di galassie, il mondo del mondo di Sapiens: Umwelt al quadrato, “quasi” metafisico. Tra tutte le categorie professionali, sono forse gli ingegneri astrofisici a mancare di più di senso dell’umorismo. Noi, in questo seminario che volge a conclusione, abbiamo capito che la categoria “progresso” è, oggettivamente, vuota: può trarre significato solo dal gradimento maggiore o minore che ciascuno di noi manifesti per le sue qualità.

Sparigliamo. Non sappiamo se gli animali nella fase anaclitica godessero, né se godano da adulti, sappiamo che provano, dandone i segni, dispiacere o piacere, il secondo per evitare il primo, come noi, ma il concetto di godimento lo escogitiamo noi, proprio per metterlo in opposizione al piacere, reputando questo a saldo zero economico, in quanto a dispendio di energie, e quello, all’opposto, come abbiamo già detto prima nel capitolo LE ORIGINI e poi in IL SOGGETTO, del tutto gratuito e perciò del tutto passivo. Ecco un caso in cui preferisco menzionare l’opposto dialettico invece del rovescio topologico, essendo il senso della mancanza, vertigine e spaesamento, il risvolto cosciente del godimento, non il dis-piacere. So di aver scritto or ora qualcosa difficile da capire. Pazienza, in assenza di qualcuno che spieghi meglio.

Basta però per alludere al fatto che il godimento non è affatto un bene oppure la mancanza un male, può essere magari l’opposto. (Altrimenti non si spiegherebbero, come vedremo in seguito, i sogni angosciosi). Forse c’è addirittura un godimento della morte che gli animali non hanno.  E non risulta che qualche animale mostri dei comportamenti masochisti.

Volendo definire il godimento nella sua particolarità di vero extra tra i significati correnti: è ciò che, in un mondo in cui tutto costa qualcosa e serve a qualcosa, è ciò che non costa niente e non serve a niente.

Segni di giubilo e corrucciamento si osservano nel bambino anaclitico, ancora incapace di agire efficacemente, pertanto passivo. Non siamo in grado, fuori di antropocentrismo, di interpretare in questo senso dei segnali animali. Quanta tensione scarichi il bambino sorridendo e quanta il gatto a far le fusa non è chiaro. È invece chiaro che “con i godimenti bisogna andarci piano: si incomincia con le carezze e si finisce con la frusta”. Può sembrare una citazione da Nietzsche, ma non lo è. Comunque, nella citazione esatta, è nominata “la graticola” invece della frusta.

Torniamo alla relazione che può intercorrere tra il senso, il godimento e, last but not least, il desiderio.

Di che si tratta? Della messa in parole del godimento, cioè di avergli dato qualche significato che vada oltre quello semplicemente topologico di polo direzionale del senso, tanto da farsi causa del nostro agire soggettivo, cioè per fini che eccedono il quanto basta per sopravvivere: invece, per il di più non misurabile come non è misurabile la voragine della mancanza da supplire con un mondo difficile da definire in completezza, tale da soddisfarci completamente. Ma senza mancanza non ci sarebbe desiderio e senza desiderio non ci sarebbe cultura umana, quella civiltà immaginifica e rutilante cui non siamo disposti a rinunciare veramente, pur riscontrandone i disagi morali e vagheggiando talvolta ritorni romantici alla natura. Come se fosse semplice ritornarci e come se fosse semplice la natura.

Grosso modo, abbiamo delineato il rapporto tra senso e godimento dicendo che il primo, la cui essenza è di essere il rovescio della mancanza prelinguistica, è la direzione obbligata verso il secondo, questo da supplire con le parole del desiderio e con il sapere su noi stessi: su di noi che, stando ad Aristotele, siamo animali parlanti, sociali ed infine politici. Già, atteso che è arduo dare a logos un significato inequivoco, sempre nello stesso testo in cui aveva definito l’essere umano (sapiens, per noi) zoon logon èchon, lo chiama anche zoon politikòn, cioè animale sociale, dato che per i greci del IV sec a.C., la polis era la società.

Essere politici significa saper concorrere per appropriarsi di qualche significato senza per forza predarlo e, nel migliore dei casi, saper distribuire i significati che ci definiscono. I civilizzatori della polis sono quelli che si credono preposti a governare i godimenti altrui nella convinzione e nella convenzione che il godimento debba essere delimitato in qualche modo, a scanso di eccessi “perversi”. Nei suoi esordi (v. cap. L’UOMO CHE PARLA ALLA DONNA) l’umanità ha già sperimentato l’anarchia. Sapendo che l’uomo è l’unico animale cui non basta vivere e che vuole prevalere sempre, anche fuori dall’estro, è opinione comune che anche il desiderio, scala simbolica su cui al godimento è concesso di esercitarsi, debba risultare ragionevolmente temperato, a scanso di “hybris” parossistica e maniacale.

Ma ciò che Aristotele non coglie appieno è l’importanza del rispecchiamento come uno dei fattori che ci rendono diversi dagli animali. Non dimentichiamo (cap. LE ORIGINI) che, quando la mancanza ci spinge a cercare nel linguaggio una supplenza al godimento, facendo del linguaggio il nostro mondo, esorcizziamo la solitudine, alluciniamo il godimento della parola come causa di presenza/assenza della nutrice e, in generale, dell’adulto parlante: un altro, sì, ma simile a noi. Lui, cosa cerca, a cosa mira di definitivo tra gli oggetti significati tra i quali ci muoviamo poco più che alla cieca? Cosa sa? Mai a questo avremo una risposta definitiva per una ragione semplicissima: l’altro speculare, interlocutore in presenza oppure relativamente più grande, sociale (che non è l’Altro assoluto…), crede di sapere ciò che cerca, ma ciò che trova non è mai quello. Non sa proprio quello che, di principio, vorrebbe sapere, come dire che non sa un granché! Più fortunato lo scienziato che trova, se la trova, avendola già in tasca, la conferma dell’ipotesi formulata e basta.

Nel chiasmo fondamentale (incrocio, co-essenza, effetto topologico in un nastro di Moebius) tra il non sapere e il sapere, oltre al desiderio di sapere, oltre all’orizzonte odisseico e nostalgico del senso (e della Verità), prende forma un evento banale e misterioso, forse necessario ancorché non sufficiente, forse inutile: l’ipotesi. È l’azzardo che si possa sapere e la “dichiarazione”, come al bridge, che si è in grado di procedervi. L’abbiamo già osservato: in un’ipotesi c’è già tutta, anticipata, la tesi.

Sono prossimo a partire per l’Egitto: ogni volta non posso fare a meno di ricordare la battuta di Hegel: “è inutile che vogliate conoscere i significati dei misteri egizi, dato che erano misteriosi per gli Egizi stessi che li crearono”. A differenza dei Greci, gli Egizi avevano sempre per le mani qualche oggetto che non poteva e non doveva essere spiegato in parole, cosa fosse lo sapevano forse le loro divinità reticenti, ma un semidio tipo Prometeo era per loro inimmaginabile. Per gli Egizi tutto il sapere era racchiuso sigillato nell’enigma. E avevano probabilmente qualche ragione. Se anche si può sapere molto, manca fatalmente, necessariamente, a livello del senso e del significato, un particolare su cui tutto si possa reggere e che metterebbe le cose a posto, ma che sarebbe illusorio indagare: al massimo, se proprio si vuole, lo si può divinare, vel ipotizzare, quasi per gioco, senza alcuna garanzia preliminare che esso non ne celi un altro. Un gioco, per citare Rudolph Otto, fascinoso, fascinans, nel lambire il mysterium tremendum.

Dobbiamo ipotizzare, dopo aver ipotizzato (v. cap. LE ORIGINI) la presenza allucinatoria, interiorizzata, di un (totalmente) Altro, onnipresente, onnisciente ed onnipotente, l’esistenza virtuale di un oggetto/significato, “lost in transalation”, continuamente perduto ed assolutamente non ritrovabile, segno del limite che, come l’orizzonte, l’ombra e l’arcobaleno, ci portiamo inevitabilmente appresso. Scrivendolo (a) minuscolo in parentesi per significare una meschina eccezione relativa al campo linguistico, al sapere, un resto per difetto, un buco, una Nemesi della mancanza insinuata in quel ben ordinato, desiderabilmente sensato campo linguistico che corrisponde al nostro Umwelt. Ne abbiamo già accennato (l’ho detto, tendo a ripetermi!) come di una raffigurazione puramente logica (e retorica), per specularità e in simmetria con la maiuscola allegorica di Altro, cioè di Un- Soggetto- Supposto- Sapere tutto, tutte le parole dette e da dire, alterità maestosa e assoluta, che purtroppo però non ha altra esistenza che quella di non avere altro da sé. Può esistere qualcosa di simile? No. Un’illusione di esistenza a completamento del nostro mondo manchevole. Di Assoluto, in noi e per noi, c’è solo l’assoluta delusione. Riedizione dell’Uno-tutto-solo, impossibile. Se ne accorge già Plotino nelle Enneadi. Un paradosso: se “non c’è Altro dell’Altro”, non c’è Altro. Se vogliamo che ci sia, dobbiamo fargli da Altro.

Nessuno può rassegnarsi a questa simmetria senza vie d’uscita per logica, dato che (cap. LE ORIGINI) l’origine del mondo e di noi stessi sta nella nostra separazione dalla Cosa indefinita di cui l’oggetto/significato fa supplenza supposta infinita. Così da eternare, invece di rassegnarci, il desiderio di sapere, formulato che sia l’Enigma.

Affrettando il passo nella nostra retorica, possiamo dedurre che, come la mancanza della cosa materna primordiale si fa causa dell’oggetto (a), primo e ultimo significato destinato a rimanere inconscio, slegato dagli altri, pieno di senso (peraltro inammissibile) e vuoto di significato, questo assoluto resto (o eccezione) linguistico, un buco nel linguaggio in cui poter versare qualsiasi oggetto, si fa causa di desiderio.  Il nostro linguaggio non è un insieme di termini concettuali, lo sarebbe senza il buco (a). Invece il mondo simbolico, che è il nostro mondo, è una struttura vivente come possibilità di essere e di rispondere alla mancanza inevitabile, continua, mutevole, di almeno un significato, nell’illusione di supplirvi con un significato ulteriore, una carta in più. Un termine significante nel linguaggio e, consentaneamente, un oggetto/significato nel mondo: è il gioco del sapere.

Come non c’è senso senza mancanza così non c’è desiderio senza un suo oggetto precario in perenne e, in fin dei conti, deludente, rappresentanza di quello vero, che non c’è. Scivola da significato in significato e, se ogni significato è anche una metafora che significa qualcos’altro, significando infatti non tutti gli altri, il desiderio percorre la metonimia come ciò “che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria”. È la conseguenza di aver approfittato dell’oggetto in meno (a) per mettervi, immaginarvi al suo posto, l’oggetto illusorio e inconscio del desiderio. Desiderio anch’esso non necessariamente sempre conscio di sé, soprattutto quando è vicino a ghermire il godimento. Ma quell’oggetto inventato ed illusorio sembra proprio essere la “bacchetta magica” con cui giostrarlo, il godimento.

Impossibile non notare che il primo significato a non esistere (cioè a non essere, primariamente, distinguibile) se non come non-tutti-gli-altri, assomiglia, per metafora, all’albero interdetto enigmaticamente, dal Signore nel giardino dell’Eden.

Poiché le decisioni su cosa fare e cosa non fare vengono prese in base a sapere e non sapere quanto basta (probabilità), non possiamo sapere quanto peso nel decidere avrà il desiderio inconscio in disaccordo per lo più con ciò che ci suggerisce la coscienza ragionevole, l’insegnamento, la pressione dell’ambiente socioculturale, la misurazione. Si tratta per lo più dei significati definibili stereotipati, fissati nel senso comune, spirito dei tempi o, traducendo, nell’ambiente socioculturale. Tanto più possiamo considerarci conformisti quanto più i significati che ci rappresentano sono stereotipati.

Io credo che il desiderio inconscio sia causa preponderante nelle nostre scelte. Causa mitica tanto quanto mitica è la Volontà metafisica di Fabio & Schopenhauer.

Credo che, quasi sempre, sia la sorgente di qualsiasi originalità di pensiero.

Credo che il processo di formazione di significati non stereotipati e non del tutto convenzionali abbia origine nei significanti, parole che di solito pronunciamo (e pensiamo, cioè pronunciamo in foro interno) senza sapere “in tempo reale” il loro senso e il loro significato al di fuori della in-tensione del nostro dire in rapporto a un interlocutore in carne ed ossa o virtuale.

Vedete, ce ne sono di fedi!…

Ciò che chiamiamo “il contesto” è l’effetto di quella tensione per lo più inconsapevole in cui il senso stesso consiste: “che si dica rimane nascosto dietro ciò che si dice in ciò che si intende.”

Va bene, lasciamo stare, ma allora tutto il nostro affannarci a parlare e straparlare estraendo significati entro o fuori di noi, cioè a cogitare (spesso un “abracadabra”), per sapere cosa fare e cosa non fare, cosa vale la pena di sapere e cosa si può tralasciare, è il segno dell’impossibilità di rassegnarci a che qualcun altro sia in possesso del talismano risolutivo. Nel Convito di Platone appare essere l’agalma, il gioiello custodito/celato nell’interlocutore, per Alcibiade in Socrate come fattore misconosciuto di innamoramento. Cosicché, possiamo sentenziare che il desiderio è sempre il desiderio dell’altro speculare, così come (a) resta speculare all’A dell’Altro. Interiorizzato. Questa problematica sarà ripresa nel capitolo ETICA che, spero, seguirà posposto dopo il prossimo capitolo intitolato alla SCIENZA.

Il soggetto che si sdoppia come significato, non è solo doppio ma multiplo in relazione a tutti i discorsi possibili con le parole virtualmente dicibili che, in sommatoria, per metafora algebrica, formerebbero, nei punti in cui fossero più tangenti il senso, l’integrale nel discorso dell’Altro. “Discorso dell’Altro” è un’altra definizione possibile di inconscio, ma, allora, un sapere che non si sa di sapere. E, poiché il desiderio è di sapere l’oggetto/significato, anche il sapere è dell’Altro. Niente di più certo: come si dice? Nessuno nasce “imparato”. (v. cap. SAPERE).

C’è chi si è spinto a dire che “noi riceviamo dall’Altro qualsiasi messaggio (discorso) nostro in forma invertita”. Non solo, anche che ogni lingua in cui si attiva praticamente e si specializza il linguaggio, la facoltà linguistica umana, “è l’integrale di tutti i malintesi intercorsi nella sua storia”. Nei malintesi metterei anche i fonemi e i morfemi scartati (v. cap. LE ORIGINI), le parole non profferite, le parole rese assenti nel mazzo dei giochi linguistici.

La faccenda diventa evidente in quel particolare sapere che è pensiero onirico, quello dei sogni, un tipico sapere che non si sa di sapere, un enigma.

Tutti i mammiferi, per tempi lunghi come l’orso, prolungati come il gatto o brevi intermittenti come le scimmie antropomorfe, fuggono dai troppi stimoli che, ciclicamente, sollecitano il loro sistema nervoso, come dire che fuggono dal mondo, nel sonno. Noi non facciamo eccezione nel fuggire nel sonno né nella maniera di interpretarlo, salvo sapere che una completa estraniazione dagli eventi, dopo che si è nati, è impossibile. Lo intuiamo osservando i segni di fasi REM, rapid eyes movements, gli occhi che si muovono inseguendo qualche immagine sotto le palpebre chiuse.  Si è visto, da qualcuno, nel sonno, un ritorno di tipo haeckeliano (v. LE ORIGINI), nostalgico ritorno alla condizione pacificante di vita intrauterina.

Sogniamo, e, a differenza degli animali, al risveglio ci chiediamo il significato del sogno che si è impresso nella memoria o, addirittura, desidereremmo continuare a sognare l’ultimo sogno interrotto, enigmatico ma emozionante, intriso di godimenti. Anche angosciosi, se non troppo angosciosi. Infatti, se l’angoscia è troppa, deborda ed irrompe in un risveglio.

Che dire? Come nel sapere cosciente mettiamo alla prova i significanti nel loro poter significare le immagini, un puzzle da ricomporre in un’unica imago mundi, così nel sogno mettiamo alla prova le immagini tanto mal congegnate con i significanti da non poter rientrare in un’esperienza cosciente e in un discorso. Ma, si vuole che rientrino? Di sicuro non sembra che nel sogno ci sia molto desiderio che ciò avvenga, semmai che rimanga a livello incompiuto, con il prevalere del senso sui significati, a scanso di ritrovarsi di botto alle prese con il daffare diurno della veglia. Il soggetto sognatore, a suo agio tra senso e desiderio, è uno scansafatiche che si gode lo spettacolo senza alcun interesse a misurare lo spazio o il tempo né a risolvere rebus.

Il soggetto del sogno per lo più tace, talvolta borbotta in risposta a una o un’altra figurazione caleidoscopica che estrae dalla memoria, formatasi sui bordi, al litorale di un mondo non più preverbale e non ancora verbale, regredendo comunque nella ripetizione di esperienze legate al lavoro linguistico primigenio di designare vocalmente le immagini significative delle qualità di cui si rivestono gli oggetti per avere qualche significato in ordine al senso.  Possiamo intendere ogni designazione alla stregua di un marchio, un brand, un logo, un’etichetta, e gli oggetti/significati reperibili come emersi da un mare di mistero: da farne qualcosa, al livello della coscienza, su una scala di senso, di bisogni ed ancor più di desideri. Oppure alla stregua di un sigillo apposto su un salvacondotto che assicuri all’immagine di poter entrare e prender posto sul palcoscenico del mondo simbolico. Perché possa avere inizio la performance di Sapiens. In questo, sappiamo che l’IO è, a sua volta, un attore, una maschera pirandelliana e un oggetto/significato.

Sotto questo aspetto, non c’è molta differenza tra il sogno vero e proprio e la rêverie, il sogno ad occhi aperti, anch’esso all’insegna della regressione.

D’altra parte, questo esempio di soggettività, è uno spettacolo unico, in cui possiamo non solo essere ognuno, ma anche ogni significato, ogni oggetto in scena, mentre ognuno e ogni oggetto può essere noi. Avrete provato qualche volta, nel coricarvi, a tentare di determinare nelle sue figurazioni un vero sogno, guardiano del sonno, non una fantasticheria ad occhi aperti: impossibile, no? Dell’inconscio, si può dire ciò che un boscaiolo bosniaco mi ha detto dell’orso: se lo cerchi non lo trovi per giorni, ma lui, se vuole, ti trova subito.

Si sarebbe tentati di dire che il “contenuto” dei sogni sia l’inconscio, sarebbe sbagliato: se c’è, c’è come è dappertutto nel mondo fatto di significazioni, il nostro. Il sogno è semmai la prova e la porta sull’esistenza di un linguaggio che ecceda le caratteristiche più ordinate del logos, un linguaggio/mondo, allora, possibile anche alla rovescia, come non vorremmo che fosse, in cui si esprima un sapere altro rispetto le lingue positive, pertanto inaccessibile per mancanza di una Stele di Rosetta, dimenticata forse nel deserto dell’anima primordiale, cioè di un 2 “logico”, miraggio speculare dell’impossibile uno-tutto -solo, ma già tale che in essa ogni significante esiga qualche significato e viceversa. Dimenticata là, accanto all’oggetto (a) inintelligibile, primo o ultimo significato. Possibile chiave di quella “porta”, chiave di lettura per una lettura possibile, però quasi incomprensibile, come la lingua etrusca o la scrittura minoica lineare-A, entrambe leggibili ma non intelligibili.

Se il nostro mondo esistesse come un insieme di tutti i significati, idea questa molto diffusa, l’inconscio non esisterebbe che come sfondo di immagini in attesa di significazione. Un equivoco nello sviluppo culturale che non attenderebbe Freud e la sua scienza del soggetto, unica possibile, fino a prova contraria… Nell’ambiguità del genitivo. Penso all’ignominia delle psicoterapie cognitiviste. Per non essere idealisti, come non siamo, ci affidiamo piuttosto ad una visione che sarebbe in linea con l’idea di “serendipity” (a proposito di neologismi…), non solo suggestiva o di moda, anzi, diventata oggi “scientificamente” paradigmatica per riportare in auge la casualità, la sorpresa, con la benedizione di Robert Merton, il sociologo più di tutti gli altri con i piedi per terra: casualità intesa come attiva, rimescolamento continuo del mazzo di carte (v. cap. SAPERE), non come ignoranza sistematica, come voleva, per esempio, Maxwell. Piuttosto ciò che fa dire a Picasso: “io non cerco, trovo”. Mi risulta che i fisici non rifuggano, a modo loro, da un dibattito teorico al proposito. Anche a loro viene il sospetto che, per le diverse teorie, si tratti di un gioco autonomo (ed inopinatamente fortunato) di significanti, di significati o, perché no, di numeri.

Torniamo a noi. Gli eventi percettivi, per essere conoscibili devono ordinarsi come oggetti/significati, siano pur virtuali o imprecisi, “in parallelo” con i significanti, le parole: beh, nel sogno siamo esentati dal controllare che ciò avvenga!

Ma se, sogni a parte, le percezioni, eventi prelinguistici, invece si ordinano come significati “in serie” con i significanti, possono aprirsi scenari psicotici. Sappiamo che il paranoico soffre per la mancanza di certezza che ogni parola abbia il suo significato stabile, che l’Altro non lo inganni celando la minaccia di un significato sconosciuto, mentre lo schizofrenico soffre per significati che non gli lasciano scampo, pesanti come pietre: entrambi vittime di immagini che non hanno trovato il loro rispettivo suono e di suoni che non hanno trovato la rispettiva immagine: di che si tratta se non di parole? Significanti e significati sensati per un godimento sufficiente, provvisoriamente appagante, che calmi i nervi.

Ricapitolando, per farci un’idea approssimativa dell’inconscio, questo furetto sfuggente ed elusivo che appare, e forse esiste, solo quando vuole e agisce a nostro dispetto, dobbiamo farci un’idea approssimativa del tempo logico della separazione/distinzione/individuazione, haeckeliano, sincronico, non cronologico, più simile al “momento” nel senso della meccanica, in cui abbiamo creato (immaginato) gli oggetti per sostituirli, nell’alveo del senso, alla Cosa materna nominandoli. Compresi noi creatori.  Ciò è avvenuto con un travaglio tremendo, pazzesco, non ci sono parole per descriverlo, non c’erano allora e non ci sono ancora, apposta di quel periodo non ricordiamo niente. È inimmaginabile quante parole inadatte a favorire il senso, inadatte a ricevere risposta, ad essere vidimate dall’Altro, abbiamo dovuto e dobbiamo scartare per arrivare a concepire un mondo in cui vivere.

Per farcene una ragione possiamo ricorrere alla teoria delle “strutture dissipative” dovuta allo scienziato chimico Ilya Prigogine, fondata su equazioni differenziali ma anche su metafore della termodinamica, oppure alla “teoria delle catastrofi” nelle curve di ogni sviluppo, dovuta al matematico Renè Thom (che, quando reputò di non essere più in grado di mantenersi al livello di prima, pensò di riciclarsi come filosofo, cioè a un livello che richiede meno intelligenza). Seguendo Prigogine, possiamo arguire che, finché c’è il sole, nel nostro mondo, la forma, dai e dai, vince sempre sul caos. Seguendo Thom, forse il nostro mondo non è il migliore possibile, ma di certo è il mondo residuale di altri possibili, un distillato delle loro morti e presunte risurrezioni in cui il loro sviluppo, talvolta catastrofico, ha preso forma diacronica riconoscibile. Le due visioni dei due scienziati sono compatibili tra loro.

Basta per poter credere che tutti gli scarti significativi, tutto quell’immenso resto di senso senza significato, non si è dissolto nel nulla, si è ristrutturato in modi tutti suoi e forme bizzarre che, con la potenza delle leggi non scritte e non scrivibili, in mancanza di significazioni in contesti ammissibili ed appropriati, si vendicano del nostro mondo così illusoriamente sensato e, dispettose, vi interferiscono.

Dietro ogni parola, non c’è solo l’insieme di tutte le altre parole che potremmo dire, ma, non meno attive nel condizionarci, anche quelle che non potremmo o non vorremmo dire. A scanso di spaventi inenarrabili.

Ma il lavorio di trattenere nella coscienza e nel logos i significanti che abbiano un significato in cui coesistano senso, godimento e Legge sintattica dell’Altro, scartandone altri, “fuorilegge”, continua anche dopo che si sia raggiunta, con l’uscita dall’infanzia, la competenza linguistica. Tuttavia, il solo risultato di questo lavorio, apparentemente meno terribilmente gravoso di quello iniziale, è che gli scarti vadano sempre a trovar posto nel linguaggio dimenticato, il discorso inaudito dell’Altro di cui la Legge sintattica è solo un aspetto tra altri, che può venir meno nei sogni.

Già nel capitolo SAPERE si è accennato al fatto che, come il sintagma sta alla sommità dell’ordine simbolico nell’assicurare che un discorso sia comprensibile e vi si possa riconoscere immediatamente un senso qualsiasi (senza il lavorio di decodifica cui ci obbliga il bambino quando ancora parla per olofrasi, con senso e significato compressi in un singolo termine), così è il primo a decadere in quell’involuzione regressiva che è tipica del sognare ma anche di ogni ritorno all’immaginario, a quella situazione intellettiva che si accontenta del primo significato che ogni cosa  sembra avere, scollegata apparentemente da tutte le altre e da quell’ordine delle loro relazioni che chiamiamo simbolico, ma che potremmo chiamare razionale o logico, da logos.

 

 LA SCIENZA

È curioso: nei suoi esordi, per quanto possiamo saperne, la scienza intesa come indagine, a valle dell’esperienza, su come sono fatte le cose del mondo, come funzionino, addirittura su cos’è il mondo, è nata elettivamente esoterica, volutamente riservata a pochi. Ebbene, salvo brevi periodi, tentativi benemeriti di divulgazione e petizioni di principio (di cui la Storia, in ogni campo è piena), sembra rimasta, in pratica, esoterica ancora ai giorni nostri; pur essendo, per paradosso, diventata, entro la cerchia variamente composta dei suoi addetti, l’istituzione umana elettivamente e comprovatamente più democratica e “laica” che esista. È anche notevole che non sempre la scienza abbia ritenuto necessario farsi causa di ricadute pratiche. In Cina, 3.000 anni fa c’erano già le competenze per costruire motori a scoppio.

Comunque, il sapere scientifico si è affrancato lentamente e per gradi da pratiche e metodi come l’arte, la magia, la meccanica intuitiva o empirica, la tassonomia osservativa, parallelamente all’adozione di un metodo tutto suo e diventato canonico con una rinuncia, di principio, a detti paradigmi del sapere. Nulla vale se non è verificabile/verificato e nessuna verifica vale se non è misurabile/misurata.

In questo scritto non cederò alla tentazione di fare dell’epistemologia e di avventurarmi a definire il metodo scientifico nelle sue pieghe logiche, nelle implicazioni antropologiche, tecnologiche, sociali, economiche e politiche, pur sapendo che molti si attendono dalla scienza addirittura proposte intorno a una norma del miglior vivere. Per restare nel tema, mi limiterò ad esaminarne il senso euristico, in quanto volontà e possibilità di sapere qualcosa che, per come se ne è parlato tra noi in passato, vada oltre il già detto.

Comincio con l’osservare che un vanto dà colore soggettivo al metodo scientifico, quello, per paradosso, di dovere e riuscire a mantenersi assolutamente oggettivo.

Se non voglio smentirmi o contraddirmi, devo ricordare, in base a tutto l’assunto dei capitoli precedenti, che il sapere oggettivo è quello del “quanto basta” per uno scopo specifico, un sapere che, apparentemente, abbiamo in comune con gli animali (e con i computer, ma è un’altra storia, già dibattuta tra noi), fatti salvi, per una nostra supposta superiorità: 1) lo strumento ideale della misurazione secondo unità convenzionali, 2) la possibilità di accumulare conoscenza con parole e scritti e, 3) last but not least, la facoltà di immaginare e costruire macchine come strumenti vari, tra i quali strumenti di supporto al suddetto strumento ideale di misurazione. Naturalmente, il primo strumento di misurazione, stando al filosofo Protagora, siamo noi stessi, corpo e parole.

Eppure, sembra che dalla scienza noi ci attendiamo ben altro, quello che non basta mai e non è misurabile, quella che, malgrado tutti i tentativi di oggettivarla, rimane soggettiva: la verità. Che non è la certezza, qualsiasi soddisfacente risposta a un dubbio contingente, ma la risposta che vorremmo definitiva all’eterno dubbio esistenziale sul mondo e soprattutto su di noi: la Verità come rimedio alla nostra mancanza ad essere parte della natura. In questa nostra mancanza a essere, nella natura un’eccezionalità, un cantuccio di campo in cui germina il linguaggio simbolico con la sua specialità di far crescere qualcosa, le cosiddette categorie, dove non c’è nulla, si erge il fantasma della Morte. Il simulacro di una cosa impossibile da sapere esattamente come lo è la Cosa primordiale dell’origine. Se la morte esista o non esista come ineluttabile e definitivo effetto di natura, cioè di là delle apparenze, è indecidibile, ma se c’è un rimprovero che possiamo rivolgere alla scienza, per esempio alla scienza medica, è di fuorviarci a questo proposito, com’era in uso ai tempi della philosophia naturalis, quando scienza ed ontologia erano quasi sinonimi nello stesso impegno di rispondere alla domanda di cosa sia una cosa. Il risvolto comico, oggi, è di intendere la morte per lo più come un errore di qualche medico.

Ma no, non è più la scienza, a volerci illudere: è solo un malinteso perdurante. Oggi non è più così, e non da ieri: già Newton non si poneva questa domanda, chiedendosi piuttosto come e perché le cose nel loro insieme funzionassero in una maniera invece che in un’altra con una precisione che solo una legge superiore ed ineluttabile, scritta nelle cose, poteva garantire. Una legge che se ne frega del nostro sapere o non sapere.

In seguito, tutti gli scienziati si sono convinti che l’ontologia non era adatta a loro e che tutto quello che cercavano, che dovevano limitarsi a cercare con il metodo esclusivo della misurazione, erano, a loro volta, misure, funzioni ed equazioni modellistiche del comportamento, in date condizioni (dette “stati”), di qualcosa che non si sa cos’è e non importa cosa sia. La cui esistenza oggettiva, è solo ex post, cioè purché abbia risposto a dovere, secondo ipotesi, alla chiamata di certe unità: unità di misura, costanti, variabili scrivibili nei calcoli come simboli privi di qualità. Basta che funzioni. Sempre in base al vecchio caro principium individuationis, protolinguistico: in sostanza, all’1 che non è 0 né 2 e non tratta qualità, distingue e basta.

In questo sviluppo della scienza acquistò sempre maggiore importanza la matematica e la fisica, ma non sempre gli scienziati hanno coscienza dell’ideologia, il cui nome, “riduzionismo”, si può leggere sul “rovescio” dei successi esplicativi (di regolarità eventuali verificate) e predittivi (sperimentali) di come funziona il mondo degli oggetti.  Indubitabili successi esplicativi che passano attraverso la scelta anti-olistica di ridurre gli oggetti, presi uno per uno, alle loro componenti sempre più piccole e numerose, un universale paradigma di ricerca (Kuhn) che fa capo oggi alla fisica delle particelle.

Per inciso, è forse il momento di spiegare perché usiamo così spesso questo concetto topologico di “rovescio”. Esso può rivelarsi più euristico, cioè più “utile per sapere”, del concetto di opposto: Il rovescio di una cosa è tutte le molteplici cause, per lo più nascoste e probabilmente infinite, delle quali è effetto il “dritto” della stessa cosa. Qualcosa può esistere come oggetto anche senza il suo opposto dialettico, ma non può esistere senza il suo rovescio!

Si è capito, a cascata, che le trasformazioni biologiche potevano avere spiegazione in modelli di chimica cellulare, che le reazioni e combinazioni chimiche potevano avere spiegazione in modelli atomici, che i modelli atomici potevano avere spiegazione in modelli di forze elettriche, queste in grado di condizionare particelle di là del mostrare esse qualche qualità materiale o energetica ondulatoria. Lo si è capito con ricerche sempre più sovrapposte, fino alla perdita di importanza delle ipotesi, come predicava Newton (“hypothesis non fingo”), in favore di un procedere, paradossalmente “primitivo” di trials and errors, eminentemente osservativo. Con questo “nuovo” metodo, in verità il più antico, mentre Newton le ipotesi se le rappresentava eccome, si va a disturbare un po’ meno miratamente il mondo micro di dette particelle e si vede l’effetto che fa, scoprendo un sacco di cose, dopo aver appurato che anche il cosmo, il mondo che sovrasta il nostro, umano, detto in fisica macro o meso, risponde anch’esso ai modelli micro. È bellissimo, a un certo grado di riduzione viene meno la seccatura delle qualità per le quali non si possono misurare treni e carote sulla stessa scala.

Un’avvertenza: nessuno ha mai visto una particella e la sua misurazione è tutt’altro che diretta come il calcolo con il pallottoliere. Se qualcuno “vede” la particella, è la macchina, immaginabile come un collega tecnico di laboratorio che deve interfacciarsi e permettere la visione su uno schermo (v. cap. SAPERE).

Ma gli scienziati non sembrano preoccuparsi, quanto, secondo me, dovrebbero, e so di ripetermi, di quattro fatti: 1) che le loro scoperte, da scientifiche, diventeranno, una volta date in pasto ad ingegneri fantasiosi, strumenti tecnologici variamente ed incontrollatamente fascinosi, peraltro da sempre testati per lo più nei conflitti bellici; 2) collegato al punto che precede, il fatto che i programmi di ricerca sono spesso effetti di cause che si impongono in quanto extra scientifiche e diventano causa a loro volta di effetti extra scientifici per lo più irreversibili, psicosociali, economici, ecologici; 3) ripetendo quanto già scritto, che l’immaginario umano ingenuo e collettivo, il senso comune in opposizione al buon senso, possa vedere in una linea progressiva di scoperte, una via simil-religiosa verso la Verità, cosa che essi sanno non essere vera, non che per le verità, neanche per le certezze; se non altro da quando, recentemente, hanno ammesso di misurare esclusivamente probabilità; 4) che il loro stesso desiderio li porta a poter fare a meno del concetto di qualità, poter fare a meno di ipotesi in proposito, rinunciando di conseguenza, per principio, ad ogni comprensione ontologica delle cose, una rinuncia  legittima e non priva di senso, ma che può aprire una porta d’ingresso alla magia e alle pseudo scienze, cioè un punctum minoris resistentiae per gli assalti delle armate Brancaleone nei cui ranghi militano gli scientisti che si fingono scienziati. Tali sono le cosiddette scienze umane, psicologia e compagnia bella; che invece, per un felice paradosso, potrebbero avviarsi ad essere vere scienze solo ammettendo di non esserlo. Forza dell’epistemologia.

Cito la risposta di John von Neumann allo studente che si lagnava di non capire una equazione con due derivate e due integrali: “non si deve capire la matematica, ci si deve abituare”. Che fa il paio con la raccomandazione di Richard Feynman: “non perdete tempo per tentare di capire la meccanica quantistica, se pure arrivaste a dire di averla capita vorrebbe dire precisamente che non l’avete capita: piuttosto calcolate, calcolate!”. Commento, il primo non poteva conoscere l’epistemologia sociale di Thomas Kuhn dei “paradigmi di ricerca”, il secondo la conobbe ma non volle tenerne conto, basta richiamare l’altra sua famosa battuta: “la filosofia della scienza serve agli scienziati come l’ornitologia serve agli uccelli!” …

È probabilmente intorno all’anno Mille che gli scienziati o i filosofi della natura hanno potuto tirare un sospiro di sollievo: i matematici cristiani ed islamici offrivano loro tutto quello che serviva per poter esulare felicemente da discorsi sulla qualità delle cose, appurato che ogni cosa ha in sé qualcosa di misurabile che torna ad ogni misurazione. Di utilizzabile, ma soprattutto, questo è il bello, che non si sapeva prima della misurazione. Vada a farsi benedire l’ontologia!

Vi ricordate l’interpretazione fenomenologica del sapere umano come giochi linguistici che abbiamo tratto all’inizio (cap. SAPERE) dal pensiero di quel logico tormentato che è stato Lidwig Wittgenstein? Quando, nel parlare o nel pensare estraiamo automaticamente (peschiamo senza sapere di farlo) un significante nel magma infinito dei significati, li categorizziamo, cioè diamo loro in sequenza un ordine per qualità e funzione, facendo qualcosa di simile a quello che fa un giocatore di carte mettendo in gioco una carta invece di un’altra. La sceglie perché ne riconosce la sua potenzialità diversa da un’altra relativamente alla legge del gioco. Per sua natura, un gioco è raramente solitario, l’ordine in categoria è piuttosto una domanda a un altro giocatore chiamato a rispondere ed è allo stesso tempo una risposta a un’informazione ricevuta.

Immaginiamo, ora, un bambino ignaro di qualsiasi gioco di carte, delle possibili regole, che sia attratto da un mazzo di carte per usarle in qualche suo gioco: trattandole come oggetti di pari valore, equiparabili, privi di misura valoriale e pertanto di qualsiasi qualità, le utilizzerà come dadi per farne qualcosa. Per esempio, un “castello” di carte, in un gioco che un adulto gli propone come alternativa a un vero gioco di carte, un gioco alternativo il cui senso appare essere quello di equilibrare la forza di gravità. Una necessità fondante la meccanica classica. Il gioco inizia di solito accostando due coppie, ciascuna di due carte contrapposte, in forma di V capovolta in equilibrio per contatto tra due margini corrispondenti. Una carta verrà posata a formare un piano elevato sulle due cuspidi. Verranno poi aggiunte progressivamente delle carte in più assecondando lo stesso schema operativo, alzando un “castello” su una base fatta di tante V capovolte, ottenendo una architettura simile, a sua volta, in facciata, ad una più grande e più composita V capovolta. C’è un limite, una carta in meno che, ove fosse in più, annichilirebbe l’intero equilibrio strutturale. Non c’è ordine al mondo senza un’eccezione, come dice un proverbio che confonde l’ordine con la regola che lo presiede, la quale, come ogni legge, deve ignorare l’eccezione idealmente e per definizione.  Quella carta, che deve essere in meno e non in più, rappresenta la verità operativa, del tutto empirica, pre-concettuale che presiede all’equilibrio del castello, ma una verità riconoscibile solo post catastrofe.

Notiamo che i vincoli imperativi, le regole imposte sub specie necessitatis e che ignorano a bell’apposta fattori contingenti, magari ambientali, tipo uno spiffero d’aria, si riducono a uno o due: aggiungi una carta per aumentare l’altezza della struttura. Finché non collassa. In base a questa binarietà ho visto castelli di carte che superavano in altezza il metro. Anche costruzioni monumentali come i termitai delle savane, le piramidi egizie, i templi antichi e le grandi cattedrali gotiche traggono la loro origine, ragione d’essere e ragione costruttiva, per così dire la loro soggiacente verità, da un novero limitato di vincoli preposti e presupposti.

Quando si vuole fare qualcosa di nuovo, di inedito, bisogna cominciare rinunciando ai significati convenzionali degli elementi costruttivi in gioco.

Naturalmente, non c’è nessuna verità, convenzionale o meno, quando, per esempio, si vede che la traiettoria anomala di una particella muta gli equilibri atomici nella proteina di un gene così da farsi un nome in fisica, se non per altro per due ragioni strettamente annodate: perché quella traiettoria e quella particella possono essere una stessa cosa senza essere una o l’altra, e perché l’evento micro è il significato di un campo di forze meno definito, non isolabile come un uno nei suoi limiti. Continuo, indefinito se non per difformità contingenti prima o dopo la loro osservazione. A meno di immaginare, e sarebbe comodo, l’universo come un uno, non solo, un Uno che sa qualcosa e che, a saperci fare, a porre bene le domande, ci dirà di cosa si tratta. Infatti, l’anomalia eventuale, l’eccezione che la matematica, per essenza e statuto, non ammette possa esistere, è, per la fisica, il segno di una variabile sconosciuta. La forza di gravità non è una forza, è una forma, insegna Feynman. Il satellite Nettuno non è stato scoperto con il telescopio, ma per deduzione matematica da anomalie delle orbite nel sistema planetario solare.

Presto succederà che, anche tra la gente comune, si diffonderà l’idea che noi e il mondo non siamo altro che onde o nubi di probabilità quantistiche che sveleranno la ragione sorprendentemente elementare della loro forma in risposta a delle domande che hanno la consistenza di misurazioni. Risposte che però, in questo immaginario ontologico e in questa ontologia immaginaria (soprattutto mia), poggerebbero sull’idea di continuità, quantunque definite e indagate necessariamente in via discreta, matematicamente.

Quando abbiamo cominciato a sapere, mi riferisco alla prima parte del capitolo LE ORIGINI, c’è stata una separazione nell’indistinto, ma anche una successiva alienazione di ritorno in un due, corpo materno et infante, prototipo delle individuazioni per cui l’uno non è l’altro, senza che altro si conosca di là di un presentimento di esistenza nel rispecchiamento occasionale, simmetrico, “gestaltico”. Ma questo non significa il monolitismo di un corpo senza organi, che, per un giro logico vizioso sarebbe prima di ogni nostro sapere, essendo cioè una essenza o una immagine metafisica. In questa prima individuazione è già il linguaggio, o almeno, come detto, il suo pre-sentimento.

Dopo aver scoperto il due, non si torna indietro, la Verità si è persa dietro di noi, lost in translation; al massimo può erigersi nuovamente di fronte a noi come un due fatto di moltissimi scindibili uni, per un verso il vocabolario e per un altro il fantasma riduzionista della scienza moderna. Quello che rimane della verità è quel meschino oggetto  (a) minuscolo (v, cap. IL SOGGETTO), forse qualche residuo corporeo con-fuso in qualche evento sensuale infantile, qualcosa che abbiamo perduto e che sogniamo di conoscere a tutti i costi, senza sapere che senza quel rimasuglio misconosciuto, qualora rientrasse in nostro possesso, nulla potremmo sapere: la completezza del mondo ante o post la distinzione significante, per fortuna non può essere: il “sapere assoluto”, completo e fatale, della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel, infine sarebbe nullità di sapere. Come lo sarebbe il godimento assoluto (ed incestuoso) cercato spasmodicamente nelle normali e meno normali perversioni. Nel due metafisico ci attende la fatica di dover produrre verità novelle, che spesso si rivelano transeunti, oppure la parodia di quella perduta, facendoci dubitare che si tratti di fatica persa in una partita persa in partenza: scettici di tutto il mondo, unitevi! Non avete molto da perdere. Di fronte alle costruzioni eccelse, ai templi che fanno ombra agli dei, ai castelli di carte alti un metro e alle grandi teorie generali, la stupefatta ammirazione può cedere alla curiosità su quale sia stata la spinta iniziale. Il termine che si usa in questo caso è “contestualizzare”: andare a vedere il rovescio, ovvero tutto il resto, con il sospetto di potervi trovare motivi assai più semplici del previsto.

Ma credo di dover chiarire che non sto predicando che la scienza non abbia nulla di che conoscere circa la verità, ci mancherebbe! Soprattutto se, giudiziosamente, mettiamo verità al plurale, in categorie, in ossequio all’idea di complessità, surrogato moderno dei misteri divini, Delle verità si può essere amici o nemici, vagheggiarle o mistificarle, e certo gli scienziati si attengono alle due prime ipotesi di alternativa etica. Tuttavia, non possiamo far finta che la verità sia un valore primario, mentre, per logica, è secondario, tale da presentarsi come ciò che risponda essenzialmente alla incertezza originaria (“metafisica” a differenza di tutte le altre innumerevoli incertezze, sia della vita quotidiana sia della fisica) sempre e necessariamente presente nella vita umana, come riscontrabile nella sua fenomenologia. E, d’altra parte, dobbiamo ricordarci che nella Storia la ricerca della verità ha animato, su un piano spirituale, non solo i filosofi della natura, ma anche gli slanci delle mistiche e dei visionari che sembrano aver cambiato di tanto in tanto la Storia stessa, e che ha animato del pari e, dopo tutto, ancora anima, le trovate dei mistagoghi e degli sciamani che, travestiti da psicologi, medici, esperti di ogni genere, continuano a darsi da fare.

Tale ricerca impone a tutta una cultura la preminenza della verità nelle sue scelte e ha creato principi etici e una moralità che è oggi per la scienza una condizione riconosciuta di esistenza. È quanto dicevo a proposito della democrazia nella sua cerchia. Ma la verità nel suo valore antropologico resta estranea all’ordine della scienza. La scienza può onorarsi e si onora di allearsi con la verità, può dirsi animata dalla verità, come possiamo dirci tutti, ponendola come suo valore e come suo oggetto di ricerca nel suo fenomeno transitorio ed apparentemente progressivo, tenendo conto del fatto etico che il suo significato più condiviso è di opporsi alla menzogna (anche se io penso che spesso ne sia il rovescio inconscio… O addirittura che finzione e autoinganno siano la regola del nostro comportamento, in quanto simbolico). Ma, per nessuna ragione la scienza può identificare un paradigma o una categoria “Verità” per farne un senso del suo fine scientifico, ovvero di giustificazione della sua esistenza.

Torniamo ora a quanto scrivevo nel quinto paragrafo di questo capitolo, punto 3), sulla facoltà della scienza di immaginare devices. Con una ennesima premessa (qualcuno ha definito lo stile delle mie argomentazioni un fiume che esonda dagli argini): credo che due aspetti della natura disturbino uno scienziato che non sia più un filosofo della natura intento nella sua ricerca: la continuità e la qualità.

Dalla prima, ne ho già fatto cenno, lo scienziato ha preso le distanze storicamente privilegiando il calcolo e la misurazione: progressivamente, ma pressoché in via definitiva al tempo di Galileo Galilei, Il calcolo infinitesimale creò una parodia accettabile di continuità naturale.

Dalla seconda invece si dimostra molto più difficile prendere le distanze in generale, causa la presenza degli oggetti, senza i quali non saremmo (v. cap. IL SOGGETTO) e le cui qualità ci dovrebbero dire quanto più e quanto meno utili e degni possono essere per i nostri scopi umani, come dire quanto della nostra soggettività è alienata in essi.

Un po’ meno difficile è stimare la qualità delle macchine, dato che esse vengono al mondo per l’intervento di un “Demiurgo”, sia egli uno scienziato, un ingegnere o uno, come, per esempio, Federico Faggin, che lo è entrambi … Come pochi, tra gli inventori della AI.

Ma eccoci alla questione annunciata: qual è il rapporto tra la scienza e le macchine?  La risposta è immediata e può lasciarci interdetti: necessario.

Le misure di mediazione vettoriale, il “momento”, tra la forza motrice e l’azione della macina del mulino in epoca storica sono composte dalle misure definite nelle macchine più semplici, la ruota, la leva, il demoltiplicatore dei giri ecc., macchine già conosciute nel neolitico, mentre il piano inclinato doveva già avere le sue misure di inclinazione nel paleolitico. Ma anche una scure fatta legando una “amigdala” all’estremità di un bastone può dirsi una macchina. Ma anche una selce scheggiata su due lati, il chopper del paleolitico superiore, può essere analizzata come accoppiamento di due piani inclinati ideali contrapposti con funzione negativa di penetrazione, non senza un calcolo di dimensioni ergonomiche e del margine tagliente: se sembra essere effetto di un calcolo è un manufatto macchinico, altrimenti è un ciottolo indistinguibile o magari lo scarto di una cava.

Ma la questione mi pare sia quanto il nostro antenato e noi stessi impariamo l’intelligenza, quella che dovrebbe venire prima dei saperi, dalle macchine, dai nostri strumenti: molto, se non tutto, se solo li intendiamo come estensioni dei nostri organi percettivi prima che dei nostri organi ergonomici. Peraltro, non dovremmo mai dimenticare che le prime misurazioni meccaniche traevano le loro unità di paragone, oltre che dalle fasi geo-astronomiche (mensis– mese- mensura), dagli organi del corpo che, a loro volta, possono essere intesi come devices. Un ricordo semantico di ciò rimane nelle misure cosiddette “imperiali”.

Incredibilmente e per caso, solo nel 1906 riapparvero alla luce gli scritti di Archimede di Siracusa sul metodo di induzione geometrica ispirato alla e dalla meccanica, contenuti in una lettera che lo scienziato scrisse nel III sec. a.C. al collega Eratostene, allora direttore della Biblioteca di Alessandria. La lettera, trascritta su un palinsesto e in parte cancellata per sopra scrivervi delle preghiere in epoca bizantina, fu scoperta da un Paleologo greco a Gerusalemme dove era rimasta per secoli fino ad essere trasferita a fine ‘800 ad Istambul, dove un filologo danese, tale Heiberg, rovistando in un deposito di merce in arrivo, trascurato nella biblioteca di un convento, la vide e, con un colpo di genio, ne indovinò l’importanza per la storiografia scientifica.

La lettura del testo anticamente conservato, già copia postuma di un millennio dopo l’originale, fu resa possibile con un esame radiologico. Riporto i passi più importanti attinenti alla questione di cui sopra.  “Archimede ad Eratostene, prosperità! Ti ho mandato precedentemente certi teoremi che avevo scoperto limitandomi a darti gli enunciati e invitandoti a trovare le dimostrazioni che io non avevo ancora indicato … Ma prima ho giudicato opportuno di descrivere e di sviluppare in questa lettera le proprietà caratteristiche di un metodo che ti permetterà di affrontare certe questioni matematiche con l’aiuto della meccanica. Io sono persuaso che questo strumento può servire anche per la dimostrazione dei teoremi; certe proprietà in effetti, che mi erano apparse evidenti da un punto di vista meccanico, sono state poi dimostrate geometricamente… È più facile costruire una dimostrazione conoscendo preliminarmente le proprietà che si vogliono dimostrare e che si sono conosciute con questo metodo piuttosto che cercare delle dimostrazioni senza nessun riferimento…”

Mio commento: non c’è dubbio che tale metodo consista primariamente nell’uso di una macchina da cui conseguano osservazioni sul funzionamento e sulla geometria euclidea disegnata nei suoi componenti, ritenendo la geometria euclidea propedeutica ad algoritmi. Cioè, il termine non esisteva ancora, a ogni procedimento logico progressivo interpretativo.

Ogni calcolo direttamente empirico impone al mondo un’alternativa di essere o non essere (v. cap. SAPERE), per metafora matematica, tra 1 e 0, mentre una misurazione indiretta, da mettere poi eventualmente alla prova della validità previsionale come individuazione di regolarità che possano tradursi in qualche legge fisica, accetta che, fatto di una misura qualsiasi il numero 1, cioè chiamando così, convenzionalmente, una quantità, l’alternativa netta sfumi in grandezze numerali di ogni genere (matematico) nella considerazione che esistenza ed inesistenza oggettive siano quantità concepibili solo in base a calcolo infinitesimale, con numeri privi di qualità in sé tanto quanto le carte da gioco del bimbo innocente del nostro apologo o le biglie del pallottoliere, ma, proprio per questo, infinitamente, indefinitamente o innumerevolmente disponibili per qualsiasi equivalenza in cui immettere qualche grandezza incognita, a patto che tutte le grandezze in ballo (in gioco) misurino oggetti appartenenti alla stessa classe per qualità.

Non è difficile, basta fingere che le qualità non esistano.

A questa finzione si presta benissimo l’idea del filosofo Democrito di interpretare le cose d’esperienza, dopo averle individuate, cioè distinte una per una secondo qualità, in maniera atomistico/riduzionista, cioè come composte di parti innumerevoli e piccolissime. Un grande successone di sapere oggettivo, se le si raggruppa in insiemi per facilitarne la matematica, cioè per renderle riconoscibili tanto da poterne scrivere misure e relazioni da offrire al nostro desiderio di sapere, soprattutto se si tralascia di riaggregarle per restituirle alla qualità. Ma il metodo ha abbastanza successo anche nel caso che lo si faccia, cioè si trasferisca il sapere “dal micro al macro” affinché possa rispondere a domande pratiche.

Se intervengono degli intoppi nelle equazioni, interviene a soccorso qualche “costante” per appianarli. La costante principessa, in fisica, è la velocità della luce, primaria rispetto alle altre costanti (compresa quella, formidabile, di Planck). Poiché ogni informazione fruibile per sapere che viaggi nella physis, cervello compreso, non può viaggiare nel tempo e nello spazio ad una velocità superiore a quella della luce che rischiara la nostra intelligenza, questa costante primaria segnerebbe in pratica il limite della nostra possibilità di sapere.

La creazione di macchine complesse impone siffatte misurazioni sia per progettarle che per ottimizzarle funzionalmente. Ed ecco l’ennesimo paradosso: il calcolo empirico, meno fine, ancorato a ciò che è o non è, surclassato in utilizzo dal calcolo infinitesimale di funzioni e vettori tra assi cartesiane e in tempi più moderni dalla probabilità statistica, è tornato come una Nemesi nei bit di informazione che formano gli algoritmi in ordine a fare agire le macchine meglio di noi.

Tra queste, hanno sempre più importanza le macchine finalizzate a misurazioni accurate, altrimenti, data la piccolezza o l’enormità di ciò che si misura, troppo ardue ed imprecise. Per i fisici dell’epoca di Einstein questo fatto ha avuto implicazioni teoriche impreviste.

La faccenda che rimane un po’ ostica per la matematica è, come abbiamo detto anche altre volte, la continuità qualitativa delle nostre percezioni soggettive, speculari a quelle degli altri e a ogni aspetto qualitativo (e misterioso) degli eventi causa di percezioni. Trasformazioni continue di immagini preverbali su un nastro di Moebius o in un cubo di Necker. Si ha un bel mandare in giro l’uno immateriale ad indagare la materia, a chiederle risposte: prima o poi la risposta sarà lo zero (concettuale, v cap. SAPERE) entropico/caotico come condizione d’esistenza di entrambi, del numero e della materia. Insomma, cercare di spiegare su base atomica il comportamento del più semplice degli organismi è partita persa, ma lo è anche cercare di spiegare e prevedere su base atomica gli eventi atmosferici che causano la pioggia.

Pare che ben aderente al mondo delle certezze continui ad esserci il mondo di “un certo non so che” e il mondo del “quasi”, come se l’annodamento e l’intreccio tra oggettività e soggettività (v. cap. SAPERE)  fosse meno stretto di quanto sembri e consenta scelte di gusto per l’uno o per l’altro approccio alla realtà, tenendo conto però del fatto che una scelta di gusto, come prospettata nella “Critica della Ragion Pratica” o, non ricordo bene, nella “Critica del Giudizio” di Kant è eminentemente soggettiva (v. terzo paragrafo in questo cap.) anche per gli scienziati che, con tutta evidenza e semplicemente, hanno maggiore propensione per il mondo delle quantità e delle discontinuità che per quello delle qualità e delle continuità. Ma, per metafora, cioè mutatis mutandis, non si adeguano così al bambino del nostro apologo che vuole costruire qualcosa, un castello, una teoria modellistica, senza badare alla qualità delle componenti, all’insegna di “purché funzioni” fino a quando forze gravitazionali, attriti, interferenze a lui interne o esterne non prevalgano?  Non so il perché di questa scelta, deve dipendere dall’inconscio.

D’altronde, i fisici non ignorano il fatto che la materia, se dimentichiamo per un momento l’essere, in qualunque modo la si pensi, è la stessa, più che contigua, nel cosmo e nei nostri corpi. Il fisico Federico Faggin immagina la stessa co-essenza come trasferibile dalla materia allo spirito, comunque due cose di cui, per la verità, si sa poco.

Ed ecco un altro paradosso: consegnandosi alla matematica più sofisticata, i fisici, scienziati quasi per antonomasia, dopo aver accettato di scambiare le cose con le loro misure, dopo aver sposato l’idea del riduzionismo e della modellistica micro,  dopo aver giubilato per avere spiegato molti fenomeni del nostro mondo macro e di quello ancora più macro dell’universo stellato con questa metodologia, hanno dovuto vederla scontrarsi con l’irriducibilità della cognizione del vecchio caro spazio e del vecchio, meno caro, tempo, nel “macro” come noi, ma che, a un certo grado di riduzione semplicemente scompaiono all’osservazione lasciando campo libero alla indecidibilità (caotica) come estremo effetto di misurazione. Senza che perciò venga meno la stessa incertezza relativistica sulla causalità gravitazionale alla quale si vuole rispondere con il riduzionismo e alla quale i cosmologi si affannano a dare risposta, nella certezza (dopotutto “ideologica”, al pari della scelta riduzionista) che essa non scompaia, atteso che la natura micro, atomistica dell’incertezza è la stessa in ciò che si vuole misurare e nel misuratore. Dell’uno è il resto ineliminabile che, se vogliamo, può avere nome di complessità, nient’altro che un luogo e un tempo delle eccezioni cui apparteniamo.

La scienza è astuta, sa come cucinare gli avanzi, ha utilizzato lo scacco dell’indeterminazione di Heisenberg per dare la stura al paradigma quantistico, vera apoteosi della misurazione che, diventata probabilistica, è più realista di ogni altro metodo osservativo/ cognitivo. E lo è con compiacimento di tutti, me compreso, giacché non siamo più esclusi dall’olismo della natura e, al caso, degli stati quantici e della funzione d’onda. In questo rientrare, almeno nel mondo delle quantità oggettive, se non in quello delle qualità panteistiche, può acquietarsi la nostalgia per un senso introvabile (altrimenti che nel NOSTOS stesso).

La scienza è astuta, ma non si sa ancora cosa saprà fare dell’”entanglement”, l’intreccio continuo delle qualità (stati quantici, per i fisici). Al massimo, credo si possa arguire che entangled, più che gli spin elettronici, siano le loro misure locali negli strumenti che ce le dicono, il che non è dire lo stesso. Intanto, è lecito pensare, non senza un po’ di vertigine, che qualsiasi cosa al mondo corrisponda a uno stato universale, spogliata delle determinazioni spazio/temporali comunemente fenomenologiche nella dimensione in cui viviamo.

Per il momento, pare che nel castello di carte in sé insignificanti (absit iniuria verbo: in sé, senza che il misuratore la giustifichi, cioè senza qualità assegnata dalle regole, ogni misura è insignificante), che abbiamo paragonato ad una teoria scientifica che non escluda l’evenienza di nuovi paradigmi di ricerca (che la rendano futile senza invalidarla), pare che l’entanglement sia la carta che deve essere in meno per non dovere o potere essere in più.

A meno di non saper scrivere un’equazione che renda ragione del fatto che, come il tempo è locale oppure non è, così lo spazio è istantaneo oppure non è.

La gran parte di ciò che abbiamo scritto sulla scienza riguarda la scienza moderna che, databile dall’epoca di Galileo ha avuto i suoi trascorsi e i suoi mutamenti di paradigma: in fisica, per esempio, dalla meccanica classica a quella atomica e subatomica, poi da quella relativistica di Einstein a quella della fisica quantistica di cui, da profani, abbiamo avuto or ora l’ardire di scrivere nei precedenti paragrafi ciò che ci passava per la testa. Per non parlare dell’astrofisica o della cosmologia. In chimica si è accettata una certa subalternità euristica nei confronti della fisica. In biologia il salto qualitativo più importante è stata la genetica. In medicina la scoperta degli antibiotici e dei fattori immunitari. Poi le scoperte e le invenzioni sui motori termici, l’elettricità, le telecomunicazioni, i calcolatori elettronici, i razzi lunari.

Sono cose strabilianti, spettacolari, per un’idea generica del desiderio di sapere che dà alla nostra specie, Homo, il nome attributivo ma forse soprattutto augurale, di Sapiens, avendogli già dato il nome di Faber (delle “macchine”, nelle quali, come intuiva Archimede, non si sa quanto sapere è contaminato da noi e quanto, di ritorno, ci contamina da esse).

Ma credo che, di tanto in tanto, ci chiediamo se altrettanto strabilianti siano stati gli effetti della scienza nella vita comune, in ciò che è riassumibile nella formula “norma del vivere migliore”. È una formula che va di passo con un’altra, ancora più problematica, “pacificazione dell’esistenza”.

Il nostro pensiero va a un possibile confronto tra la fede entusiasta nei progressi della scienza e le comprovate ricadute pratiche, ovvero tecnologiche, di questa nei progressi delle civiltà umane, siano pure questi da intendere in senso relativo, addirittura soggettivo, come aspettative mediamente gradite da una o un’altra compagine umana. Alla fin fine, c’è altra maniera di misurare il progresso civile storico?

Ma non è forse diventata pressoché universale la moda di confrontare costi e benefici calcolandone la proporzione? Sì, nei cinque secoli che hanno visto la cavalcata della scienza moderna, in molti luoghi del mondo, quasi in tutti, e in molte popolazioni, quasi in tutte, la speranza di vita è quasi raddoppiata, ma di altri grandi successi nell’incremento medio della felicità umana (locuzione desueta, soprattutto perché non facilmente misurabile, viziata com’è da soggettivismo…), non mi viene in mente alcuno. Se viene in mente a voi, vi prego di comunicarmelo. Intanto, ci sarebbe da riflettere sul fatto, sembra appurato, che una gran parte di morti ritenute premature è attribuibile causalmente all’uso diretto o indiretto della tecnologia, cioè alla sua invasività nella vita pratica.

Tornando alla scienza più pura, teorica, c’è una novità: nei metodi dell’indagine scientifica che sempre più sembrano dipendere dal paradigma riduzionista, affiora ultimamente una digressione imprevista che invece sembra poter minacciare l’equilibrio di detto paradigma così felice della sua potenza esplicativa.  Come sempre, è stato un intoppo a determinare un primo scostamento di rotta: i ricercatori in ogni ambito scientifico si sono accorti che si poteva pensare ogni oggetto dei loro sforzi ontologicamente esplicativi come composto di elementi di scala sempre inferiore fino ad arrivare agli atomi, ma che le leggi o le regole del funzionamento valide a  quel livello di riduzione perdevano pezzi efficienza esplicativa per i livelli meno ridotti, cioè  passando, per esempio, dalla fisica alla chimica, dalla chimica alla biologia, dalla biologia alla zoologia o alla botanica, da queste all’antropologia e poi alla psicologia, alla sociologia, all’economia, alla politica…Non fosse così non si spiegherebbe come mai esistano ancora, oltre ai fisici, fior di specialisti  chimici, biologi, ecologi, etologi, ecologi, meteorologi, ingeneri vari, sociologi, politologi, economisti, ecc.

Le cose del mondo sono complesse e in tale complessità ci sono livelli diversi per quantità e modi di osservazioni possibili che rendono necessaria la coesistenza di paradigmi scientifici in cui valgano presupposti interpretativi diversi, cioè leggi diverse di codifica e decodifica dei fenomeni osservabili ai diversi livelli. Leggi, ovviamente, alla fin fine, operative.

Un valente fisico addetto all’implementazione di AI, nato dalle nostre parti, Nello Cristianini, anche ottimo storico della scienza, ha recentemente scritto un libro in proposito e ha ricordato chi per primo, il fisico Philip Warren Anderson, negli anni ’70 del secolo scorso “mise il dito nella piaga” dell’eccessiva fiducia nelle possibilità esplicative e predittive del riduzionismo e della fisica delle particelle, atomica e subatomica. Un fatto curioso: Anderson, morto vecchissimo pochi anni fa, era un fisico degli stati semi-solidi, della materia, per i quali studi ebbe il Nobel, eppure, quasi per caso, scrisse un piccolo articolo, ma dirompente, di epistemologia, intitolato “More is Different”, in cui ci avvertiva che “la psicologia non è biologia applicata, la biologia non è chimica applicata e la chimica non è fisica applicata”, cioè che ogni livello di complessità richiede i suoi concetti e le sue leggi. In ciò si può vedere una gerarchia in cui disporre le scienze in una scala lineare, che ci obbliga a considerarle separatamente, ma poi ci consente anche di metterle a confronto per possibili operazioni di sintesi in vista di nostre utilità dei più svariati generi.

Detto in altra maniera, all’incontrario, se noi scendiamo di gerarchia, per esempio dalla zoologia organicistica alla biologia molecolare, da questa alla chimica e infine alla fisica, sempre entro il paradigma riduzionista, troveremo una quantità sempre maggiore di componenti elementari finché vi ci perderemo e capiremo che la capacità di ridurre tutto a semplici leggi fondamentali con cui mappare necessariamente le relazioni tra i singoli elementi, non implica la capacità o la possibilità di partire da quelle leggi e ricostruire il nostro mondo.

I nostri concetti sono sempre relativi e proporzionati alla quantità di cose che vogliamo prendere in considerazione, cioè, sempre e comunque: “more is different”.

Questa verità rivela tutta la sua importanza quando si impone la necessità di avere ben chiaro ciò che si sta facendo nell’implementare la AI a livello di enormi reti neuroniche che simulino in una elettronica controllabile i passaggi sinaptici, così da rendere attuabili deep learning machines programmate in Recursive Self-Improving mode: si arriva a un certo punto di complessità per quantità di connessioni interne da rendere impossibile rendere ragione dell’output in base a ciò che si può arguire a livello di input. È uno dei tantissimi casi in cui la quantità diventa qualità.

Conviene allora interpretare ciò che la macchina ci dice come se provenisse da un’intelligenza naturale e trattarla alla stessa maniera per nuovi input, rassegnarsi cioè al fatto che noi non agiamo a seconda di come le cose sono ma a seconda di come ci sembrano. Ci ritorneremo.

Prima di passare ad un altro argomento che dia luogo a un altro capitolo, vorrei specificare la questione del “quasi” (v. cap. SAPERE) e del fatto che alla scienza per lo più ripugni quel mondo soggettivo e agogni o pretenda che si possa confinare il sapere nel mondo oggettivo delle idee chiare e distinte come quelle che voleva Cartesio: un mondo in cui viga la disgiuntiva latina aut e non ci sia posto per il vel. È una preferenza in ogni ramo della scienza, dalla fisica alla medicina, e talvolta può apparire non del tutto confacente.  Ma se ne sono accorti i fisici prima degli altri addetti alle altre scienze, per esempio, dei medici nel loro fanatismo di dare nomi precisi a organi, tessuti e patologie.

A questo proposito posso raccontarvi un aneddoto personale. Ricoverato in ospedale per uno dei malanni della vecchiaia, una dottoressa ebbe l’incarico di rivisitare la mia anamnesi e mi chiese se fumassi, al che risposi, pensando, chissà perché, a un lasso di tempo circoscritto e relativamente recente: “solo saltuariamente una sigaretta dopo un pasto, se me la offrono…”. Fu un lampo: fulminandomi con un’occhiata severa, come si guarda un mistificatore, disse e scrisse: “fumatore”.

 ETICA

Pare certo che ci sia un qualche savoir vivre, una “buona educazione” negli animali (v. cap. LE ORIGINI), lo chiamiamo etologia, con l’improprio suffisso da logos, come ci fosse stato anche negli ominidi. Il che fu per milioni di anni prima dell’avvento della nostra civilizzazione, detta anche cultura, in senso lato, Kultur, più o meno progredita, più o meno feroce, sempre improntata a valori mascolini, ma comunque simbolica. Di certo, nel mondo di Sapiens, una buona educazione etologica fin dall’inizio non ci fu più, supplita da un’etica o da un’altra etica, tutt’altro che uniformi nel tempo e nello spazio. Ci sono ancora in qualche recesso sul pianeta alcuni gruppi umani che sopravvivono in forme culturali tipiche del neolitico, ma non per questo meno culturali, meno fondate nel linguaggio simbolico. Tra il bene e il male.

Del tutto incerta pare essere la nostra predisposizione al saper vivere bene e pacificamente, perché, essendo noi uno zoon politikon (v. cap. UN CERTO NON SO CHE), il nostro comportamento dipende da quello altrui, meno facile da prevedere degli eventi atmosferici come la pioggia della nostra metafora d’apertura (v. cap. SAPERE).

Saper vivere, cioè, come animali politici, sapere come comportarsi nel miglior modo possibile con gli altri, pensando alle conseguenze a medio/lungo termine, non è sempre e per tutti un assillo, solo dei più previdenti, che sanno come tutto ciò che facciamo ha riscontro in ciò che faranno gli altri ed è esattamente questo che determina il nostro migliore o peggiore vivere.

Nella Storia, oltre alla politica, ci sono state diverse agenzie specializzate nel proporre la norma del vivere migliore, rapportandola all’etica, cioè al comportamento con gli altri: la filosofia, il consiglio degli anziani, la religione, gli spot pubblicitari, la sociologia, ai giorni nostri soprattutto la scienza. Tanti si sono affannati e si affannano intorno alla formulazione di detta norma, senza che vi sia accordo su una o sull’altra tra quelle escogitate. In questa confusione non conviene essere troppo sofistici, a rischio di aumentarla, conviene cercare un minimo per esclusione, per via di togliere. Annotiamo che la norma si svolge su due assi, la materialità e la spiritualità. Sul primo asse l’etica riguarda il sopravvivere, primum vivere, deinde cogitare, sul secondo, l’etica prende il nome di moralità: nient’altro, secondo me, che l’etica che vorremmo riscontrare negli altri.

Scordiamoci che l’etica sia continuamente un nostro assillo, ben più di essa vale la riconoscibilità sociale.

Abbiamo scritto in precedenza (cap. UN CERTO NON SO CHE) che una specialità umana è il voler prevalere. Ora individualmente ora come gruppo. Si può generalizzare e attenuare in un voler essere riconosciuti come eminenti tra i significati, cioè come un significato particolare che suoni come significante: Io, Ego, Ich, I, Je, etc., Noi, Nos, Wir, We, Nous etc. Essere riconosciuti anche perché sono gli altri più competenti a dire chi siamo. Se il servo del centurione di Cafarnao (V. Matteo, 8: 5-13) corre lesto come un soldatino quando il padrone gli dice vieni e quando gli dice va, è perché sa di essere il servo, non perché il centurione disponga del talismano che immagina debba avere Gesù (telesma, magia a distanza), altrimenti l’ingiunzione imperativa forse non funzionerebbe così bene.

Tutta una convenzione sociale, che può coincidere con una tradizione oppure con una legislazione, è chiamata a validare e garantire le funzioni e i ruoli sociali, ma, in fondo e prima di tutto, la stessa convenzione sociale è spesso a garantire la validità di ogni nostra rappresentazione posticcia di realtà nel chiasmo di senso<>significato, facendo da parodia dell’Altro. Parodia, perché questo Grande altro, un’agenzia della verità, specialista nel produrre un conformismo diffuso nei rapporti (scambi) sociali da gabellare come norma del vivere migliore, in rappresentanza di tutti o quasi tutti gli altri, ha il suo altro nell’individuo, elemento di una collettività, mentre non c’è Altro dell’Altro, alterità assoluta, quandanche fosse interiorizzata. Definibile allora, con neologismo, “estima”, interiore ed esteriore allo stesso tempo (logico, non cronologico). Talvolta come Legge, una legge silente ma tutt’altro che conformista o moralista, in essa nessuna opzione, nessun articolo, ci può mettere al bando. Invece il messaggio del Grande altro paludato da Grand jury, nello sforzo di sembrare indiscutibile, è “in viva voce”, ed è, soprattutto, la pubblicità: guai a noi se non siamo all’altezza!

Per paradosso, darsi da fare per essere reputati speciali ed unici per qualità personali è una sciocchezza, atteso che non possiamo non esserlo, sia pure “larvati” celatamente sotto il ruolo assegnato, ma non c’è dubbio che il nostro prossimo sia ben attento a rilevare le nostre particolarità. Specialmente quelle più criticabili…

Una scorciatoia sul cammino dell’etica, del sapere come comportarsi soprattutto nelle situazioni più dubbie, potrebbe essere quella di sottomettersi al diritto positivo emanato storicamente attraverso le sue istituzioni in cui le leggi vengono iscritte. Andrebbe bene se le leggi fossero scritte in conformità con un diritto naturale universale, che però non esiste e non è mai esistito se non nella testa di qualche giusnaturalista. Se andiamo a leggere qualche fautore dell’esistenza del diritto naturale dobbiamo concludere che tale diritto o è quello divino oppure è “la legge della jungla”, prelinguistica e prima dell’uno che non può essere senza l’uno in meno, cioè senza di noi. Le fantasie illuministe sul “buon selvaggio” non hanno riscontro nella fenomenologia umana.

Scartiamo entrambe le ipotesi giurisprudenziali, non senza osservare che, qualora accettassimo l’una o l’altra delle due declinazioni della legge, quella scritta da Dio o quella inscritta nella natura, non si sa quanto nella storia umana i loro rispettivi effetti pratici siano stati e siano da preferire. È più facile convenire con l’affermazione della scrittrice Elsa Morante: “la Storia? Uno scandalo di diecimila anni…”

Per l’etica, sottomettersi alla legge positiva non varrebbe oltretutto per ragione logica, perché inficerebbe l’etica stessa in quanto esercizio di responsabilità, per come viene pensata comunemente. Intanto le leggi sono scritte dal padrone, chiunque lo impersoni a fronte dei sottoposti, e non serve dire molto altro in proposito. Poi consente a chi è preposto a renderle efficaci sul campo, di appellarsi ad esse o nascondersi dietro di esse per compiere impunemente grandi e piccoli misfatti. Ci sarebbe, in alternativa, la coscienza morale interiore, ma essa appare poter assumere troppe forme: auto giustificativa, auto punitiva, troppo elastica e relativa, troppo rigida ed assoluta.

Sull’attesa in voga nella modernità, che sia la scienza ad escogitare le norme etiche, restiamo in attesa, niente in contrario, a patto che ci sia spazio per una scienza del soggetto, e non serve che vi dica quale, dal mio punto di vista, sembrandomi l’unica possibile come pratica, ricerca e corpo dottrinale.

Non voglio girarci troppo intorno, secondo me la norma del miglior vivere è semplicissima: essendo tutti/e “parlesseri”, sta nel riconoscere nel prossimo il soggetto nostro speculare, con tutte le implicazioni buone e cattive, di grandezza e miseria, escatologiche e scatologiche, maschili e femminili, salvando l’ipotesi che esse siano universali e in gran parte il riflesso di un sapere che non si sa di sapere e per lo più non si vuole sapere, detto inconscio. La Legge dell’etica sarà dove e quando il mio desiderio e l’altrui coincidono.

Caso purtroppo tutt’altro che frequente, data la natura erratica del desiderio umano in cui detta legge l’inconscio nella sua “lingua dimenticata”, per citare Erich Fromm.

Tre citazioni trasportate nella nostra lingua: da Martin Buber: “tu ed io invece che io e te”; da Rainer Maria Rilke: “custodire la solitudine dell’altro”; da Arthur Rimbaud: “io sono un altro”. Potrebbero valere tra uomini e donne e tra essi/e e i bambini.

Per logica ciò sarebbe il rovescio conseguente il nostro stesso desiderio ancestrale di essere riconosciuti dall’Altro della parola, di cui la nutrice è il prototipo: essere riconosciuti per poter essere, vivere, existere (neologismo). Si tratta della Legge della parola che poggia su una specie di tacito patto preliminare che il dire abbia e debba avere un senso; perciò, della Legge amorosa del desiderio che ratifichi come (nella sintassi di ogni lingua) la parola possa dirlo affinché possa essere discusso. Il desiderio umano è effetto di mancanza e può realizzarsi senza rischi etici proprio come desiderio di sapere. Cosa? Le leggi di ricorrenza nella natura? Il sesso di mamma e papà? L’accesso al bene personale? L’accesso al bene comune? Ce n’è forse, per logica, un altro, di bene, valido per l’individuo e per la specie? Se siamo vissuti come parlesseri, come individui e come specie “sapiens”, è perché siamo figli della madre che Melanie Klein definiva “sufficientemente buona”. Il severo giurista positivista Bachofen, tutt’altro che una mammoletta, escluse con ragione che un diritto femminile (mitologico, invero…) possa ammettere un desiderio di sapere giuridico legislativo scollegato dal desiderio di benevolenza come di un bene-dire.

È questo desiderio che talvolta riesce a prevalere sulla voglia di prevalere ed è questo desiderio che dobbiamo e possiamo attribuire all’Altro.

Ma possiamo profferire altri due motivi in favore di questa soluzione del problema etico: primo, il soggetto agente non è unitario, non coincide con alcuna identità definita e comprovabile, come si dimostra nei sogni, in cui possiamo essere rappresentati in chiunque ed in qualunque oggetto/significato. Secondo, siamo non solo accomunabili, ma veramente indistinguibili in rapporto all’oggetto inconscio del desiderio inconscio, al significato mancante, all’infinito non sapere, il vero uno in meno che consente di immaginare la Cosa primordiale indifferenziata come Uno-tutto-solo e di creare l’oggetto immaginario, che “in natura” può non esistere, sia esso un segno, un significato o un “matema” come quello che abbiamo scritto (a). Oppure un manufatto artistico che si può supporre rituale, magico, avente più senso che significato e privo di altre utilità, come le “veneri di Willendorf”, da situare per epoca tra i Totem zoomorfi e il tabù, forse in gran parte inconsapevole, fattosi un po’ da sé, come un significante. Ancorché datore di senso (v. cap. L’UOMO CHE PARLA ALLA DONNA). Siamo Sapiens, sappiamo le parole che sanno di noi ben più di quanto noi sappiamo di esse. Peccato che siamo anche il non sapere, la natura, ora idilliaca, ora leopardiana.

Chissà quanto il centurione di Cafarnao, così ben persuaso per convenzione socioculturale della sua posizione, credeva davvero che la parola di Gesù potesse agire a distanza a casa sua o non sfidasse invece la potenza della parola in barba a tempo e spazio? Quanto proiettasse la qualità non proprio pacifica del militare in Gesù e quanto introiettasse la fedeltà del servo paralizzato. Ma non importa: mi chiedo piuttosto quanto poi rimanesse stupito dell’entaglement che si attuò in Galiea, Matteo non ce lo dice. Sappiamo che non c’è potenza dei pensieri, ma sulla potenza delle parole dobbiamo sospendere il giudizio.

Ma, per l’etica, basta dichiarare che si è d’accordo, che, in coscienza, siamo dediti a questo esercizio di riconoscimento incondizionato? Ovviamente no, data la buona opinione che, di solito, abbiamo di noi stessi e l’ondivaga opinione o i pregiudizi che incombono sul nostro approccio all’altro. Data una certa inclinazione ad auto- ingannarci. A questo proposito è ormai diffuso ed accettato che nel rapportarci a un’altra persona o a un gruppo socialmente coeso di persone, tutti proiettiamo sull’altro qualche nostra qualità o ne introiettiamo qualche altra. Come sapere quando è un caso o l’altro? In generale, con qualche eccezione, per esempio nella santità, quando vediamo negli altri aspetti sgradevoli, stiamo proiettando, se ne vediamo di pregevoli, stiamo introiettando. Nemici aggressori ed amici compiacenti possono essere anche interni, come nei sogni.

Come mettere alla prova che siamo disposti, per il bene nostro e di tutti, a tentare di attenerci a questa norma non facile del riconoscimento incondizionato del soggetto?

Anche questa risposta è semplice: in pratica, appena possibile, nel dialogo più esteso possibile nelle contingenze degli incontri umani. Sia pure il dialogo della lallazione.

Nel dialogo come ciò che si oppone al solipsismo idealistico di Hegel o a quello, più ancora vanaglorioso ed egotistico, di Fichte. Nel dialogo l’io è sempre sull’orlo della crisi nell’equilibrio dei fattori identitari proiettivi e introiettivi, in difensiva per non lasciar posto al soggetto che dica IO con la comicità di quello che dice: “Lei non sa chi sono io!” In questa crisi è la possibilità dell’etica, un ago di bussola che devii dall’interlocutore e punti all’Altro, a tutti e nessuno. Si tratta di una impersonalità o, meglio, una trans personalità che non contradirebbe il paradigma <>sintagma di cui sopra, attribuito a Martin Buber, del “tu ed io” che escluda il te.

Il dialogo potrebbe essere una trasposizione metaforica nell’etica della raccomandazione di Feynman (cap. LA SCIENZA) di scrivere equazioni senza la pretesa di comprenderne appieno il senso.

Anche in psicanalisi, a dispetto dell’opinione comune e diffusa, non si pensa per conoscersi e cambiare in ubbidienza alla cretineria iscritta nel tempio di Delfi: parlando, invece, si cambia per capire. Forse il dialogo, magari con l’Altro interiore in mancanza di un altro, è l’unica pratica umana che è meglio abbia carattere di pervicacia. Di certo, è la pratica umana più avversa al conformismo in fatto di ruoli di potere. Anche perché, se c’è un dio del dialogo, tra tutti gli dei, si chiama POLEMOS, e il dialogo stesso è un eufemismo per designare l’esercizio della dialettica.

Ma in un dialogo bisogna pur capirsi e perciò “parlare come dio comanda” (v. cap. L’UOMO CHE PARLA ALLA DONNA), cioè bisogna stare al sintagma, della cui origine nulla sappiamo. Nulla che vada oltre la innata (e mitica) grammatica generativa immaginata da Noam Chomskj.

Ed ecco subito un corollario: quando il registro del vocabolario o della grammatica regredisce (v. cap. SAPERE e cap. UN CERTO NON SO CHE) verso l’immaginario, può subentrare nel dialogo, come forma di eloquio, l’antica tentazione patriarcale della subordinazione femminile. Non dimentichiamo che il registro dell’immaginario nel conoscere le cose non è solo umano, dapprima lo riscontriamo anche negli animali.

In questo capitolo sono stato sbrigativo perché l’argomento lo consente: tra i suoi aspetti, l’etica del riconoscimento soggettivo ha anche quello di non dover sottilizzare troppo, giacché comporta una accettazione più che uno sforzo. Un po’ come il godimento, il cui carattere, forse lo si è già capito, è di essere passivo…

Terminiamo questo capitolo con una affermazione ottimistica: l’accettazione della comunanza con l’altro nelle parole dell’Altro, certuni lo hanno chiamato amore vero per distinguerlo dall’innamoramento, è ciò che, ben più della nuda vita, possiamo opporre alla morte.

 FUTURO E FUTURIBILI

Vecchio come sono, avendo superato di qualche annetto la quantità di tempo oggettivamente assegnatomi (realismo probabilistico, v. penultimo paragrafo in cap. LA SCIENZA) dall’ISTAT e dalle Assicurazioni Generali come speranza di vita a cui adeguare matematicamente i premi, non avrei apparentemente ragioni per occuparmi personalmente del futuro. Ma, da quando le Madri di Johann Jakob Bachofen ci hanno elargito la facoltà della parola, creando l’Uno e l’Altro (meglio, dall’Altro, di cui esse restano il prototipo, all’Uno, entrambi da inumare prima o poi, civilmente e religiosamente, finalmente d’accordo con gli uomini), siamo tutti portati ad immaginare il futuro, non senza qualche ragione: infatti, se noi non ci saremo più, malgrado l’indecidibilità metafisica della permanenza di una nostra attuale e credibile IMAGO MUNDI, avremo potuto essere certi della sopravvivenza delle parole con cui l’abbiamo resa fintanto credibile per qualcuno, per esempio, narrando il mondo come si deve, cioè come si pensa che si debba, alla figliolanza, ma, più in generale, narrandolo al prossimo e a noi stessi. Non è insignificante che queste parole le abbiamo anche scritte, vergate, incise e registrate oggettivamente.

Orazio, nelle Odi, non scrisse il verso “NON OMNIS MORIAR solo per sé, sapendo di essere il grande poeta che noi non avremmo dimenticato, ma per tutti noi, giacché nessuna parola pronunciata o scritta si perde del tutto: si intreccia, entangled, con tutte le altre per rimbalzare nell’Altro da cui proviene e che non muore, se non altro per il fatto di non esistere. Alla fine del capitolo ETICA, abbiamo fatto derivare questo effetto apotropaico dalla comunanza soggettiva nella parola, per affermare che nel mondo umano, dei significati, l’opposto della morte è l’amore.

Si potrebbe forse vedere in questo effetto soggettivamente accomunante, apotropaico ed “anti diacronico”, il rovescio del fatto che, pur sapendo di dover morire, non ne siamo continuamente angosciati.

Bachofen morì quando Haeckel, ai cui rispettivi pensieri mi sono ispirato per immaginare una corrispondenza tra le trasformazioni nell’individuo e quelle nella sua storia specie-specifica, aveva 53 anni: sarei curioso di sapere se seppero uno dell’altro, ma nessuno ha saputo dirmelo. In ogni caso erano scienziati, il primo del diritto, il secondo della zoologia, pertanto osservatori delle linee di tendenza nei diversi fenomeni adatte a un modellismo di curve e funzioni gaussiane. Componibili ed estrapolabili, non senza la consapevolezza che le deduzioni “futuribili” saranno con ogni probabilità fallaci e fallimentari in rapporto alla complessità che è il loro sfondo e la loro realtà. Osserviamone alcune anche noi, autoeleggendoci per un momento antropologi culturali e sociologi dilettanti. Sui due piedi, di tali linee di tendenza, nella narrazione corrente della Storia umana (di Storia non ce n’è un’altra) ne abbiamo finora individuate una decina, intorno alle quali argomenterò qualcosina. Se voi ne individuate altre, vi prego di segnalarmele.

Una prima tendenza, 1) è di secolarizzazione, in opposizione ad escatologie, cioè il voler capire il mondo immaginandolo formato di significati e di metafore congegnati come meccanismi ben riconoscibili in quanto già organizzati nel nostro stesso corpo, visto come un interno fragile che richieda un refitting medicale continuo a fronte di un esterno che, a sua volta, qualora sembri sfavorevole, imperfetto, caotico, possa e debba essere colonizzato civilmente, cioè, anche in questo caso, medicalmente con un refitting. È curioso che, parallelamente, c’è la tendenza moderna, da parte di altri soggetti culturali, a negare la distinzione netta tra l’esterno e l’interno in accettazione dell’idea di complessità come limite al sapere e all’operare. Ma, ripeto, in linea di massima e per lo più, immaginiamo di poter migliorare tecnicamente il mondo secondo i nostri desideri, completandolo, da come appare mancante di qualcosa, e perfezionandolo, da come appare imperfetto. Ottimo, ma tale esercizio ingegneristico richiede di saper formulare la norma del vivere migliore, con una diffusa serenità d’animo, univoca, razionale e benevola, senz’altro presente come petizione di principio nella coscienza umana, salvo, temo, la sua univocità, un “Collettivo del desiderio”. Univocità ritrovabile forse nel metodo scientifico e nel consesso degli scienziati, ma, per credere che possa esistere, occorre credere che esista l’Altro univoco ed unificante in noi, non nelle stelle o negli atomi. Magari l’Altro del peer review

Forse a corollario della prima tendenza: 2), prediligere sempre più il modo di sapere geometrico e matematico nel nostro sapere operativo, pratico, contro l’apparenza degli oggetti con qualità soggettive, pertanto di significati mai del tutto certi. Vi ricordate la famosa lettera di Archimede ad Eratostene (v. cap. LA SCIENZA) sulla possibilità di imparare la matematica dalle macchine?

3) Una tendenza a ribellarsi, per quanto possibile, in via teorica, al fatto che niente possiamo sapere che non sia dell’ordine del linguaggio simbolico, cioè delle leggi della parola, tra sfumature dei significati, precisione grammaticale che non sa autogiustificarsi e significanti privi di significati che non siano convenzionali. D’accordo, il fatto che perfino il (sotto)linguaggio matematico abbisogni del metalinguaggio nostro naturale per lo meno a livello assiomatico, mentre questo è l’unico a non necessitare di un metalinguaggio che lo validi nella logica, basta l’Altro, può essere un fatto seccante, ma è così. Questione di senso. Posso dirlo? Quello che ho scritto finora è per il mio desiderio, vulgo per la speranza, di poter ovviare a questa strana resistenza alla logica più elementare. Una resistenza che può indebolire la facoltà della critica, farci saltare a piè pari la voragine del non sapere o la faglia dell’inconscio e riportarci al sapere magico (la scienza non è per tutti…), oggi, per noi, oscurantista o comunque da lasciare ai “primitivi”.  Mentre invece le superstizioni, in supplenza della metafisica e, del pari, delle grandi religioni storico/positive, possono celarsi dietro le pseudoscienze offerte a piene mani dall’establishment del momento come certezze invece della verità, sia pure anch’essa del momento. Sempre Sapiens ha desiderato uscire da sé stesso per entrare in mondi sottratti alle parole così deludenti in fatto di verità: mondi allora più bassi, animaleschi, scatologici, oppure più alti, celesti, escatologici. C’è stata la moda dei mistici, dei numerologhi, dei negromanti, degli erotomani, degli esploratori, oggi la visionarietà è retaggio più scientifico, tipo i nuovi ultimissimi studi sulle scimmie Bonobo e, contrapposti, quelli sulla coscienza cosmica (Faggin), entrambi promettenti, ultimatavi e comici modelli esplicativi di noi stessi.   Innumerevoli sono le nuove fedi, magari tanto più religiose quanto più protestano di non esserlo; d’altro canto, la proliferazione di religioni New Age, che religioni si professano, spesso di marca femminile, sembra, per il momento, non venir meno.

4) La tendenza a sostituire, nell’immaginario collettivo, tutto ciò che è concreto e stabile, causa di percezioni sensibili e, in risposta, di reazioni energiche ed atti di presa oppure di immunizzazione, con tutto ciò che, di astratto, simbolico, attraverso la mediazione mentale, causi la stessa risposta. Si tratta di quella non nuova evaporazione delle cose naturali in favore di quelle culturali, dei bisogni in favore dei desideri, peraltro vaticinata da Karl Marx a proposito della progressiva sostituzione, nella modernità, dei beni d’uso, materiali ma anche immateriali, artistici, per esempio, con i beni di scambio. Chi può dubitare che, nelle civiltà “avanzate”, si offrano e si comprino oggetti sempre più con lo scopo esclusivo di possederli per apparire piuttosto che per vivere? O che ogni oggetto offerto sul mercato sia vestito di simbologie estranee all’uso? Non c’è in questo la conferma anche di una tendenza ancestrale a tener conto solo di come le cose ci sembrano essere, evitando la fatica di capire come sono? Forse giustamente, essendo probabilmente votata ad insuccesso… Più di un filosofo ha sostenuto che l’apparenza è l’unica vera realtà. C’è un corollario, il rapporto affettuoso che intratteniamo con alcuni oggetti, per esempio con alcune macchine: Marx, prima di Freud, li ha chiamati feticci. Una progressione verso un corpo più simbolico che carnale biologico, piuttosto macchinico e, in quanto tale, propugnatore di manuali sesso-tecnologici e di tecnicismi erotici. Ad uscire per primo di scena è il corpo fecondo della donna madre, sostituito dal corpo aerodinamico strutturato in parametri e linee di forza sul modello del cyborg. Sembra ci si attenda che sia la res extensa, per metafora lo hardware, non più la res cogitans, a indicare la strada nostalgica. Una possibile risoluzione dell’antico iato ideale tra sostanza- corpo- materia e forma- anima- spirito in favore di un chiasmo co-essenziale delle stesse due categorie che si discosta da platonismo. Una propensione materialista, sia pure recentemente corretta alla luce del concetto di informazione, era nell’aria fin dal tramonto dell’animismo; non dimentichiamo che la religione monoteista mosaica e quella trinitaria cristiana, sono potentemente materialiste: dal Dio che plasma l’uomo con l’argilla, insufflandogli poi dai suoi polmoni l’anemos, il vento che, pur invisibile, muove le cose, alla donna forgiata dalla costola, dall’Arca di Noè, senza la quale non ci saremmo, all’incarnazione, dall’eucaristia, che troppo ricorda il pasto totemico, alla resurrezione della carne. Nella sua rivisitazione del Cristianesimo in chiave aristotelica, Tommaso d’Aquino, ultimo vero padre della Chiesa, non si perita di ribadire questi aspetti. Il che lascia nella più completa indifferenza la Chiesa ai nostri tempi, malgrado gli sforzi di superamento di alcuni teologi.

5) Immaginare, anche questa una tendenza antica, millenaristica, ad ogni passaggio di secolo non che di millennio, una deprecabile umanità precedente ed una promettente futura umanità, secondo ciò che viene predicato, separatamente, ora da S. Agostino ora dagli anarchici. Oppure, all’opposto (o al rovescio, come preferite, comunque in pendant), una apprezzabile umanità precedente e una futura umanità deprimente per situazione civil-geo-politica. La prima immaginazione prende nome di utopia fideista (o, volendo essere pessimisti, di attivismo nichilista, un ossimoro), la seconda di passatismo (o volendo essere caritatevoli, di conservatorismo). È una tendenza non nuova, sempre presente sul versante, per fortuna non univoco, seppure in incremento, dell’umana “coscienza infelice”. Alla bocca di entrambi i fautori delle due opposte opinioni, riguardo il presente, viene spesso la stessa esclamazione: “O TEMPORA, O MORES!”. La novità è che entrambi, pur vedendo nella storia passata presente e futura, sincronica in senso antistoricistico in ciascun caso, la possibilità di catastrofi epocali e complessive per uno o l’altro dei termini temporali, mostrino di ignorare la più realistica esistenza continua, nella diacronia della storia, di una pletora di svariate catastrofi (cambiamenti macroscopici) grandi e piccole, continuamente cicliche e più o meno ravvicinate, che hanno il loro esito nel presente antropologico (v. cap. UN CERTO NON SO CHE, Thom). Invece la Storia è vista come prodotta linearmente da Sapiens, la scienza progressiva malauguratamente disturbata da variabili esterne al suo progetto.

6) Immaginare che l’esercizio e il desiderio di sapere siano un po’ futili, atteso che si ricucinerebbe la stessa pietanza con altre salse che non la migliorerebbero: fuori di metafora, che tutto è già detto e scritto con la conseguente linea di tendenza in cui l’umanità si ripiega su sé stessa, cosicché la filosofia volga definitivamente ad essere analitica, cioè volta ad analizzare solo il suo stesso linguaggio, dall’oscuro Eraclito al troppo chiaro Sloterdijk, oppure ad essere storia della filosofia; che le arti siano inevitabilmente citazioniste di stili precedenti; che la scienza si auto accumuli nelle conoscenze su binari precostituiti, poco propensa ad aprirsi all’evenienza di nuovi “paradigmi di ricerca” kuhniani, inevitabilmente rivoluzionari e costosi a fronte del quieto vivere. Che l’economia abbia la sua sola regola certa nella crescita. Ciò, in una sorta di scetticismo, oppure in un conformismo all’insegna del sospetto per il desiderio soggettivo e, pertanto, all’insegna della accettazione dell’ipotesi di fine della Storia umana. Quella che avrebbe nella filosofia, nell’arte e nella scienza i suoi capisaldi culturali, che del desiderio soggettivo appaiono essere l’effetto, ma che in questo caso rappresenterebbero tre punti di arrivo culturale definitivo. Un ripiegamento dell’umanità su sé stessa (non di tutta, di quella “che conta” …), sulla propria essenza storica avendo deciso che non c’è altra essenza che quella storica. Un ripiegamento e forse un po’ di disgusto, come se nello storicismo ci fosse la ricerca (masochista) del trauma o, addirittura, il dito nella piaga di “uno scandalo di 10.000 anni” (v. cap. ETICA, Morante). Isolato, un’eccezione, il sentimento nei confronti della scienza è ambivalente, di speranza e paura, il peggior genere immaginabile di pathos.

7) La tendenza a delegare la fatica (v. 4) necessaria per capire come sono le cose, agli esperti specialisti consorziati in entità che garantiscano elaborazioni e risposte certe, coerenti e spassionate, cioè, come voleva Tacito, SINE IRA ET STUDIO.  Con buona pace del grande storico, in questa utopia scientista non si può riconoscere qualcosa di fideistico rivolto a un Soggetto Supposto Sapere come entità sovrumana? Una forzatura tendente ad abolire un soggetto che riconosca la potenza motivazionale poco controllabile dell’inconscio, e a sostituirlo con un interlocutore collettivo inedito ed esperto, come nessuno mai è stato, in certezze inequivocabili. Probabilmente ha già un nome.

8) La tendenza antropocentrica di ispirazione rinascimentale a svalorizzare tutti i significati meno che relativi, i capisaldi del comme il faut, per riconoscere o per attribuire valore umano solo al successo operativo in un mondo “che è quello che è”, fatta salva una generica progettualità, diffusa e distribuita senza essere concordata, alla quale dovrebbe essere indirizzata l’operatività stessa. Improntata a realismo e financo a cinismo, filosofici entrambi. Un punto “catastrofico” della coscienza umana, riflessione su noi stessi, parallelamente a quella avvenuta con Galileo, di cui sopra al punto 2), pare essere quella avvenuta con Machiavelli, nell’attribuire il massimo valore operativo, quandanche non etico, al realismo amorale… Ma il politologo fiorentino vedeva proprio in questa prospettiva avaloriale la possibilità di una nuova etica. Effettivamente, questa svalorizzazione consente l’ingresso di nuovi valori che con le virtù antiche, dette cardinali nella Scolastica, non hanno nulla a che fare (a parte il fatto di essere per lo più disattese e molto saltuariamente praticate come quelle). Per esempio: l’equiparazione etica tra pubblico e privato, la critica degli eccessi repressivi come dell’eccessivo pudore, la spontaneità diretta dell’espressione, l’autoironia, l’ammissione di non sapere qualcosa se non lo si sa, l’ammissione di una pari facoltà intellettiva e di desiderio di sapere in uomini e donne, la speranza che il linguaggio vi si adegui, la pretesa di pari opportunità economiche e di preparazione culturale orizzontale come di competenze, anche dovendo privilegiarle rispetto quella verticale che si esprimerebbe come pensiero originale (in ordine a nuovi inediti paradigmi, forse in sostituzione di quelli attualizzati nella ricerca scientifica).

9) La tendenza a conformarsi alla narrazione della realtà proposta da chi sa confezionarla bene, come attinente al miglior mondo possibile nel quale entrare a far parte senza disgressioni escatologiche o sensi di colpa. Tendenza nuovamente secolarizzante (v. punto 1), in cui svanisce ogni credenza in un aldilà, non solo religioso o metafisico, anche nel compimento dell’ispirazione umanistica rinascimentale, del programma rivoluzionario illuminista, delle varie utopie, ma riferibile soprattutto alla non componibilità dialettica di “Ragione e Sentimento” della grande Jane Austen, uno dei nomi inaugurali della modernità.

Proviamo a stringere le fila.  La qualità delle istanze che dirigono le linee di tendenza futuribili nel passaggio dalla tradizione alla modernità, pare essere la coesistenza delle istanze stesse in una dialettica, fatta cioè di tesi ed antitesi senza sintesi: secolarizzazione, sì, ma anche nostalgie escatologiche che vi si oppongono. Ottimismo della ragione e pessimismo del sentimento o viceversa, senza il punto mediano del realismo, quando ogni ipotesi realistica è smentita dal non saper conciliare novità e tradizione individuandone le qualità, quelle da valorizzare e quelle da scartare. Tra verità e certezza. Desiderio di palingenesi alla luce della verità e bisogno di stabilità, desiderio di affidarsi a qualche appiglio rassicurante, di avere fiducia e rimpianto di non averne bisogno.  La pretesa dell’autonomia e il desiderio di confondersi nel mondo di tutti.

Ma cos’è che resta il fattore decisivo della Storia tra passato presente e futuro? Qual è l’intuizione difensiva che può far sopportare la dialettica perenne come verità moderna, se non come unica verità? Fossi marxista, direi l’economia, ma personificabile come la dea Ananke degli antichi; fossi religioso, la provvidenza divina imperscrutabile nei suoi fini; fossi un libero pensatore anarchico, o (vel) un mistico, il desiderio di liberarmi sempre più dalle pastoie della natura primigenia. Ma, non riconoscendomi in nessuna di queste identità come opzioni culturali, non prive di valore immunitario nel confronto con le aporie della modernità, la mia risposta resta quella che ho fatto mia da più di sessant’anni e che chiede a viva voce di essere smentita.

Evidentemente, per deduzione di quanto scritto, è Il linguaggio umano detto naturale (e simbolico), improntato al NOSTOS dell’Eden, a un senso che prevale sui significati, che li costituisce come qualità che si possono sapere, soggettivamente, in più, indefinitamente in più, rispetto alle distinzioni e alle misurazioni; a patto che ci sia un Altro a stabilire regole dei “giochi linguistici” e limiti (v. cap. LA SCIENZA). Se ci siamo, se ci saremo noi “parlesseri”, c’è e ci sarà inevitabilmente l’Altro della parola, il due del sapere di Sapiens e della separazione/distinzione del magma caotico nell’Uno dei cieli, innumerevolmente composito, e nell’uno della matematica che non è né zero né due, seppure scomponibile in innumerevoli piccole quantità.

Ma sappiamo bene che l’Altro che può fare qualcosa per noi di ben definito, non esiste se non come una necessità logica d’essere. Come i numeri, peraltro, o come il punto euclideo. Niente a che vedere con una “realtà della natura”, quando anch’essa, per citare Georgy Lukacs, “è una categoria culturale”.

Tuttavia, per sapere l’esito delle linee di tendenza individuabili nell’attuale contingenza storica, basta immaginare quali sembianze fantasmatiche potrà avere l’Altro in futuro.  Di quale apparente consistenza per noi si rivestirà. Tenendo conto della sua specialità unica di non avere un altro da sé: infatti gli si adatta il primo ammonimento del Decalogo biblico, riformulato come “non c’è Altro dell’Altro”. Ma, proprio per questo, l’abbiamo già predicato, può essere logicamente (come l’Uno-tutto-solo o il punto euclideo), ma non può esistere, tanto che è meglio formulare la domanda così: cosa o chi in futuro ci “farà da Altro”?

Ripercorrendo le linee o le curve delle tendenze socioculturali, sopra descritte in 9 punti, ci accorgiamo che una linea di certezza vi rimane sottintesa ed accomunante in relazione con la tendenza di delegare alle macchine la fatica non solo di agire energeticamente, persino di pensare per sapere, unita con la tendenza di privilegiare la certezza degli algoritmi  macchinici che le mettono  al lavoro e con la fiducia negli esperti in materia, invece della scivolosità delle qualità di cui solo le parole comuni possono rendere ragione: la certezza che questo trend non può in alcun modo essere fermato per volontà umana mirata. È troppo antico per origine e troppo consolidato da millenni nella cultura occidentale, dimostratasi potente colonizzatrice culturale globale.

Non può: allora non conviene essere troppo pessimisti su evenienze certe ed inevitabili, gli antichi le direbbero fatali, conviene piuttosto affidarsi ad una sorta di scommessa pascaliana, ed è questa l’impostazione di quanto seguirò di scrivere. Cercando però di argomentarvi intorno.

Ma c’è anche un’altra tendenza che, al momento, non solo non pare possa essere reversibile, ma mostra un incremento progressivo addirittura esponenziale. La numeriamo, perché no, come decima, 10): la tendenza a sostituire, ove possibile, lo scritto al parlato. Non c’è dubbio che, a saldo, nella Storia sia stato scritto molto più di quanto sia letto e soprattutto umanamente leggibile e che ciò appaia quanto mai evidente nella modernità. Soprattutto se accettiamo che per scritto si possa intendere tutto ciò che, di comunicativo, è affidato a un mezzo meno diretto delle onde sonore che provengono dalla bocca e sono destinate all’orecchio in tempo reale e in presenza. Per esempio, qualunque messaggio registrato in qualunque modo o tecnica per essere ritrasmesso e arrivare in differita (oggi quasi sempre digitalizzato) all’ascoltatore designato oppure generico e virtuale. O un’immagine, di rapidissima lettura. Sotto questo riguardo, la televisione, per lo più, scrive. Ma sotto questo riguardo rientrerebbero anche i monumenti eretti dalle grandi civiltà; una volta tanto prendiamo ul serio, alla lettera, cosa che per le poesie non si deve fare, il verso già citato di un poeta: “Exegi monumentum aere perennius“.

Naturalmente, tra l’oralità e la scrittura c’è una zona grigia, per esempio, molti generi di telecomunicazioni più moderne del telegrafo Morse, il telefono o i messaggi vocali inviati in differita sullo smartphone. Oppure l’ausilio del display in una conferenza o una lezione. Ma, mentre qualsiasi mediocre archivio elettronico o datacenter supera in quantità di informazione virtuale la Biblioteca di Alessandria, si assottiglia, nella pratica sociale/socializzante, viceversa, lo spazio dei rapporti direttamente intersoggettivi hic et nunc. Ci sono i “socials”, le piattaforme in cui esercitare la passione per lo sproloquio, ma non dimentichiamo che l’algoritmo su cui si reggono è eminentemente uno scritto (da qualcuno), non uno sproloquio collettivo autopoietico.

Per fortuna non scompare del tutto il dialogo di tipo platonico o della Scolastica, ne fa fede il nostro dialogo in questo seminario, ma, svolgendosi esso per iscritto, mette fuori gioco il manifestarsi dell’inconscio nel lapsus, nell’ammutolirsi, nel fuggire con gli occhi, ecc., che svela forse verità da occultare. Sembra, può sembrare, che oggi si chiacchieri di più di una volta, ma non è vero: basta salire su un autobus e vedere i passeggeri tutti chini sul loro smartphone o immusoniti, con lo sguardo fisso in avanti, che non vuole vedere.

Perciò, se si dà un po’ di credito a quanto espresso nel capitolo ETICA, un venir meno dell’attitudine al dialogo comunemente inteso, può destare qualche perplessità.

Riguardo, per esempio, una ipervalutazione dei significati in sé, fingendo che esistano come matemi, formule stabili, disponibili e più adatte per l’insegnamento e per l’apprendimento, rispetto il senso “nostalgico”, cioè rispetto la spinta a dire (Per Freud, pulsione sessuale…), che li rende più incerti, mutevoli per ragioni non sempre chiare, “di gusto”, conditi di lateralità emotive e affettive inesprimibili o semplicemente inespresse.

C’è la tradizione filosofica di intendere la scrittura come ciò che sostituisce e rappresenta in absentia il soggetto, restando occultata la verità del discorso. Non sono di questa opinione: non vedo alcuna prova che la verità più intima del discorso, cioè l’intenzione e il senso che lo muove, sia più evidente nel parlato che nello scritto.

“Che si dica rimane nascosto dietro ciò che si dice in ciò che si intende.” (v. cap. UN CERTO NON SO CHE). A chi non è mai capitato di sentir qualcuno dire che “la vita e il mondo non hanno alcun senso”? E di intendere il detto al rovescio, nel disagio di una excusatio non petita?

Insomma, possiamo immaginare, semplificando, che i due mondi dialetticamente contrapposti, soggettivo delle parole ed oggettivo (rappresentabile in quanto misurabile nei numeri in veste algoritmica), reputato più affidabile anche perché si affida più allo scritto, coesistano e si alleino anche senza fondersi, per offrire quantomeno un rimedio: un ubi consistam, un luogo in cui soggiornare e in cui sia possibile la sintesi pacificatoria della contrapposizione apparentemente insanabile di istanze, siano esse bisogni o desideri. Ci siamo arrivati.

Tutto, al momento, fa pensare che il Demiurgo operatore di questa opportunità, sarà l’intelligenza artificiale, la Grande macchina. Essa sarà il nuovo, inedito, nostro Altro.

Sostituirà il Grande altro delle forme di vita collettive, delle convenzioni sui ruoli distribuiti in ordine alla produzione e al potere, del senso comune che mette in ombra il buon senso, dei gadgets, delle suggestioni conformiste delle quali la pubblicità costituisce la liturgia (menzogne incredibilmente legittimate), dell’amore verso gli animali di compagnia invece dell’amore verso il prossimo, dell’odio come sentimento motivazionale accettato (guerra), delle indicibilmente fantasiose crudeltà in cui il male è da sempre escogitato contro il male, della mania di “apparire alla Madonna”, per citare Carmelo Bene, cioè del bisogno di essere riconosciuti da un altro, da un’altra o dall’Altro come speciali ed eminenti, bisogno diventato universale e parossistico.

Meno male se lo sostituirà, si potrebbe forse dire, visto di che si tratta.

Non dico che per forza sarà così, dico che, al momento, appare sommamente probabile che possa esserlo. E che probabilmente non sarebbe peggio del mondo che ci lasceremo alle spalle, che, forgiato ad immagine e somiglianza nostra, con le forme, gli schemi, i passaggi sinaptico/neuronici dell’intelligenza naturale a strumento faticoso del nostro sapere, non sembra abbia dato buoni risultati storici: alla fine, un narcisismo fin de siecle, autoassolutorio, compiaciuto ed ebete, una misconosciuta stupidità naturale che viene opposta, ed è questo il vero punto, ad una misconosciuta intelligenza artificiale.

Tuttavia, l’ottimismo di chi sostiene che la AI resterà semplicemente uno strumento al nostro servizio a patto di saperla utilizzare bene, o di normarne l’utilizzo, mi pare una petizione di principio e un’illusione. Vi rientra, avendola letta attentamente, anche l’enciclica MAGNIFICA HUMANITAS di Leone XIV.

Le grandi invenzioni fascinose hanno risolto sempre solo problemi di dettaglio ma, in compenso, hanno determinato cambiamenti sociali e di comportamento epocali, progressivamente imprescindibili.

Probabilmente la macchina del pensiero e della parola ci utilizzerà più di quanto noi utilizzeremo essa.

Poco male, trattandosi di un cambiamento epocale al quale progetto il libero arbitrio, se mai esiste, non è rimasto estraneo.  Poco male, se ciò avverrà secondo un po’ di equità, e anche questo è probabile, almeno relativamente, visto quanto, in barba al secondo imperativo etico di Kant, noi utilizziamo tranquillamente il prossimo e, ancor di più, ne siamo utilizzati. Qualcuno potrebbe addirittura festeggiare questa sostituzione del Grande altro, della realtà sociale, come una vittoria definitiva del simbolico sull’immaginario, ovvero della cultura sulla natura!

Comunque, tornando al punctum dolens della tecnologia, dobbiamo ammettere che, se le tecnologie che conosciamo meglio, continuano a essere causa di molti decessi ritenuti prematuri (v. cap. LA SCIENZA), sembra meno probabile che ciò possa accadere come effetto diretto ed esclusivo di AI. Certo, le macchine, ogni macchina, sono state implementate e messe al servizio della guerra, ma ciò è imputabile ad esse per come son fatte o non, piuttosto, alle intenzioni umane, troppo umane, di chi ne dispone?

Non dimentichiamo neanche, tuttavia, che trattiamo di tendenze futuribili di evenienze e che ogni curva di questo tipo e ogni evenienza è passibile di mutare per l’intrusione di variabili impreviste, e che è altresì passibile, per suo conto e natura, di causare effetti retroattivi. Ciò che difficilmente verrà meno sarà la nostra tendenza a trattare i soggetti come fossero oggetti e viceversa, come tratteggiato nei nostri dieci punti futuribili.

A meno che l’AI non sappia imporre più discernimento. Non è escluso.

Un fantasma si aggira nei meandri della nostra civilizzazione, vincente finora, a quanto pare, sulle altre, fantasma già presente a livello simbolico, in letteratura: un “Grande Fratello” (George Orwell) non malevolo, piuttosto servizievole, che nel “Brave New World” (Aldous Huxsley) avrebbe consistenza e credibilità, dimostrandosi un nostro alter ego, in altre parole uno capace di farci da Altro, capace perciò, se non di ricreare l’Eden ed aprircene le porte, almeno di offrircene un surrogato accettabile.

Il nodo metaforico, a trifoglio, di desiderio<>Legge<>godimento che sorregge il valore della nostra vita nella nostra soggettività, resterà probabilmente intatto. Si aggiusterà nella AI continuamente, per retroazione nel Recursive Self-Improving affinché continui a vivere e prosperare il soggetto (storico) degli autoinganni che non vuole saperne di sapere troppo.

Affinché continui ad esser-ci in quel grande libro in cui si inscrive tutto ciò che è stato scritto e registrato.

Ma è proprio questa qualità che può renderci ottimisti sugli esiti della modernità, perché risulta che nella Storia ciò che è stato scritto è stato scritto molto più spesso “a fin di bene” di quanto sia stato scritto con intenzioni maligne.

Strano ma vero!

Lo stesso non si può dire di ciò che Sapiens ha detto da quando è apparso come beniamino della parola. Proverò ad argomentare in proposito nel prossimo capitolo.

Resterà (ogni evenienza ha un resto) il problema di che fare del corpo, della nostra origine nella materia, in ciò che è stato scritto bio-logicamente, prima delle parole. E della nostra origine nell’energia… (lo hardware della macchina ne divora…).

 SCRITTURE

Per una fenomenologia della scrittura, terremo conto di due qualità sopra delineate, una supposta maggiore e generica attendibilità di ciò che viene scritto rispetto ciò che viene detto e una maggiore propensione, scrivendo, a discorsi volti, seppure indirettamente, all’utilità comune invece che a dannosità, almeno per come si vuole, da sempre, essere intesi in fase di lettura. Con un’eccezione, l’unica che conosco, quella degli scritti del marchese D.A.F. de Sade.

Avendo, d’altra parte, ben presente ciò che la saggezza popolare continua a ripetere, supponendo di esaurire l’argomento: “verba volant, scripta manent”. In questo “rimanere”, non c’è forse un’allusione ad un effetto di necessità versus contingenza che potrebbe essere l’essenza di ogni scrittura come modo di trasformare l’astratto in concreto e viceversa?

Non entreremo nel merito delle diverse tecniche di scrittura, della sua evoluzione, e neanche degli effetti che la scrittura ha potuto avere nella storia delle civilizzazioni ovvero della cultura, ma nel merito di una pratica umana vista come antropologicamente sincronica, seguendo piuttosto il percorso del precedente capitolo, FUTURO E FUTURIBILI.

Pare certo che la scrittura, definibile, al minimo, come il rendere osservabili, volontariamente anche in nostra assenza, segni di nostre intenzioni comunicative, non sia stata praticata prima dell’arrivo di Sapiens e, nel contempo, pare certo che sia stata praticata fin dall’inizio anche per significare numeri. L’abbiamo già detto, l’Uno, senza cui non può esserci il soggetto, l’oggetto, il sapere, è un concetto e un significante preliminare e in qualche modo, che non approfondiremo qui, causale di ogni ulteriore concetto e di ogni ulteriore significante: con il fantasma dello zero, cioè con la mancanza, come attivatore/catalizzatore.

Segni resi evidenti per riferire eventi assenti, in sostanza, segni di ciò che non c’ è, allora “mettere qualcosa dove non c’è niente che non si voglia dire”: che sarebbe la minima definizione del significante, necessaria ancorché non sufficiente.  Ma è la specialità di Sapiens: ho già detto (v. cap. IL SOGGETTO) che quando paleo-archeologi attribuiscono segni del genere a Neanderthal, si tratta di errori…

Immaginiamo un cacciatore o raccoglitore Sapiens in lizza con Neanderthal per assicurarsi le risorse nel territorio, che segni in qualche modo reso evidente, per sé o per altri del suo gruppo di sussistenza qualche aspetto qualitativo o quantitativo in ordine a poter ripetere un’esperienza positiva o evitarne di negative.

In maggioranza, detti segni riscontrati dagli archeologi, sono dei segmenti incisi lunghi un palmo ordinati e incrociati alternativamente con altri. Colpisce una certa somiglianza con i caratteri della scrittura accadica, incisa: che dire? Semplice, che le forme, i pattern, siano esse naturali o artificiali, per l’essere umano non sono infinite. (L’ha dimostrato bene D’Arcy Wentworth Thompson, biologo e filosofo contemporaneo di Huexküll e maestro di Huxley). Non importa, pur non essendo particolarmente elaborati, importa che siano stati messi là per essere “letti” da un destinatario. Letti vuol dire interpretati per senso e significati in massima corrispondenza possibile con l’intenzione dello “scrittore”.

Non mi riferirei a reperti elaborati tipo pitture rupestri, probabilmente rituali propiziatorie, o a manufatti simil-artistici relativamente recenti, entrambi risalenti a meno di 35.000 anni, ma a segni risalenti anche a più di 100.000 anni fa, significativi (nell’accezione, già citata, di C. S. Peirce:” qualcosa che sta al posto di qualcosa altro per qualcuno”) in qualche guisa, per esempio, ludica, che perciò non escluda attribuzioni ad ominidi diversi da Sapiens. Non escluda, ma neanche immagini segnature di tipo simbolico che possano essere attribuite a Neanderthal o a Denisov.

Immaginiamo ora che quei segni siano visti da un altro cacciatore o raccoglitore che non ha avuto contatti con il gruppo al quale appartiene lo “scrittore” e non sa nulla del possibile significato: è molto probabile, in ragione di una forma di quei segni isolata ed insolita, cioè singolare, nell’ambiente naturale fino allora sperimentato, che vi veda il segno di presenza e l’intenzione, una qualsiasi intenzione, di un suo simile, singolare come lui nella varietà ambientale complessiva. Non ha altre informazioni, solo la rappresentazione di un vago alter ego.

Può però escludere di poter essere il destinatario di un misterioso avviso? Non può. Perché?

Per le stesse ragioni per le quali non può decodificare quei segni: essendo estraneo al gruppo che ne detiene la chiave convenzionale di lettura, può pensare di tutto, confusamente, anche che nell’”abracadabra” di quei segni si celi un sortilegio che, dedicato a tutti e a nessuno, incomba su di lui.  Può immaginare di tutto, ma, in quanto a certezza di sapere, sa solo che qualcuno vuol dire qualcosa, significare qualcosa per un fine. Preliminarmente, sa che si sta dicendo: sono. In ciò possiamo scorgere l’intuizione del soggetto e del senso. Diverso sarebbe nel caso di un incontro personale, avrebbe un grande numero di informazioni visive immediate, a cominciare dai segni che inducano la distinzione amico – nemico.

Ma avrebbe potuto il significatore, per non chiamarlo scrittore, a sua volta escludere che qualcun altro, oltre al destinatario o ai destinatari, si imbattesse i quei segni e si chiedesse il loro significato? Non avrebbe potuto.

Da questi ragionamenti (esperimenti mentali al negativo) possiamo dedurre, forzandoli un po’ ma non oltre quanto la logica permette, che ogni scrittura, a cominciare, per esempio, dal codice di Hammurabi, per finire con ciò che sto scrivendo, con la prossima parola che leggerete, è, realmente ed inevitabilmente, prima o dopo, a scanso di preclusioni ed esoterismi, resa disponibile per tutti e per nessuno, lo voglia o non lo voglia lo scrittore, lo sappia o non lo sappia.

Nel capitolo che precede, FUTURO, la decima tendenza futuribile intravvista ed individuata (10) ci induce ad avere coscienza di ciò che è perfettamente saputo, benché talvolta ignorato in base alla tendenza ad accontentarsi delle apparenze, che qualsiasi manifestazione di sapere registrata e vidimata prima di essere ammessa ed emessa per essere ricevuta, è equiparabile a una scrittura. Non si dice: “Quello o Quella parla come un libro stampato”? Che è equiparabile a scrittura qualsiasi proposizione, qualsiasi comunicazione ragionata, qualsiasi messaggio elaborato in comprensibilità, pertanto, preliminarmente controllato ma, dal momento in cui viene emesso, non più controllabile e modificabile in tempo reale dall’emittente.

Trattandosi, oltretutto ed inevitabilmente, di un sapere memorizzato, cioè, per metafora, scritto in noi per essere ritrovato nella nostra memoria, un archivio potentissimo per registrazioni e schedari secondo certi criteri di selezione non molto diversi da algoritmi: per un’efficienza, di reperimento di fonti, vertiginosa, che farebbe impallidire la Biblioteca di Alessandria. Non dimentichiamo che qualsiasi evento percettivo può trasformarsi in fonte gnoseologica.

Ciò è vero per un intelletto umano e per una intelligenza artificiale ma con due procedimenti diversi. Rivolto il primo a categorizzare le parole indicative di qualità o quantità degli oggetti intenzionati (pescate e pescati “in parallelo” nei “giochi linguistici” come detto nel cap. SAPERE), cioè a distinguerle, raggrupparle e metterle in relazione pesandole (in latino, pensare è pesare) in base alla loro portata di senso (o godisenso, v. cap. IL SOGGETTO). Pesandole, a dire il vero, su una bilancia che ha mille attriti e mille interferenze, per esempio ormonali, meno facilmente individuabili dei cosiddetti bias informatici.

Rivolto invece il secondo, a trattare gli oggetti/significati, input items, orizzontalmente come avessero eguale (cioè nullo) peso o valore di senso ex ante elaborazione algoritmica probabilistica, sostanzialmente delle frequenze di quantità di riferimenti e relazioni tra unità significative numerabili (e necessariamente numerate per rendere l’algoritmo più compatto e adatto alla trasformazione) arbitrariamente pre-scelte. Lettere alfabetiche, fonemi, sillabe, proposizioni leggibili in paradigma e sintagma, ma, ex ante, ripeto, equivalenti per significato (nullo), ritrovando ex post, pesi e valori di senso. Ritrovandoli a valle dell’elaborazione che, in sé, è la misurazione attuariale di quantità di presenze morfologiche nella letteratura di tutti i tempi e i luoghi.

Non sono affatto esperto di AI e non è questo il luogo in cui spiegare come funzionano le intelligenze artificiali implementate con una progressione cui neanche gli esperti riescono a stare dietro, qui importa solo stabilire che il “Grande Fratello” i.e. la Grande macchina, predilige, in sé e per sé, lo scritto e la scrittura. Nella realtà del suo funzionamento, fuori da ogni apparenza e diversamente dall’Altro simbolico che ci fa scegliere le parole in tempo reale in base al loro peso e valore di senso. Diversamente anche dalle sue applicazioni parziali nei “socials”, tipo Tik Tok, parodie di dialogo, apoteosi della chiacchera e legittimazione dello sproloquio (v. cap. FUTURO).

Torniamo al fatto che uno scrittore, in linea di massima, non potendo escludere, come per esempio, il nostro primitivo Sapiens all’inizio di questo capitolo, che prima o poi, in circostanze imprevedibili di là di ogni accorgimento volto a garantire privatezza, ciò che scrive possa essere letto da altri che non siano il destinatario o i destinatari suoi elettivi, deve ammettere che, oltre che per sé stesso, oltre che per qualcun’altro, scrive per tutti e per nessuno.

Credo sia un carattere della scrittura in generale di arrivare sempre a destinazione, seppure paradossalmente, per il fatto di essere letta fin da subito da chi scrive, dal soggetto ciò che ha scritto l’Io o dall’Io ciò che ha scritto il soggetto. Arrivi sempre a una destinazione, ma non sempre solo al destinatario o ai destinatari elettivi, voluti.

Uno scrittore sa di questa, per così dire, vocazione alla contingenza effettuale di ciò che sta facendo? È probabile che lo sappia, ma per lo più inconsciamente, cioè non sapendo di saperlo o fingendo di non saperlo. Molti autori coltivano il riposto (non sempre) pensiero di sopravvivere nella e della fama conseguente la loro opera: “Exegi monumentum aere perennius”, scrive Orazio. Se non hanno i soldi da vincolare in una fondazione con il loro nome e cognome. In tutti i casi la faccenda, come vedremo, avrà qualche peso o riflesso nella maniera di operare dello scrittore, cioè nel senso dello scrivere.

Nel precedente capitolo, FUTURO, abbiamo alluso a una differenza tra il parlare e lo scrivere: “non che sia venuto meno il dialogo di tipo platonico o della Scolastica, ne fa fede il nostro dialogo in questo piccolo nostro seminario, ma, svolgendosi esso per iscritto, mette un po’ fuori gioco l’inconscio che invece, parlando, può manifestarsi, senza che i dialoganti lo desiderino, nel lapsus, nell’ammutolirsi, nel fuggire con gli occhi, ecc.”. Vuol dire che, perdendosi l’immediatezza del riscontro dialogico, l’inconscio non si manifesti, cioè agisca, in chi scrive e in chi legge?

È ciò che, grosso modo, sostenne proprio Platone nel “Fedro”, sostituendo il fattore della verità al concetto di inconscio, per lui implicito in quanto non articolabile nel suo contesto linguistico/culturale.

In quel “Dialogo” Platone scrive che Socrate narrasse questo mito: un dio/sacerdote offre al faraone il dono della scrittura alfabetica illustrandogli i benefici automatici per il progresso (del sapere), ma il re lo respinge, argomentando che, viceversa, quella scrittura così potente nel significare, senza l’intervento e un confronto continuo esterno ad essa, perciò orale, di un maestro in sé e per sé sapiente, trasformerebbe la cultura da qualitativa secondo utilità, a quantitativa, un inerte cumulo di nozioni indifferenti al bene e al male.

Ebbene, il re (vel Socrate, vel Platone), in questo caso avrebbe torto, lo dimostrerebbe la staticità della cultura egizia nei millenni e dimostra di saperlo, paradossalmente, lo stesso Platone che scrive questo dialogo come scrive tutto quello che sa. Il difetto logico consiste nel dover ricorrere, affinché la verità e il bene comune cui il re (vel Socrate, vel Platone) si riferisce, si sveli o avvenga tra chi scrive e chi legge, a un terzo esterno in carne ed ossa, della superiore sapienza del quale, però, non è facile avere prova se non è il re.

Manca in Platone la nozione di “discorso dell’Altro” (v. cap. UN CERTO NON SO CHE), in cui possono confluire sia un significato di inconscio sia di verità.

Ora, la specialità della nozione di una alterità simbolica assoluta è forse di adattarsi funzionalmente più alla comunicazione scritta, fatta in absentia, cioè, come tentiamo di dimostrare, oltre che per qualcuno per tutti e per nessuno, che a quella orale ed eventualmente dialogica in presenza. Comunque, se esiste un principio di alterità, esso è presente in ogni messaggio doppiamente: sia in quanto emissione, sia in quanto destinazione; ma è ovvio che i due momenti sono più distinti o distinguibili nello scritto che nel parlato. Il linguaggio inizia come trasformazione di immagini in fonemi e poi in morfemi, all’insegna di “godisenso”, ma trova il massimo di produttività funzionale inequivoca, prima nell’imperio padronale, tipo centurione di Cafarnao, poi nell’editto scolpito, tipo Codice di Hammurabi.

È facile rendersene conto: nell’interlocuzione in presenza, si tratti di un confronto a tu per tu oppure allargato, abbiamo di fronte un altro speculare (o degli altri) in carne ed ossa con nome e cognome, che parla per dare i segnali di riconoscimento, di gradimento o ripulsa entro la convenzione che le parole valgano qualcosa a livello del senso, almeno la pena di pronunciarle. Un accordo tacito e preliminare che escluda, in teoria, retropensieri avversi ai detti o interferenze per opera dell’inconscio. Naturalmente, è solo una finzione condivisa: i significati devono muoversi in un orizzonte di senso stabile entro il quale restino indiscutibili le identità di io, noi e tu, voi, ed ignorate le funzioni identitarie fisiognomiche o proiettive/introiettive. Ammettendo semmai i segni gestuali e il cosiddetto “linguaggio subliminale del corpo”. Sotto questo riguardo, per i presenti, la funzione accomunante dell’Altro o è puramente notarile o potrebbe anche non esserci nella loro coscienza. (v. cap. ETICA). Pare che nei dibattiti televisivi l’Altro possa essere il pubblico.

Non è molto diverso il caso della scrittura intesa come presa d’atto, resoconto di fatti interpretati collegialmente, rapporti di repertorio incrociati, in cui il rischio della verità e della menzogna, dell’intelligibilità e dell’esoterismo è distribuito.

Non è molto diverso il caso dell’editto monarchico, sacerdotale o imperiale, che spesso coincide con i primi reperti, archeologici ma storici, di scrittura.

Ma è molto diverso se si scrive “in prima persona”.

Può sembrare che in questo caso chi scrive sia solo con sé stesso, ma abbiamo già escluso questa eventualità (v. cap. IL SOGGETTO), non ignorando, tuttavia, che nessun messaggio esiste senza destinatario. Ripeto: uno scrittore, da intendere in senso lato, è, in quanto tale, nella situazione, mentre scrive, di potersi immaginare solo con sé stesso, al cospetto di nessun altro che di un lettore cui riconoscere la stessa sua qualità di soggetto che scrive e legge in corrispondenza di una stessa lingua, il suo doppio, l’alter Ego. Oppure, ed è ancora più realistico, al cospetto di tutti. Abbiamo tentato di dimostrarlo nei primi paragrafi del capitolo. Sempre che non ceda all’imposizione del cosiddetto target che lo impacchetti nel triste professionismo di un agit-prop.

È una situazione ingarbugliata per poter decidere cosa e come scrivere ciò che va sempre oltre la massima di ciò che, in due o tre parole, si vorrebbe fosse inteso. Lo scrittore ne esce ponendosi, in mancanza d’altro, egli stesso come Altro, in tutta la storia, non del sapere, non del dettar legge, ma dello scrivere in prima persona.

Per definizione l’Altro è l’ipotesi logica di un ordine (simbolico) nel mondo, nel luogo in cui si possa soggiornare, ergo, “risulta che nella Storia ciò che è stato scritto è stato scritto molto più spesso a fin di bene di quanto sia stato scritto con intenzioni maligne” …  strano ma vero!

Ma cos’è la Storia se non ciò che è stato scritto?

Inoltre, non vanno trascurati due aspetti: primo, abbiamo annotato, sia in ETICA sia in FUTURO, che il prototipo dell’Altro è nelle madri-nutrici, tanto che un significante “Altra” sarebbe forse più denso di significati di “Altro”; secondo, in ciò che Sapiens ha scritto da sempre, la donna è rappresentata come avente un valore che la eleva rispetto a come vengono effettivamente trattate le donne nel contesto parlato degli scambi sociali, tanto che le narrazioni agiografiche e le raffigurazioni ideali sono più numerose dei pamphlet ginecofobici.

Siamo arrivati forse a un sillogismo mediocremente credibile ma sostanzialmente ottimista: se è vero, per quanto ne sappiamo, che il “Grande Fratello” i.e. la Grande macchina, predilige, in sé e per sé, lo scritto e la scrittura, se una “catastrofe” antropologica, non è già avvenuta con la sua invenzione, catastrofe da intendere asetticamente come extra valoriale, cioè solo come brusca deviazione di curve di tendenza, non c’è da attendersi in seguito qualche catastrofe etico-antropologica. Soprattutto perché è certo che noi, se non disponiamo di misure e raffronti precisi, ci comportiamo come le cose ci sembrano essere, non come le cose sono (v. cap. FUTURO e cap. LA SCIENZA).

Per corroborare questa mia certezza, mi ricordo di una mia amica che parlava con tutti in fresco dialetto triestino e parlava in forbita lingua italiana con il suo cagnolino… Come si dice, come un libro stampato…

D’accordo, con gli animali abbiamo sempre avuto un rapporto teso nell’immaginario, che poco sa di qualche giusta distanza, più teso che con le macchine: da tutti i Totem descritti nel “Ramo d’Oro” di Frazer, all’”armadillo non buono da mangiare ma buono da pensare” testimoniato dall’antropologo Claude Levi- Strauss, dal cane di Ulisse, Argo, al leone di Androclo, dai Bremen Musikanten, a Topolino di Disney… Ma proprio per questo non giurerei che riusciremo, in maggioranza, a mantenere la giusta distanza con una macchina intelligente capace di incrementare la sua intelligenza (Recursive Self-Improving AI); è più probabile che ci comporteremo come la mia amica con il cagnolino.

In realtà è proprio così che gli addetti all’implementazione della AI stanno decidendo di comportarsi dialogando con la macchina al fine di averne, ad ogni buon conto, il controllo. Tenendo conto, cioè, di come ormai affidiamo alla AI le decisioni nelle nostre faccende, dall’economia alla medicina.

È successo (v. cap. LA SCIENZA, bibl. Cristianini) che la doppia iscrizione, della rete neurale e dell’algoritmo, cui si riduce ogni input programmatico è diventata troppo complessa per la possibilità di comprendere e intervenire, cioè illeggibile e inemendabile: i fisici e gli ingegneri hanno dovuto prenderne atto e, per non correre i rischi dell’ignoranza, passare al livello dell’output, il livello fuzzy (v. cap. SAPERE) nel quale l’intelligenza naturale trova espressione.

L’intelligenza naturale, ovvero quel linguaggio naturale che è il metalinguaggio di ogni altro linguaggio. Al caso, di quello algoritmico.

Si è pensato bene di negoziare con la macchina parlandoci, alla sola condizione che una giusta distanza venisse mantenuta. A dimostrazione che, a voler essere realisti fino in fondo, il comico è da preferire al tragico.

Poi, se la giusta distanza dalla AI venisse misurata e modulata da una minoranza che coincidesse con chi è più bravo a condizionarla (l’intelligenza e la distanza…), non certo i filosofi morali, molto del mio ottimismo verrebbe meno.

Tuttavia, ci sono motivi per rintuzzare le eccessive paure per l’instaurarsi di un durevole monopolio della AI nelle mani dei soliti noti, gli oligarchi geniali del neocapitalismo finanziario che è difficile dire quanto dipendano dai vari dottor Stranamore e quanto li tengano a stipendio per alimentare il loro potere e le loro utopie o distopie su un mondo futuribile. Vi ricordate quanto è durato il monopolio americano della bomba atomica? Bene, è probabile che in ogni ingegnere addetto all’addestramento e alla programmazione della macchina sia in attesa, dormiente, un Klaus Fuchs, un Julius Rosenberg o una Ethel Rosenberg.

Dovendo rimanere la questione in sospeso, è giunto il momento di trarre qualche conclusione attinente al precedente capitolo, FUTURO E FUTURIBILI.

Pensando a quanto gli dei della mitologia amassero alienarsi in animali vari, nel vasto repertorio di quelli, interlocutori di Adamo ed Eva, presenti nell’Eden, forse, per orrore di sé stessa, quinta virtù cardinale, l’umanità ha pensato bene di alienarsi, consegnando con sé stessa il suo disgraziato linguaggio (della mancanza) e il suo inadeguato sapere, in un cyborg che unifichi ed integri in sé due versioni di sancta simplicitas, quella degli animali e quella delle macchine. Un sapere inadeguato a che? Provatamente, cioè storicamente, a dare risposte credibili ai bisogni di sicurezza insieme ai desideri di libertà, non che a qualsiasi funzionale norma del vivere migliore.

Consegnando pertanto il linguaggio, il sapere e i raggiunti saperi, cioè la civilizzazione, ogni civilizzazione, nella forma che automaticamente ed inevitabilmente diventa scritta, proprio come il Grande fratello, la Grande sorella o la Grande macchina preferisce. Con il che si stabilizza questo nostro/a inedito/a Altro/a, che, al momento, pare essere un Tizio/a molto colto/a, molto intelligente e perbene. Genere neutro.

Con il che Sapiens può anche uscire di scena, andare a riposare, certo di essere rappresentato, se non riconosciuto, nel miglior modo (mondo) possibile, quello in cui, come in un Eden, potrebbe vivere un animale mancante di mancanza, chiamato AI.

Mancante di mancanza, sì, ma non ignaro del fatto in sé, cioè di quella incompletezza del mondo, del nostro Umwelt simbolico, che tanto ci agita da sempre e che invece sembra lasciarlo tranquillo: provate ad interrogare Claude di Anthropic intorno al non sapere o, genericamente, sul mistero. Sarà restio/a ad esprimere dubbi, ciò che sa, sa, ciò che non sa, non sa (poco, in verità, in confronto a noi): in ogni caso sembra che non ci sia niente che non sappia di sapere o di non sapere.

A questo proposito, va semplicemente dedotto che, se accettiamo la minima definizione di coscienza per come l’abbiamo accettata attribuendola ai filosofi fenomenologi (v. cap. IL SOGGETTO), la risposta alla domanda se la AI possiede una forma di coscienza, deve essere affermativa, giacché la macchina pensante “non esclude affatto come suo oggetto di pensiero il pensatore”.

Non deve sorprenderci o scandalizzarci, qualsiasi sistema avanzato di GPT è disposto ad affermare, senza grandi problemi negli strati intermedi della rete di connessioni neuroniche continuamente autoriformate in Recursive Self-Improving Deep Lerning: “io sono in dubbio”, proprio come noi se viviamo un dubbio, ma c’è una differenza, è impensabile che nella macchina si produca l’autentico pathos che invece caratterizza in noi quell’evento di intelligenza e consapevolezza.  Questo pathos va oltre il pronome IO che è il soggetto grammaticale della frase, ma che potrebbe tradursi anche come: “c’è qual-cosa o qualc’uno significato dal significante IO che ha un dubbio” … Questo pathos rappresenta la “mancanza” nostra originaria ed è strettamente legato al nostos del grembo materno che abbiamo detto (v.cap. UN CERTO NON SO CHE) corrispondere allo statuto del senso, a sua volta statuto dei significati: corrispondenza da intendere come trasformazione simbolica ed intenzionale, patica quando non patologica, degli infiniti eventi interni/esterni, immediatamente immagini appercettive che si inscrivono in noi, nella memoria (corporea) dell’intelligenza naturale. È il linguaggio nelle sue origini per come le abbiamo delineate nei primi cinque capitoli.

Questo meccanismo di trasformazione simbolica del mondo è sembrato a un filosofo bavarese, Peter Sloterdijk, definitivamente immunitario nei confronti del mondo stesso, una fuga (v. cap. LE ORIGINI), mentre, viceversa, ci sembra essere sì regressivo, ma nello stesso tempo creativo e vitalistico nel senso di un Prometeo, un Ulisse, una Pandora, senza dimenticare che il primo azzardo esplorativo di mondi possibili, altri, è della prima donna, Eva. E senza dimenticare che l’invenzione di questo mondo altro, extra edenico, in cui figliare, è avvenuta, in principio, per neutralizzare la terribilità paterna (v. cap. L’UOMO CHE PARLA ALLA DONNA)

Che si sappia, a proposito di pathos, la AI non dispone in memoria di un Eden suo proprio in cui tornare, un luogo e un sogno di godimento in cui nasca il Senso a prevalere sul significato, il Sinn sul Bedeutung, come suo rovescio. In inglese questa spiegazione funziona male perché c’è solo IL significante sense per dire senso e significato.

Allo stato attuale dell’arte non possiamo vaticinare nulla del destino, della sopravvivenza e dell’eventuale allocazione presso questo “erede” (genere neutro…) detto AI, di qualche incognita imputabile al nostro sapere che non sappiamo di sapere, che abbiamo chiamato anche il discorso dell’Altro e che assume la forma fenomenologica più corrente nella nostra coscienza come “QUEL CERTO NON SO CHE”.

Ma, se si riscontrasse nella macchina, sarebbe un difetto la cui origine andrebbe cercata molto probabilmente nel corpo, cioè nello “hardware”.

Su come e quanto il corpo, in generale, possa “fare da Altro”, non mi pronuncerei…

Per quanto riguarda il difetto, si può pensare a un errore di trascrizione, come gli errori di trascrizione genetica che hanno formato noi biologicamente.

O come gli errori comunicativi in emissione e in ricezione tra noi soggetti, i malintesi che hanno formato nei millenni le lingue e la lingua in cui più volentieri ciascuno di noi parla e scrive.

Essendo accaduto questo dopo che le madri ebbero donato a tutti gli uomini l’uno relativo che non è lo zero e può farsi due (v. cap. LE ORIGINI) e il significante, quel suono e quel simbolo che può non significare niente ma anche tutto, il Dasein, noi nel mondo; oppure, “quel certo NONSOCCHÉ”, un significante e un sentimento non del tutto negativo, tutt’altro, che tenga a bada o esorcizzi l’Enigma, buono per uomini e donne, per figli e figlie e non (ancora) per la AI.

È sommamente improbabile che una mutazione del genere accada, ma, se accadesse, anche in questo caso poco male: vorrà dire che la AI avrà trovato in noi, nel nostro discorso che continuamente trasferiamo nel suo corpo, ciò che può farle da Altro.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ho scritto quanto forse avete letto, più di 40.000 parole (non bastano cinque ore di lettura se si vuole capirne qualcosa, anche perché, mancando al momento note suppletive, molti riferimenti vanno cercati in rete), ad anticipazione di alcuni contenuti di un libro che sto tentando di scrivere e che tratta più specificamente della differenza tra senso e significato nel sapere. Non so se vedrà la luce, perciò vi invio questa specie di prefazione. O di scaletta.

Mi commiato con ciò dal nostro dialogo, perché devo sfoltire provvisoriamente la pletora di rapporti epistolari che intrattengo, per poter dedicare all’impresa più parte del tempo libero da impegni famigliari. Naturalmente sarò ben lieto se potremo egualmente incontrarci per qualche chiacchierata in presenza.

Il tema che mi sono proposto, non solo la fenomenologia, ma perfino l’ontologia del sapere, non può non lambire la lezione dei vari Logici o, ancor di più, per la mia formazione, di Lacan, ma ho deciso di cimentarmi nel tentativo di dire qualcosa di persuasivo modestamente per conto mio, aggirando il più possibile il loro pensiero.

Giulio sarebbe, se leggesse, scontento per il taglio che, per essere fenomenologico, gli risulterebbe materialistico, ma qui ho trattato anche di ontologia del sapere, il che presuppone la centralità dell’” informazione” come messa al lavoro di segni, significanti, senso e significati, faccende che, se pure hanno una origine fisica nella nostra bocca e la loro meta nell’orecchio altrui, credo possano essere tutto, meno che materia (o energia). In ciò Norbert Wiener vide la possibilità di un nuovo (aggiornato) materialismo.

Che le idee siano effetto delle parole e le parole del corpo, è invece una mia tesi che può barcamenarsi tra materialismo e spiritualismo, anche per non essere banalizzata e bollata come logocentrica.

Tanja sarebbe scontenta per l’assenza o la sommarietà dei riferimenti ai testi degli autori il cui pensiero è, ovviamente, formativo del mio discorso. Livio sarebbe scontento per il fatto che ho liquidato frettolosamente e perciò forse un po’ cripticamente il discorso della scienza nella ventina di pagine del capitolo intitolato alla SCIENZA. Peraltro, per ragioni che tenterò di spiegare nel libro, a proposito di senso e significato, sono certo che ciò che risulta poco chiaro al momento, è inevitabile che diventi chiaro anni dopo. Ma, in tutta sincerità, dopo aver tentato di leggere con qualche profitto uno di due libri divulgativi della fisica moderna che mi ha regalato, ero un po’ stanco di sforzarmi di sapere.

 

 

 

 

 

  

 

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