SAPERE

Anonimo triestino

 

La

STANCHEZZA

di

Sapiens 

 

La definizione più “scientifica” (le virgolette stanno a significare i miei dubbi epistemologici destinati a diventare centrali in questo lungo scritto) di noi esseri umani presenti sul pianeta, è che siamo HOMO SAPIENS in una complicata genealogia tangente quella di scimmie antropomorfe ed ominidi. Ho sempre avuto l’impressione di una certa ironia socratica in questa definizione, atteso che tale umanità che sa, sa sempre troppo poco rispetto quanto vorrebbe sapere…

 

 

 

Cari amici, In una mail dell’inizio di novembre, che non riesco a rintracciare, preannunciavo un mio intervento più articolato di quanto di solito facciamo nei nostri rispettivi interventi, sulla fenomenologia e sull’ontologia del SAPERE inteso come verbo all’infinito, tipo il latino SCIRE, quasi un sinonimo di pensare o di capire, non come un insieme di conoscenze prodotte da questa attitudine umana.

Questo desiderio di scrivere qualcosa diffondendomi sull’argomento più ordinatamente di quanto abbia fatto, una decina di anni fa, in un libro di più che 400 pagine tra un aforisma e l’altro, si impone perché mi si è affacciata la questione di cosa stiamo facendo, scrivendo e leggendo in questa sede elettronica. Che altro se non confrontarci per sapere qualcosa meglio o di più sul mondo e sulla nostra vita in esso? Mi pare con più attenzione verso le qualità da descrivere che alle quantità.

Avevo scritto che, in assenza di una robusta ipotesi ontologica, cioè di cosa voglia dire “sapere”, per poi giustificarla in tesi, non potevo pretendere di arrivare a certezze, Perciò, dovendo limitarmi ad argomentare, ho pensato di attenermi ad alcune premesse o presupposti a mo’ di postulati o assiomi. Credo tre. Non mi ricordo di che tenore fossero, perciò lo riscrivo stringendo così: possiamo sapere solo ciò che sappiamo di poter dire. Ammetto che, per essere difficilmente falsificabile, può sembrare tautologico, ma serve ad avvisare che non terrò molto conto dei modi di sapere trattati dal cognitivismo moderno succube delle neuroscienze.

Già che ci siamo, cos’è un postulato? È una ipotesi ritenuta, per convenzione, invalidabile (da non poter farne una tesi, che invece deve prestarsi ad essere invalidata, come Karl Popper prescrive). Ma, come ogni ipotesi, in nessun caso avrebbe altro valore di verità che quello della nostra immaginazione fortemente condizionata dallo Zeit Geist, spirito dei tempi. Evidentemente, ciò turbò molto Isaac Newton, al punto di affermare che lui, di ipotesi, non ne immaginava alcuna.

L’ipotesi è una finzione necessaria, nient’altro che la tesi precostituita e discussa in foro logico interiore, ma non per questo solipsistico, in attesa di essere argomentata o dimostrata in pubblico entro coordinate logico/assiomatiche convenzionalmente condivise.

Credo che, ancora oggi, molti scienziati non vogliano ammettere di appuntare le loro ricerche su ciò che vogliono ricercare spinti da motivi extra-scientifici, mondani, verso un sapere tanto in loro precostituito nello Zeitgeist, quanto, talvolta, ignorato.

 

SAPERE

Permettetemi di imitare, per cominciare, lo stile e il procedimento logico e retorico di Ludwig Wittgenstein tratto dal “Tractatus Logico-Philosophicus”: “oggi piove, ieri pioveva, domani pioverà”. Questa proposizione pessimistica non sembra vera in alcun caso nel presente per quanto riguarda il luogo in cui siamo, a parte Fabio che vive altrove, ma può valere come esempio di proposizione con cui qualcuno fa mostra (dica) di sapere (o almeno di voler sapere) qualcosa di veritiero su un qualsiasi evento percepibile, che può essere oggi, essere stato ieri o avvenire domani. Un evento percepibile è un cambiamento di stato interno<>esterno che immaginiamo possa accadere nel tempo e nello spazio, cioè con qualità fisiche compatibili con le nostre.

Che oggi piova può essere vero o falso: esco o vado alla finestra e lo decido empiricamente in base a dei segni effettivi rilevabili in un intervallo di tempo prestabilito, oppure chiedo a qualche astante di farlo e riferirmi; che ieri abbia piovuto può essere vero o falso deducendolo da informazioni tratte dalla mia memoria, oppure dalle testimonianze altrui se mi sono pervenute come meritevoli di credito; che domani possa o non possa piovere, può essere ritenuto vero, probabile, meno probabile o falso a seconda di informazioni che, a pensarci, non sono altro che l’esito di misurazioni fatte da altri di tutto ciò che, per quanto sappiamo, eventualmente (e di solito) causa il fenomeno. Per lo più misurazioni della quantità di vapore acqueo stratificata nell’atmosfera e delle temperature nei diversi strati, ma di certo il meteorologo, per informarci sull’eventualità che piova (su una scala di probabilità tra 0% = falso e 100 % = vero) si rifarà a modelli matematici previsionali che tengano conto di molti dati quantitativi, tipo le variazioni progressive della pressione atmosferica, e anche di altre quantità significative stabilite storicamente da altri meteorologi misuratori che meritino credito.

L’informazione empirica non smentisce questi presupposti, restando evidente che la più gran parte di ciò che possiamo sapere possiamo saperla perché altri ce la dicono. Questa affermazione, prima ancora del mio postulato, resterà imprescindibile nelle argomentazioni che seguono.

Questi altri qualche volta sono individuati o individuabili, come si dice, in carne ed ossa, con un nome e un cognome, ma altrimenti e per lo più sono sparsi e diluiti per soggettività ovvero per quello che possono dirci, in una alterità che ha nome di umanità, cioè di Sapiens.  Potrò mantenere evidente questa dicotomia scrivendo l’altro individuabile con l’iniziale minuscola e l’Altro rappresentativo di Sapiens con l’iniziale maiuscola: il fantasma di un soggetto che non esiste se non come ipotesi logica, voce di tutti e di nessuno.

A questo punto non dovremmo trarci in inganno: né 0% di probabilità vuol dire che è assolutamente falso che piova, né 100 % vuol dire che è assolutamente vero che piova, come non è vero che per una probabilità del 50%  è assolutamente indecidibile che piova o non piova, per la semplice ragione che queste, come tutte le probabilità, sono espresse da un numero a sua volta espressione di un calcolo tendente a zero o all’infinito, cioè a due traguardi che in matematica sono trattati come numeri, mentre si tratta di concetti, discutibili come tutti i concetti. Rappresentando, nell’immaginario comune, lo zero il nulla, nessun evento, e l’infinito ogni possibile evento. Sapere se pioverà è sapere quanto basta per orientarsi ed agire di conseguenza. Il calcolo delle probabilità riguarda certezze sufficienti, non la verità, verificabile solo ex post e non sempre facilmente.  Perciò nessuno, a proposito della probabilità del 50%, può credere che “l’asino di Buridano” sia morto di fame.

Mi pare giusto annotare che Fabio preferisce chiamare l’infinito indefinito oppure innumerevole per numeri non” naturali”, reali, cioè frazionari ad libitum, adatti a rendere ragione di continuità; il che mi va a genio, ma non del tutto, perché la continuità assoluta rimane una bestia nera per la matematica. Mi pare altresì propenso a dire, forse con Parmenide, inesistente il nulla: come dire che solo rinunciando a “concepirlo” possiamo farne il numero zero, scrivendolo 0!

Devo dire, visto che sono partito da Wittgenstein, che, per quel Logico, ogni concetto è un “gioco linguistico”, cioè la valorizzazione di certe parole invece di altre. D’altronde, in ogni gioco si valorizza uno o un altro oggetto invece di altri oggetti in campo: nel gioco di carte, per esempio, una o un’altra carta, nella “dama” una pedina, nel gioco del football il pallone conteso. L’oggetto viene valorizzato come significato entro il senso del gioco, cioè secondo delle regole e con lo scopo di un conseguimento di soddisfazione. Per lo più una vittoria su un avversario, spesso tanto introiettato da coincidere con sé stessi. Lo si osserva anche nei giochi di altri mammiferi.

Si potrebbe pensare che il gioco esista e proceda come una lingua, su due assi, il paradigma (la semantica, il contenuto, di cui il genere di gioco) e il sintagma (del gioco linguistico le regole, la grammatica, la sintassi, la forma, dopotutto la Legge, in rappresentanza di tutte le leggi, giuridiche o fisiche che siano), ma la linguistica, un’elucubrazione sulle lingue che parliamo, poco avrebbe da dire sulla “soddisfazione” che se ne trae. Da qualcuno è stato detto che può trattarsi di un “godimento”, cioè di qualcosa che ecceda il pareggio assoluto tra le energie spese nel giocare e il piacere della vittoria: forse la stessa cosa che ha spinto a giocare, no? Chi giocherebbe senza un minimo di gratificazione preliminare? Sulle relazioni tra piacere, godimento, senso, significati concettuali, torneremo di sicuro. Intanto, sembrerebbe che, ad elaborare concetti (parole, se volessimo stare a Wittgenstein) ci si diverta, oltre che a trovare soluzioni momentanee alle incertezze della vita.

Scostandoci da questa faccenda dei concetti e delle parole, mi sovviene che anche la mia gatta, se vuole saltare dal davanzale della finestra sul tetto della legnaia, sembra prima calcolare la distanza in rapporto alle sue disponibilità muscolari e perciò la probabilità di raggiungere lo scopo: probabilità nulla, per un pelo o con discreto margine. Calcola quanto le basta per decidere.

Saltare o non saltare. 1 aut 0: per un po’ d’ironia, può ricordare l’alternativa digitale. Ma anche quella del passaggio sinaptico.

Va bene, ma calcolare non è misurare: più empirico e diretto il primo procedimento, sinonimo di contare delle cose direttamente fisiche, calculos, pietruzze (come quelle dei calcoli renali e le biglie del pallottoliere), più astratto ed indiretto il secondo, che confronta grandezze sulla base di unità (numeri), già in sé misure allo stesso tempo convenzionali ed arbitrarie. Sì, perché ogni numero di ogni genere (naturale, reale, razionale, irrazionale, immaginario…) è, prima di tutto, una unità concettuale, in vista di possibili infinite operazioni matematiche.

Annoto anche che la mia necessità, per poter  essere realista riguardo la  possibilità ovvero il desiderio di sapere ogni cosa per filo e per segno, di menzionare, almeno alla lontana, il calcolo infinitesimale di Leibnitz o le funzioni al limite di Cauchy, già anticipate, come il calcolo integrale, nell’”esaustione” dei filosofi/matematici dell’antica Grecia, Eudosso di Cnido e Archimede, ha a che fare con la mia visione di una realtà essenzialmente continua (e non discreta) nel tempo e nello spazio, contrapposta a una visione che ammette più volentieri misurazioni in base ad unità e intervalli variamente prestabiliti. In seguito, tornerò sicuramente su questa opposizione.

Naturalmente, per noi c’è dell’altro: tornando all’esempio della pioggia, c’è la gradazione semantica del fenomeno, anch’essa difficilmente pensabile come discreta, distinta e definita. Cioè, può piovigginare, piovere a catinelle, ad intervalli o quasi continuamente, solo per breve durata o per quasi tutto il giorno. È bene puntare l’attenzione fin da subito sull’avverbio “quasi”, più adatto per immaginare gradazioni di qualità che possono sfumare una nell’altra che a formare insiemi di oggetti necessariamente della medesima qualità. Anche sotto questi riguardi viene accomodata, di solito, la nostra praxis.

Infatti, In ciò che ho scritto fino qui, è come se noi fossimo delle macchine prive di sentimenti, oppure degli organismi in grado di reagire a stimoli esterni di natura astratta (segni) o concreta (eventi), ma sappiamo invece che il significato emotivo (e variamente motivante) di ciò che percepiamo, ovvero di tutto ciò con cui abbiamo a che fare, va ben oltre il meccanismo dell’arco riflesso; come dire  di un meccanismo di azione/reazione che non smentisca, per un esempio tratto dalla meccanica o dalla termodinamica, il principio di conservazione dell’energia. E va anche ben oltre la connotazione di certezza oppure di incertezza, soprattutto previsionale, che pure è necessaria per vivere e sopravvivere.

Insistendo nell’esempio metaforico/meteorologico che ho fatto all’inizio, la prima cosa da dire è che la pioggia atmosferica non ha lo stesso valore per il contadino e per coloro che non hanno da far fare frutti alla terra, non ha lo stesso valore nelle diverse stagioni e nelle diverse circostanze. Inoltre, Il significante “pioggia” ha significati, cioè qualità attribuibili, che sarebbe difficile indovinare una volta per tutte, essendo spesso immagini della memoria individuale, diretta, di qualche episodio vissuto, o indiretta, già mediata nelle parole: ci sono le piogge romantiche, tipo “La Pioggia nel Pineto”, “Pioggia”, titolo di un racconto di W. S. Maugham, “Cantando sotto la Pioggia”, romantiche ed esotiche come “Le Piogge di Ranchipur”, ma anche piogge ingenuamente metaforiche, come la pioggia di soldi se vinci alla lotteria o la pioggia di bombe sui soldati al fronte, o una pioggia di coriandoli, una pioggia di lacrime, oppure piogge  proverbiali, come quando “piove sul bagnato”, o come “dopo la pioggia viene il sereno”, “pioggia di montagna non bagna la campagna”, piogge dei racconti mitologici, come quella di Giove per raggiungere Danae, come la allegorica “pioggia di Mirra”, dell’umorismo popolare, “piove, governo ladro!”, come la pioggia del Diluvio Universale durata, secondo la Bibbia, 40 giorni e quaranta notti, come dire “piove che Dio la manda”.

Beh, chi più ne ha più ne metta, quello che importa dedurre è che conoscere questi significati significa in tutti i casi sapere qualcosa di più, qualunque cosa, in relazione alla pioggia, anche se meno praticamente ed oggettivamente che nell’esempio dell’inizio, in cui si voleva sapere se la pioggia c’è stata o meno, se c’è o non c’è, se ci sarà o non ci sarà con il massimo di certezza possibile.

O, meglio, significa sapere di noi stessi qualcosa di più come di chi sa qualcosa in relazione alla pioggia. Scostandoci, come si può fare nell’arte, nelle metafore e nei sogni, addirittura dalle forme kantiane a-priori del tempo e dello spazio. In fondo, pensandoci bene, che altro sapremmo se non le possibili relazioni della parola “pioggia” con altre parole? Anche, tra tantissime, IO oppure NOI. Un’immagine di noi con l’ombrello è solo una tra tantissime altre.

Così siamo arrivati ad intravvedere due modi di sapere, oggettivo e soggettivo, ma anche ad intravvedere, nel primo modo di approcciarsi al sapere, la ristrettezza di senso e significati affidati a misurazioni con scopo specialmente previsionale e, viceversa, ad intravvedere nel secondo modo, la vastità di senso e significati affidati a più generici giochi linguistici attenti alle qualità di ciò che è messo in gioco. Questo secondo approccio, a voler essere precisi, un modo, più che di sapere, di desiderare di sapere, non sembra tanto utile o necessario quanto il primo per vivere e sopravvivere: infatti, questo approccio soggettivo ammette, a differenza di quello oggettivo, interferenze sentimentali (per esempio, il gusto per un tipo di gioco e per uno stile di gioco invece che per un altro) che complicano le nostre strategie in ordine a raggiungere o produrre più praticamente, cioè più rapidamente ed economicamente, le soddisfazioni dei bisogni naturali. Il che appare anche poco in linea con la “sepsi” della ricerca scientifica, si svolga, questa, con esperimenti mentali o con modelli sperimentali. Potremmo definire questo modo di sapere oggettivo come più adatto a “formare” tutto un mondo delle quantità, mentre quello soggettivo formerebbe il mondo delle qualità, due mondi nei quali soggiornare con la possibilità di intrecciarli e passare dall’uno all’altro senza scioglierne l’intreccio o i nodi.

Resta da osservare, a costo di ripetermi, che le relazioni tra le rappresentazioni psichiche di enti ed eventi (destinati, in base al nostro postulato, ad essere anche dei significati) nel e del mondo delle qualità, sono continue e sfumate, che possono piacere ora di più ora di meno, imprecise nel cambiare, a differenza delle relazioni scrivibili nel e del mondo delle quantità, in cui dette relazioni sono intervallate, discrete, repentine nel cambiare come ben de-finite. Fossero anche probabilistiche. È anche il mondo della necessità, del bisogno che c’è fin quando non è soddisfatto: o c’è o non c’è, o uno o zero. Mentre l’altro è il mondo della contingenza e del desiderio che c’è e non c’è, non può mai essere soddisfatto senza “un certo non so che” residuale che si fa causa di desiderio ulteriore, interessato continuamente ad altri significati.

 

  LE ORIGINI

È ragionevole interessarci alle origini dell’attitudine, della volontà, del bisogno o del desiderio di sapere che accompagna quel linguaggio umano che, come affermò già Aristotele, è la specialità per la quale possiamo dirci diversi dagli animali?

Non lo so, ma so che è inevitabile. Altrimenti, non si spiega come mai non esiste e non è esistita una sola comunità umana che non abbia immaginato qualche mito delle origini che spieghi la sua esistenza. Tralasceremo di considerare tutti questi miti planetari, li lasciamo agli antropologi di mestiere, esamineremo solo qualche mito più radicato nelle nostre tradizioni culturali che descriva da dove scaturisce questa nostra faccenda del parlare e del sapere.

Annotiamo tre presupposti. Primo: ogni mito supplisce sempre a una nostra impossibilità di sapere qualcosa per filo e per segno. Secondo: non sapere qualcosa pertiene allo sfondo immenso in cui ritagliare le cose che poi possiamo dire ragionevolmente, cioè all’incirca, di sapere. Nessuno ritiene che si ritaglino una cosa o un’altra a caso, in via stocastica, e per lo più si ritiene che si tratti di rappresentazioni accettate o volute, ancorché parziali, di una realtà vagamente consonante con noi (quanto basta?) e che, volendo, si può conoscere sempre di più e meglio. Questa direzione anti-caotica, in-formativa o, con un termine tratto dalla termodinamica, neghentropica, che il sapere non può non sussumere, verrà detto il senso del pensiero e del discorso umano. C’è anche da stabilire che quel non-sapere, vuoto immenso in cui procede il sapere, non è il nulla in cui nulla si potrebbe trovare a meno di non essere un dio creatore; allora, cos’è? È il chiasmo inevitabile del dritto e del rovescio, per cui non si sa senza non sapere, cioè senza la mancanza incolmabile dell’origine e, d’altronde, non si sa senza oggetto del sapere, faccende ben diverse della tesi e antitesi idealistica, componibile nella sintesi.

Il terzo presupposto è più problematico, si può accettare o meno: io l’accetto in linea di massima, a metà tra il mito e il sapere. Si tratta di credere che valga l’intuizione di uno zoologo-filosofo-artista, Ernst Haeckel, che esista una corrispondenza, una analogia ovvero un rapporto di somiglianza tra ciò che accade nello sviluppo dell’individuo e ciò che accade nello sviluppo dell’umanità. Ciò a livello biologico, evolutivo e genetico sulla scia di Darwin, ma, mentre un darwinismo culturale si è dimostrato euristicamente poco produttivo, causa una incompatibilità reciproca di cultura e natura, la teoria della “ricapitolazione delle forme” mantiene qualche promessa euristica in campo antropologico evolutivo.

Dunque, è verificato che l’intelligenza di un infante, intorno ad un anno d’età, corrisponde all’incirca all’intelligenza di uno scimpanzè adulto, tenendo conto che, come altri mammiferi, quel primate a quell’età può essere detto adulto. Da quel momento, in concomitanza temporale con le prime approssimazioni e le prime competenze linguistiche, un bambino sopravanzerà l’animale in ciò che chiamiamo intelligenza e misuriamo come tale con vari esperimenti.

Per inciso, posso affermare che, in verità, se si tratta di misurare l’intelligenza, noi sappiamo misurare per lo più il saper misurare del bambino. Che cosa? Oggetti percepibili offerti alla percezione, le relazioni di qualità e quantità tra essi, ma sempre oggetti che per noi o per il bambino o per lo scimpanzé presumiamo debbano avere un significato, il che, semplicemente ma non tanto, vuol dire che, di là del poter essere o non essere, esistono nel mondo nostro, eventualmente del bambino o dello scimpanzé, solo per una sorta di nostra immaginazione proiettiva, soprattutto qualora lo immaginassimo (e l’immaginiamo) come un esterno. Il che non è, dati gli scambi continui tra il nostro corpo e l’ambiente fisico, come, se piace pensarlo, gli scambi continui tra il nostro spirito o la nostra “anima” e l’ambiente culturale, lo Zeit Geist. Tuttavia, immaginare gli oggetti e gli eventi come contrapposti a qualcosa che non li è, allora qualcosa, un ente, da chiamare eventualmente un soggetto o un IO, sembra inevitabile. Oppure immaginarli contrapposti al corpo con tutti i suoi organi, per una malintesa idea materialista.

 È così che “si prendono le misure” tra i significati, ed è in linea con l’affermazione dell’antico filosofo Protagora: “πάντων χρημάτων μέτρον ἐστὶν ἅνϑρωπος”, “l’uomo”, nonché il bambino o la bambina, nonché Sapiens, “è la misura di tutte le cose” che sono o possono essere al mondo. Non lo è lo scimpanzé, destinato a rimanere nel mondo di cui non c’è un interno e un esterno: un mondo povero o beato, secondo i punti di vista…

Per definire cosa si intende qui per “mondo”, ricorreremo al termine tedesco Umwelt, ambiente esclusivo vitale/relazionale in cui prendono forma gli oggetti e gli eventi percepibili da un ente biologico, sia esso il mondo di un batterio, di una zecca, uno scimpanzé o un bambino. Il termine, concettuale, è dovuto all’etologo Jacob W. von Uexküll ed è in fondo un’anticipazione filosofica di ciò che il filosofo Martin Heidegger chiama Da-sein, l’esser-ci, “l’essere nostro, che senza la ci non può essere”. Possiamo essere accusati di ricorrere a un sillogismo se decidiamo, a questo punto, che necessariamente, per lo meno nel mondo nostro, di noi Sapiens, non c’è oggetto che non sia significato? Che non lo porti con sé insieme con la sua immagine?

Qual è il mondo di un Infante (infans, che non parla) e il mondo di un/a adulto/a? Può dirsi lo stesso mondo? Niente, nell’osservazione, ci permette di affermarlo.

Il/la neonato/a, vive una prima fase, detta “anaclitica” (di appoggio e dipendenza pressocché assoluta), che dura un po’ più della durata dell’allattamento, in cui si rivolge il più possibile verso il corpo della madre, luogo della sua provenienza natale. Del tutto inadeguato a separarsi da esso, non c’è ragione di credere che non prolungherebbe la sua dipendenza, mentre la madre ha ragioni per non assecondarla, tant’è che l’attaccamento madre e bambino non ha carattere di simmetria simbiotica se non apparente. È sullo sfondo di questa apparenza che osserviamo le prime attività del neonato che non sembrano fare differenza tra le parti oggettivamente sue corporee, parziali quanto indefinite (non ancora organi specifici per funzione) e quelle attive o passive del corpo della madre. In questa fase dello sviluppo i riflessi condizionati del bambino sono pattern, forme visibili reputabili istintuali, poco dissimili da quelle di un primate (per esempio, volgere la testa verso un toccamento, l’aggrapparsi, volgere gli occhi verso un oggetto in movimento, ecc.) mentre i suoni emessi dalla laringe, geneticamente deficitaria rispetto quella di altri primati, sono più flebili e modulabili.

Già verso i tre mesi riconosciamo delle vocali, verso i sei mesi delle consonanti, in seguito suoni che le assemblano. Siamo nel periodo cosiddetto della “lallazione” in cui il bambino gioca con queste sue sonorità con la mamma, per quanto possibile, con la mamma che spesso risponde con suoni simili o più articolati, ma egualmente non direttamente riferibili ad eventi ambientali che eccedano un rapporto madre/bambino tanto esclusivo da apparire simbiotico. Sarebbe del tutto fuorviante attribuire a queste sonorità i significati che troveremo in seguito nelle parole: esse sonorità hanno un solo significato, quello di iterare un gioco strettamente legato alla presenza della nutrice, essendo questa, come il gioco in sé, fonte di piacere per il bambino, sia per la soddisfazione del bisogno nell’allattamento, sia per altri effetti corporei, per esempio nell’essere cullato e pulito.

È del tutto evidente che non c’è simmetria nel rapporto madre<>bambino/a, malgrado il rapporto nella lallazione assomigli a un dialogo: infatti, il primo significato (con qualità affettiva positiva) che sembra rappresentato da due sillabe sonore o fonemi labiali ripetuti, MA-MA, come fossero un significante in una qualsiasi lingua, è interpretato come tale dalla nutrice in molte culture, mentre il bambino o la bambina che emette quei fonemi non riferisce nulla della madre, non sa cos’è. In questo equivoco è il presupposto del nostro linguaggio in cui il senso affettivo prevarrà sempre sul significato. Il Sinn sul Bedeutung, l’intenzione sulla denotazione, secondo il logico Gottlob Frege, primo ispiratore di Wittgenstein.

Se anche possiamo sapere cose prive di significato in sé e per sé, tipo i numeri, le note musicali, le formule magiche, i nomi propri, non possiamo sapere cose senza senso. Ma neanche le parole più generiche hanno significato in sé e per sé, fuori contesto e non strutturate: da tempo si è smesso di crederlo. Ecco il problema: questo senso linguistico è equiparabile al senso esistenziale del senso della vita? Stabilire cosa sia il senso, il suo statuto, quale valore attribuire a questo significante estratto in un gioco linguistico generico, non è facile. Ci arriveremo un po’ alla volta, spendendo molte parole e forse parecchie pagine.

Annoto qui che, nel caso dell’allattamento artificiale, un uomo può fare le veci di qualsiasi nutrice, ma con assoluta costanza, non sostituendosi ad essa occasionalmente; tant’è che qualche dissonanza può intervenire anche se si tratta di due donne: sarebbe preferibile, più rassicurante, il mondo dell’Uno-tutto-solo.

Impossibile per logica, diciamolo subito: non è pensabile un uno senza un uno in meno, uno zero, oppure senza un uno in più, un due, cioè senza il nostro sapere tutto e niente. Diciamo anche subito (ci ritorneremo) che anche per il numero uno, scrivibile 1, vale quanto detto per lo 0: esiste in quanto operante, scritto, a condizione di aver rinunciato a concepirne delle qualità extra il linguaggio matematico, esprimibili pertanto a partire dal più comune e generico linguaggio umano: il magma fluido, per una metafora che vale come un’altra, in cui le qualità (immagini mnestiche destinate a legarsi foneticamente)  si sciolgono, si disperdono e si ricostituiscono (si organizzano per senso) come forme accettabili Al minimo, come le “buone forme” della Gestaltpsychologie, poi come concetti e  significati fatti di parole. Vale anche per il punto di Euclide. Sempre giochi linguistici, solo eccezionalmente come teoremi e formule matematiche.

Comunque, il due rappresenterebbe, nelle mie metafore, il sapere possibile, anche quello della matematica: il bambino di circa 30 mesi conta così: “Uno, due, tanti…”.

È così, tra soddisfazioni richieste dall’infante e godimenti a lui regalati. È così se e finché funziona, cioè se e fino a quando è sufficientemente presente e foneticamente responsiva nella lallazione la nutrice; altrimenti, può subentrare la frustrazione di una privazione. Naturalmente, per necessità, la mamma, il suo mondo favorevole, sempre più spesso si assenterà. Un travaglio da cui emerge il mondo soggettivo ed individuale di ciascuno in rapporto con il più comune e generico linguaggio umano  che è il mondo di nostra vitale pertinenza, l’Umwelt simbolico.

Ma, allora, non essendoci nel momento originario altro mondo che quello di un solo corpo/mondo, senza organi distinguibili e significabili, cosa rimane di quella privazione che è anche una scissione? Rimangono, acquistando importanza prima sconosciuta, gli stimoli percettivi che provengono dal contorno di quel nuovo mondo, un mondo “in meno” e nello stesso tempo “in più”, come forme intermedie con il mondo primordiale ma meno promettenti e responsive. Un contorno già di suo meno promettente, inaccettabilmente disordinato come causa di svariati stimoli percettivi, che i sensi traducono in immagini, da filtrare in ordine ad accettazione o ripulsa; ma, ecco il problema, rappresentati uno per uno in ciò che è destinato a diventare parola, conformati come suoni ma incomprensibili come rappresentazioni di ciò che è accettabile, vero, buono, a differenza di ciò che è inaccettabile, falso, cattivo. Ricordiamo che gli stimoli sono nei primi tempi indifferenziati in quanto esterni o interni al corpo: se appena sembrano esterni sono già immagini in senso lato, cioè oggetti percepiti/immaginati. Non solo della visione, ottiche e subito mentali: poiché i sensi sarebbero, dicono, cinque, anche di altro genere, tattile, olfattivo, gustativo, sonoro… Per non parlare di “sensazioni” relative ad eventi nel corpo, caldo e freddo, per esempio. Se per definire tutto ciò usiamo il termine “immaginario”, è per significare, quasi per metafora, l’importanza della visione per la nostra specie rispetto altri apparati percettivi.

È certo che le assenze della madre espongono l’infante al resto del mondo corporeo materno, a un suo possibile supplemento, l’esterno (immaginario), causa di nuove percezioni e immagini, ma è altrettanto certo che i suoni che provengono dalla nutrice conserveranno la qualità di essere melodiosi ovvero congegnabili in qualche senso che farà da supporto al sapere. Dalla Cosa (senza lo sfondo del non-sapere), all’oggetto immaginario in uno sfondo di non-sapere. Oggetto, obiectus, opposto, quando invece l’oggetto non è l’opposto del sapere quanto un suo rovescio. Questa della distinzione tra opposto e rovescio non è da poco.

L’intestardirsi dell’infante a testare la funzionalità del gioco sonoro nel suo poter significare, essere segno, di un virtuale piacere versus attuale dispiacere, sarà incline ad una imitazione propiziatoria dei versi che fanno segno di presenza, cioè le parole della madre, ma anche alla imitazione degli stessi versi con intenzione diversa, a fini esorcistici dell’assenza. Il gioco del parlare diventa un lavoro rivolto a far essere il mondo come piace e a farlo ritornare come piace se esso o i suoi aspetti sensibili accettabili vengono meno.

Non c’è da meravigliarsi se il bambino, d’ora in poi, giudicherà quegli oggetti sonori, fonici e fonologici, più o meno adatti a rendere una immagine allucinatoria, più o meno piacevole o almeno sopportabile, del suo mondo ancora corporeo, sensibile e sensuale, perché è così, in questo senso di autogratificazione e non in un altro, che verranno usati, quando saranno diventati parole nel loro ordinarsi per imitazione del linguaggio degli adulti, vistosamente più efficace per cambiare le cose de-signandole. Per non esserne sopraffatti oppure per goderne.

Nell’illusione di poter più facilmente raggiungere il suo scopo, di poter riprodurre l’”Eden” dell’incorporazione nel corpo materno (un’illusione in fondo assecondata simbolicamente, su un piano di corrispondenza affettiva, dalla madre nella fase della lallazione), mentre lo scimpanzè imparerà ad operare con gli oggetti percettivi, con una cesura netta da ricordi edenici, il bambino imparerà ad operare con significazioni vocali di essi. Illusione di poter operare “in seduzione” con uno strumento ancora lontano dal risultare adeguato, (ma un po’ meno inadeguato di ogni possibile intrapresa più fisica ed energica), il che comporta inevitabilmente la delusione simbolica per cui scampoli di tentativi verbali verranno abbandonati qui e là e di tanto in tanto. Fonemi pieni di senso ma non ben strutturati in significati responsivi. Anticipiamo, vanno a formare l’inconscio. Ci ritorneremo.

Ma non è detto che la delusione produca rassegnazione (quella che nell’adulto assume la forma timica della depressione) o il passaggio all’operatività più realistica degli animali, tutt’altro: di solito viene rintuzzata ed eternata con fantasie di ulteriori possibilità a condizione di trovare le parole adatte. Qualcuno, se non la madre che le conosce di certo: qualcuno altro, le conosce.

È l’Altro, un Soggetto Supposto Sapere che impersona l’uno in meno che ha fatto existere l’Uno dove era l’essere.

È così che nasce il pensiero, un dibattersi tra infiniti o indefiniti significati/oggetti che ha un senso solamente, quello della ricerca del piacere infantile anaclitico, regalato, gratuito, cui daremo il nome di godimento, per distinguerlo dal piacere inteso come ritorno alla quiete omeostatica dopo l’investimento nervoso dello stimolo: piacere, perciò, in questo caso, pagato equamente. Per chi conosce la filosofia di Karl Marx, il godimento può essere interpretato come plus-piacere, un eccesso significativo che scorre perenne nell’organismo (come il plus-valore nel Capitale) e che sogniamo sempre, anche ad occhi aperti, di poter giostrare.

Poiché nulla, se non una mancanza della Cosa sensuale/primordiale impossibile da padroneggiare, ci spinge a pensare e a parlare con i significati/oggetti ancor prima di essere in grado di destreggiarsi tra e con gli oggetti/significati (quelli che per lo scimpanzé restano oggetti e basta, segni di eventi percettivi e nervosi) rimane del godimento nel corpo sempre più autonomo del bambino anche nel parlare o (vel) pensare. Un godimento di supplenza e di animazione del senso a scanso dell’impossibile. In questa commistione di senso e godimento in cui consiste il percorso di andata e ritorno tra immagini sensitive e significati simbolici troviamo i significanti, la Donna, l’Uomo, la Verità, il sommo Bene, la Salvezza e tutti gli Assoluti scritti spesso con l’iniziale maiuscola. Ma più che sapere cosa vogliamo dire dovremmo chiederci perché vogliamo dirlo. Ed effettivamente spesso ce lo chiediamo ascoltando i discorsi altrui.

Ci si chiede anche se gli animali sanno qualcosa, se hanno del sapere inteso come effetto di un loro pensare. La mia risposta, in linea con quella di Cartesio, è no: facendo tutt’uno con il loro mondo, l’Umwelt, se sanno di qualcosa, lo sanno come una minestra sa di sale. Non sapiens ma sapidus. Se uno scimpanzé ammaestrato sembra sapere, cioè sforare l’immaginario di pertinenza dei suoi sensi, sa come effetto di un sapere antropomorfico, nostro. Invece Sapiens, che sa, è il soggetto nel Logos deficitario. Lo rappresenta in parole e ne è rappresentato in parole. Alla meno peggio.

Il trauma della separazione dei mammiferi dal corpo della madre troverà il momento della “guarigione” nell’estro sessuale, mentre, per ragioni su cui non posso soffermarmi in questo scritto, si eternizza negli umani come “pulsione” (traduzione del termine freudiano Trieb, spinta), un sintomo umano universale, primo motore del linguaggio e del desiderio (sempre un po’ sessuale) a rimedio della privazione e come effetto della mancanza fondamentale, riconoscibile nella ripetitività delle motivazioni umane. Per una metafora, la lingua che batte sul dente che duole, la non gestibilità del godimento, in proporzione inversa a quanto appare gestibile il piacere nell’investimento energico nervoso, ma anche in proporzione inversa a quanto appare gestibile ogni investimento simbolico/economico.

Mi sono sforzato di non ricorrere ai noti schemi freudiani illustrativi delle traversie psichiche dell’infante nei primi 30 mesi di vita extrauterina, schemi drammatizzati alla luce del mito di Edipo e della “perversione polimorfa infantile”, anche perché quella narrazione si costituisce come un unicum che descrive le origini dell’evoluzione culturale umana, mentre questa mia narrazione riguarda soprattutto il primo anno di vita e il meccanismo con il quale il sapere umano si lega indissolubilmente alla verbalizzazione.

Dopo questa lunga trattazione dell’origine nell’individuo, ontogenetica, del linguaggio, il cui fenomeno è più osservabile, passo ora alle origini mitologiche del sapere umano in generale, filogenetico di cui, con tutta evidenza, sono effetti tutte le intraprese culturali, scritture, legislazioni, manufatti e monumenti simbolici. Effetti, tuttavia, esprimibili in parole e poi fondanti ogni civilizzazione. È ciò che chiamiamo “i saperi” facendo un sostantivo dell’infinito del verbo sapere.

Fedele alla intuizione del fantasioso Haeckel, atteso che nulla di preciso sappiamo dell’origine filogenetica linguaggio umano, definito simbolico per rendere ragione del fatto che in esso, a differenza che in linguaggi animali, ogni parola significa qualcosa solo per la posizione esclusiva che occupa tra tutte le altre; atteso anche che nessun paleontologo o antropologo ha cavato in proposito un ragno (scientifico)  dal buco, io mi acconterò di menzionare brevemente qualche mito delle origini  ben radicato nella nostra particolare tradizione culturale. Mentre Freud, per inoltrarsi nel possibile discorso di una genesi specie-specifica del linguaggio, in cui prese forma la cultura umana civilizzatrice, si inoltrò nelle mitologie universali del suo meraviglioso e criticato libro “Totem e Tabu”.

Ripeto: è il più comune procedimento gnoseologico, quando non si sa nulla, per poter pensare di sapere qualcosa. Tutti noi, nel procedimento di pensiero, ricorriamo, spesso senza accorgercene ed ammetterlo, a mitologie personali come a pacchetti di sapere sottratti alla fatica di verifiche: la comodità delle asserzioni apodittiche.

L’incipit del Vangelo di Giovanni non può dirsi propriamente un mito, è piuttosto una doxa (traducibile dal greco in latino recta opinio) filosofica ben radicata nella tradizione della filosofia greca. È scritto in greco, non in aramaico, che era la lingua di Gesù, ed appare immediatamente inserito nella cultura filosofica ellenistica diffusa all’epoca su tutte le coste del Mediterraneo, soprattutto con Platone, che, con il doppio “mito della caverna” (Repubblica) e dell’”auriga” (“Fedro”), immaginava le idee incorruttibili ed eterne nell’”Iperuranio” come principio di tutte le cose sensibili, un po’ alla stregua del “primo motore immobile” immaginato da Aristotele.

“- In principio era il Logos – e il Logos era presso Dio – e il Logos era Dio – Questi era in principio presso Dio. – Tutto è venuto ad essere – per mezzo di Lui – e senza di Lui – nulla è venuto ad essere – di ciò che esiste – …”

Per prima cosa, in nessun papiro o palinsesto cartaceo in greco antico vi sono le maiuscole che si leggono qui per edizione canonico-liturgica, e in qualche edizione latina post-gerolimiana.

I tentativi di omologare il Logos al Cristo come incarnazione divina/filiale sono interpretazioni ecclesiali e talvolta traduzioni ad hoc del prosieguo giovanneo.

La distinzione, che c’è anche nel testo greco, dei due significanti essere ed esiste, mancante già nel latino, mi fa pensare che Giovanni già intuisse che le cose esistenti in sé e per sé, sono per noi, trascendentali in senso kantiano.

Per concludere, Il senso del prologo è che Dio è l’Altro della parola, del linguaggio, suo Altro interiore come può esserlo per noi, in cui prendono forma intelligibile tutte le cose della realtà percepibile, fuori delle quali possiamo supporre ci sia l’Altro come significante equiparabile al significante Dio. Leggo questo come una metafora dell’uscita, sia dell’individuo umano sia della specie umana, da un indifferenziato in sé e per sé ineffabile, indefinibile, all’essere in qualche modo articolato di cui non dubitiamo l’esistenza in virtù del Logos.

Vi prego di non correre in Wikipedia o in Chat GPT per controllare la correttezza della mia interpretazione che, essendo farina esclusiva del mio sacco, si suppone anche che non abbisogni di questo genere di esami.

Per non perdermi nella selva oscura degli intricati miti greci, scelgo di affidarmi alla Teogonia di Esiodo come alla più canonica delle narrazioni poetiche sull’origine di ciò che intendiamo per Umanità. Tutto comincia con il Caos, un enorme ed indistinto nulla. Dal vuoto del caos apparve Gea (la Terra) con alcune altre divinità primordiali: Eros (l’Amore), l’Abisso (il Tartaro) e altri, si suppone meno importanti perché meno menzionati in altri miti. Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo), che una volta nato, la feconda. Dalla loro unione per primi nascono i Titani, sei maschi e sei femmine. Urano getta i figli nel Tartaro per paura di perdere per causa loro il posto di re, in quanto marito di Gea, del creato.

Crono – “l’astuto più giovane e terribile dei figli di Gea”[38] – viene salvato dalla madre Gea perché possa vendicare i suoi fratelli. Infatti, evira il padre e diviene il sovrano dei titani prendendo come moglie la sorella Rea, mentre gli altri Titani vanno a comporre la sua corte. Da Rea ha diversi figli che, per paura che lo spodestino, mangia uno ad uno. Ma non il più piccolo, Zeus, che Rea riesce a nascondere affidandolo alle cure della capra Amaltea e che sostituisce con una pietra ravvolta in fasce e in panni. Crono, ignaro della sostituzione, ingoia quello che crede l’ultimo dei suoi figli. Una volta adulto, Zeus affronta suo padre e lo costringe a bere un farmaco che gli fa vomitare tutti i figli che aveva divorato, infine lo sfida scatenando una guerra per il trono degli dèi. Alla fine, Zeus e i suoi fratelli e sorelle riescono ad avere la meglio, così che Crono ed i Titani vengono buttati nel cesso (il Tartaro).

Non è magnifico? Se, per caso, vi capiterà di leggere “Totem e Tabù” di Sigmund Freud, vi ci ritroverete senz’altro a livello di metafora, ma attiro la vostra attenzione sul fatto inaudito che Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo) che, una volta nato, la feconda.

Per parte mia, interpreto il “farmaco” come il linguaggio.

Se i miti greci dell’origine sono oltremodo intricati, questo è niente in confronto con i miti “norreni”, scandinavi, indoeuropei come gli altri che prendo in esame, ma di più ardua datazione: trasmessi in forma orale, con tutti i pasticci e i malintesi del caso (questo è per Paolo), hanno permeato la cultura germanica veicolati soprattutto nei “Vedda”, una raccolta scritta nell’alto-medioevo. Vorrei sbrigarmi con questi miti cosmo-teologici, ben sapendo che Fabio, qualora mi diffondessi, interverrebbe con la sua poderosa conoscenza delle saghe germaniche.

Comunque, il succo è che in principio c’erano il mondo del ghiaccio e il mondo del fuoco e tra di essi Ginnungagap, un “vuoto spalancato”, nel quale non viveva niente. Qui fuoco e ghiaccio si incontrarono, dando forma al gigante primordiale, Ymir e alla vacca cosmica, Auðhumla il cui latte nutrì Ymir. La mucca leccò il ghiaccio, dando forma al primo dio Buri, che fu il padre di Borr, padre a sua volta di Odino, e della sua stirpe che uccise Ymir e con il suo corpo formò il mondo. Cosa dedurne? Che prima nasce l’uomo, un gigante, e poi nascono gli dèi. I quali uccidono l’uomo, a quanto pare, risparmiando la donna/vacca. Accedendo ad altri miti dello stesso filone o saga, troviamo che Odino, il figlio, conosce per primo le Rune come simboli magici senza i quali non ci sarebbe conoscenza di alcunché. Come se si originasse prima il segno scritto e poi la parola.  Non so che dire. Se non che il filosofo Jacques Derrida troverebbe la faccenda oltremodo suggestiva.

Ma adesso veniamo al mito per noi più significativo, la Genesi. La traduzione è quella più canonica in italiano.

Riporto solo alcuni versi tratti da 2-1-11 e da 3-1-11.

2-7) Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. 2-16) Dio il SIGNORE ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 2-17) ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». 2-18) Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 2-19) Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. 2-20) L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi, ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 2-21 Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d’essa. 2-22 Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. 2.23 L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 2-24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 2-25 L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.

3-1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 3-2 La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3-3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 3-4 Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 3-5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». 3-6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. 3-7 Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. 3-9 Il SIGNORE chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» 3-10 Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». 3-11 Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?» 3-12 L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». 3-13 Dio il SIGNORE disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». 3-16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te». 3-17 Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. 3-19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai». 3-20 L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché è stata la madre di tutti i viventi.  3-21 Dio il SIGNORE fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. 3-22 Poi Dio il SIGNORE disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».

La locuzione “uno di noi” mi incuriosisce: Dio riconoscerebbe a Satana una parità in quanto al sapere? Ricordiamo che nell’epoca mosaica c’erano forti suggestioni derivanti dal manicheismo orientale. Dopo millesettecento anni, nel Corano, si legge che prima di creare l’uomo, Allah aveva creato una corte di angeli adoranti: tutti meno uno, ribelle. Satana, dall’antico ebraico s’atan, un interlocutore avverso nella diatriba o una specie di pubblico ministero nel tribunale arcaico.

Sulle metafore di questo mito che tremila anni fa descrisse l’inizio del mondo umano specie-specifico, inteso chiaramente come “sapere”, ci rompiamo la testa da millenni e io non mancherò di dare la mia interpretazione che, guarda caso, nella sua parzialità, sarà abbastanza in linea con ciò che descrivevo delle origini del sapere individuale. A questo volevo arrivare. Per dare ragione a Haeckel.

C’è un mondo, l’Eden, in cui non manca nulla, c’è l’avvento del sapere nella tentazione prima passiva immaginaria (3-6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere…) e poi attiva dell’atto nella parola della donna, c’è la conseguente perdita del mondo naturale, la sua sostituzione con il mondo culturale, cioè con i primi significanti in sé inspiegabili, vergogna della nudità e morte. Non manca, mi pare, come conseguenza della signoria patriarcale di un Dio onnipotente, l’assurdità della primazia maschile nella nascita e nello stabilire la aedequatio verbi (intellectus) et rei, assurdità entrambe canonizzate nella Summa di Tommaso d’Aquino, tremendo caposaldo nella nostra cultura.

Non manca neanche la maledizione di una perentoria gerarchia patriarcale con la donna ridotta a subalternità di schiava.

No, non credo che le cose siano andate così: è più probabile (d’accordo, metafora mitologica per metafora mitologica…) che, in qualche momento cruciale intervenuto nella realtà preistorica da intendere come Umwelt diacronico. fatto di eventi, le madri si siano trovate in una situazione di troppo stretto e perdurante rapporto con la prole e abbiano inventato un linguaggio magico, in sé e per sé strutturato simbolicamente, a un livello di canto poetico, denso di metafore e metonimie, traslitterante nei significati (tra i quali, come vedremo, il mistero del pudore e di un soggetto come rovescio dell’oggetto significato…), opposto a quello preesistente in cui ogni segno era biunivocamente collegato ad un evento senza se senza ma, come nella comunicazione degli animali, i quali, secondo la loro specie, fanno tutt’uno con il loro Umwelt.

Abbiano inventato un mondo di parole, pro-ponendosi come Altro e come remedium all’impossibilità di accondiscendere alla richiesta dell’infans di facere unum. Richiesta peraltro coerente con le condizioni ambientali, con il prolungamento del momento anaclitico e forse, ci sono delle teorie in proposito, qualche episodio di neotenia, ovvero di pre-maturazione natale.  Comunque, un linguaggio di non immediata comprensione per i maschi adulti.

Posso azzardare, senza diffondermi, che quella situazione germinativa del virus simbolico, del logos, si sia verificata, non uniformemente nei diversi territori, verso la fine dell’ultima glaciazione, un periodo di tempo non determinabile con certezza, compreso all’incirca tra 60.000 anni e 25.000 anni fa, cui fa seguito lo scioglimento di enormi ghiacciai e l’innalzamento delle acque, un fenomeno che può essere il riferimento del mito del Diluvio universale, culturalmente diffuso in diverse etnie. Con un po’ di malizia ho chiamato il simbolico un virus, perché effettivamente, ci consente il sintomo di porre qualcosa dove non c’è nulla. Come il virus manca di citoplasma, tanto da sembrare più informazione genetica che materia, così è per i segni linguistici. Che non vivono se non passando entro di noi tra uno e l’altro di noi.

Se c’è un minimo comun denominatore nei miti considerati, esso è clamoroso: l’umanità Sapiens sembrerebbe, nella sua alba, essere stata una fluttuante società di esseri che si immaginavano di essere figli, fratelli e sorelle senza ancora dover immaginare di poter essere padri o (aut) madri.

Parlando di sapere, dovevo pur dare un piccolo contributo a quanto si è da sempre elucubrato intorno al problema dell’origine del linguaggio umano, dopo aver postulato che tra il sapere e il linguaggio non c’è nulla.

Una cosa è certa, il problema dell’origine del linguaggio è rimasto irrisolto dai filosofi presocratici fino a Noam Chomsky, con l’equivoco perdurante di definire il linguaggio una tra altre facoltà del soggetto umano, mentre a qualcuno è sembrata più promettente l’ipotesi, sempre rimasta sottotraccia e resa esplicita nella modernità soprattutto da Heidegger, che il soggetto sia un effetto del linguaggio sviluppatosi come rimedio a fatti traumatici ricorsivi.

 

  Il SOGGETTO

Al minimo, il soggetto è il soggetto grammaticale della proposizione, cioè colui che parla e dice. Sulla base del postulato riscritto nel prologo introduttivo, si può supporre che sia anche la res cogitans di Cartesio: ciò, ovvero, realisticamente, colui/colei, che pensa cose da dire.

Non è detto che si pensino frasi formate grammaticalmente: “io Tarzan, tu Jane” può andare bene. Il bambino che muove la mano verso un dado e pronuncia i due fonemi DA-DO è già il soggetto che pensa e parla: a dir meglio, nell’ordine, che vede, appercepisce (l’immagine), agisce, parla (nomina) e pensa. A modo suo, ma già per uno scopo e in un senso.

Mettiamo un punto fermo, non è lo stesso che dire ma-ma, atteso che è la mamma a credere di corrispondere personalmente a quei due fonemi sillabici ripetuti, mentre da-do è già un significante che ha la proprietà di poter significare qualcosa che potrebbe anche non esistere, di sicuro senza che l’oggetto dado sia la causa di quei due suoni e non di altri. Molti linguisti sono certi che il significante ma-ma, labiale, abbia causa nel capezzolo o nel ciuccio offerto dalla nutrice.

L’immagine di un oggetto ritenuto semplice come un dado, in quanto immagine, non è più semplice del più complesso oggetto d’esperienza immaginabile, giacché entrambe esistono solo differenziandosi da ogni altra immagine in tutto il resto. Ogni immagine è il residuo qualitativo o la qualità residuale di percezioni che possono apparire necessarie o contingenti: è di questa pazzesca qualità essenziale di ogni immagine, cioè di comportare l’intera imago mundi, esistenziale, l’esser-ci, che i diversi significanti devono rendere ragione. Onde si potrebbe affermare che la competenza linguistica di saper dire che si sa e di sapere che si può dire, nasca con il soggetto come dare prova vocale di distinguere qualità. Ma rimane il problema se le immagini delle cose si formino come qualità di oggetti/significati con eguale peso valoriale specifico ex ante l’esperienza che dia loro adito e le fissi ex post secondo un filtro licitante o griglia di utilità biologica, oppure che si formino già con valore affettivo, senza il quale non si formerebbero neanche. Oggi tutti i linguisti si trovano d’accordo nel definire convenzionali i significati, ma in questa convenzione forse si occulta una affettività dell’origine.

Annotiamo due cose: primo, nessuna particolare qualità nell’associazione dei due fonemi è riscontrabile ex ante et a priori in un dado, tant’è che un bimbo inglese pronuncerebbe una sillaba sola, die. Secondo, inspiegabilmente, non importa che sia presente qualcuno, il bambino si esprime spesso foneticamente anche se è da solo, seppure la parola sembri fatta per comunicare qualcosa a qualcuno.

Nella prima nota si conferma la famosa arbitrarietà del significante intravvista dal linguista Ferdinand De Saussure, per la quale, oltretutto, anche tra il significante IO e il significato di IO, cioè le qualità riconoscibili come una nostra identità, non c’è corrispondenza alcuna; nella seconda, il sospetto che noi, da soli, non siamo mai.

Qualcuno ricorda il film “Cast Away” e il rapporto affettivo di Tom Hanks, naufrago costretto alla solitudine, con il pallone Wilson? Prima era solo e poi non più solo, dopo che la risacca glielo ha portato? L’Altro, che scrivo con la maiuscola per rendere l’idea della sua genericità, imprescindibilità ed universalità, forse che, introiettato, non c’era già?

Ed ecco una domanda precisa: Il Soggetto e l’IO sono la stessa persona, quando, per persona intendiamo l’individuo nelle sue qualità conoscibili? Ho mille buone ragioni per non crederlo, ma Fabio sta leggendo “Psicopatologia della Vita Quotidiana” di Freud, e basterebbe leggere quel libro per indurci a pensare che il Soggetto e l’IO non sono la stessa persona, cioè agiscono in maniera diversa con diverse motivazioni. Il primo più attento a dire, il secondo più attento ad ascoltare ciò che si dice. Il primo più attento al senso, il secondo ai significati oggettivi e convenzionali, se non per altro per essere esso stesso un significato. E un nome. Il nome proprio.

Pensiamo alla frase del “roveto ardente” (B. Es 3,1-15) nel significato desunto dal tetragramma teofanico che è il primo nome di Dio nella tradizione occidentale: “io sono colui che è”: vi è presente un soggetto e un predicato, basta. Non ci ricorda, se messo al negativo, l’attestazione di non essere un robot che ci viene chiesta in una interlocuzione telematica? Ci chiede di essere coscienti anzitutto del proprio nome come veritiero. Il che vuol dire almeno tanto quanto ciascuno di noi chiede di esservi riconosciuto.

Un nome proprio ha la specialità di poter essere di certa attribuzione senza molti giri di parole. Non è lo stesso per tutte le altre parole, basti pensare a tutti i significati oggettuali che, per esempio, può assumere la parola “rosa” se non è, con l’iniziale maiuscola, nome proprio di donna: un fiore, ma anche un colore, la rosa di candidati, la rosa dei venti, la rosa dei pallini da caccia, il participio passato di rodere aggettivato al femminile, ecc.

Se dico il mio nome ho detto molto, tutto, poco o niente? Ovviamente dipende dalle circostanze che rendono opportuno identificarsi, mentre è messa in gioco sempre solo un’infima parte della coscienza di essere la persona nominata, in ogni suo aspetto e qualità.

Siamo coscienti o, per lo meno, abbiamo la coscienza. Un filosofo, non mi ricordo quale, ce ne sono troppi, forse Husserl, o Ernst Cassirer, una volta ha scritto: “la coscienza è il pensiero (o il pensare) che non esclude come suo oggetto di pensiero il pensatore”. Possiamo allinearci con questo aforisma, in tutta la sua credibilità, sia dicendo che la coscienza consiste nel sapere di sapere di sé e nel sapere di non saperne, sia dicendo che il soggetto della parola, della coscienza, del pensiero, è ciò che differisce da tutti, in blocco, gli oggetti dicibili, conoscibili, pensabili, non escluso se stessi. Ma il soggetto e l’oggetto sono legati in chiasmo: non c’è soggetto senza oggetto e viceversa. Altrimenti c’è la Cosa indifferenziata, il Bios, la natura in cui possiamo nascere o non nascere, l’abbiamo già detto.

Insomma, come soggetti, saremmo allo stesso tempo un extra nel mondo e il mondo stesso, già inteso come la somma degli oggetti di cui fare esperienza come percezioni e come elaborazione di significati. Tra questi, credo di ripetermi, l’IO. Ma ciò va oltre ed esclude una fede cieca e statica nella propria identità. D’altra parte, sicuramente non siamo quella cosa unitaria ed indistinta che, per l’individuo umano o per la specie “sapiens”, ho chiamato l’impossibile uno-tutto-solo, ovvero, bambino<>madre<>mondo: nel mito della Genesi, nel Vangelo di Giovanni e nella mitologia variamente indoeuropea delle origini (so troppo poco di altre mitologie…), l’indifferenziato ante-creazione, variamente nominato. Caos da cui fuggire, Eden da idealizzare per un ritorno credibile, Terra Promessa. Cose, per la loro impossibilità d’essere, supplite nel pensiero come nomi ed oggetti/significati. Con il λόγος a vigilare su tutto.

Siamo quella pulsazione logica per cui, se appena pensiamo noi stessi ci troviamo ad essere oggetti di conoscenza da parte di noi stessi. Un altro filosofo, so chi fosse ma non lo dico, una volta ha scritto oppure detto (questo non ricordo di preciso), “pensiamo dove non siamo e siamo dove non pensiamo”. Non so quanto euristico sia questo aforisma, ma pare ironico verso il “Cogito” cartesiano che divide con tanta certezza il pensiero dal corpo ovvero dalla Cosa primordiale indistinta e non organizzata a priori rispetto un nostro sapere a posteriori. Che distingue gli organi.

Cosa cogita il soggetto cartesiano? Una delle due, o cogita la res extensa, il corpo, o cogita altre cogitazioni, altre res cogitantes o cogitatas Cosa sarebbero, queste, se non parole?  Quelli oggetti/significati che il bambino, come abbiamo scritto (v. cap. LE ORIGINI), trova fuori del rapporto simbiotico con la nutrice, nel luogo o mondo umano che circonda l’uno-tutto-solo e in cui avrà esistenza personale in quanto “parlessere”. Paolo, una volta, è andato a controllare se questo termine concettuale è compreso nel vocabolario italiano: non l’ha trovato, è un neologismo, ma non per questo non pertiene al sapere, quel gioco che, come abbiamo detto all’inizio, consiste nello scegliere parole per ricombinarle secondo le leggi della lingua alla luce del senso, leggi che una comunità storica ha elaborato come semantica, grammatica e sintassi nel comunicare con il minimo di incertezze durante la sua storia. Paolo dice che tutto è già stato detto, invece a me pare che ciò non sia detto fino a quando sarà possibile forgiare neologismi.

Questo gioco, come abbiamo scritto, è cominciato accidentalmente, fino a prova contraria, nella specie umana, primariamente come significanti, suoni+ godimento, poi come significati sempre alla luce del senso (dopo tutto creandola, la specie umana, come significato, tant’è che la nominazione può essere sinonimo di ominazione). Cosicché, per la ricapitolazione haeckeliana, appare anche accidentale nella storia dell’individuo, come dimostra il sintomo afasico o il mutismo in casi di allevamento deprivato di rapporti bimbo<>nutrice nella fase della lallazione.

Tutto ciò può indurci a non dare troppo credito ad Ulisse quando, nella famosa “orazion picciola”, afferma che “nati non siamo (siete) per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Sembrerebbe piuttosto che siamo nati per viver come bruti, per esempio, come lo scimpanzé menzionato, e poi sia successo qualcosa, il crearsi del linguaggio umano, che ancora non sappiamo se sia a nostro favore o a nostro danno, ma che sicuramente vorremmo fosse a nostro favore, tant’è che esso non esisterebbe se il senso del parlare e del sapere o, meglio, del desiderio di sapere, non fosse tanto legato al godisenso (altro neologismo) come una direzionalità verso la sua origine causale.

Potremmo dare un ulteriore statuto al godimento come rovescio della mancanza, a sua volta unica esperienza possibile dell’altrimenti impossibile Reale di un Uno-tutto-solo, cioè della Cosa- in- sé, il mondo di (a) cui dare illusorio significato, l’universo senza di noi, fuori Umwelt e perciò fuori sapere, epperò riferimento immaginario dei filosofi metafisici e dei fisici prima di Werner Heisenberg.

Ma quelle due figure, il soggetto parlante/pensante e il corrispondente Tizio conoscibile, epifanico, cioè che ci pare di conoscere nelle sue qualità riscontrabili, sarebbero simmetriche a livello del sapere? Neanche per sogno, perché il secondo, l’IO con nome e cognome, non sa granché sul primo, pur pensando di saperne, mentre il primo sa tutto ciò che si può sapere sul secondo; però non è detto che sappia di sapere, come il primo non sa di non sapere. Non è sbagliato dedurre che nel soggetto si riproduca, come “eterno ritorno” la prima separazione, eternamente sincronica, dell’uno-tutto-solo, la Cosa primordiale indistinta, in due entità, il soggetto del dire e del pensare e l’oggetto (del pensiero), ovvero il mondo/significato sul quale desideriamo sapere il più possibile e che comprenderebbe l’IO.

Sorge una questione: se la simbiosi madre/creatura, dando un po’ di credito a quanto detto finora, è simile, breve o lunga che sia, nella vita animale e in quella umana, mentre pare che l’animale mammifero, dismettendo gli agi (e i disagi) del cucciolo, accresca linearmente, crescendo, le competenze su ciò che gli serve per rendere efficaci le azioni, pare che l’essere umano perda qualcosa in quella separazione, qualcosa che, per ritrovarla forse rinuncerebbe al gioco laborioso di sapere i significati, le relazioni di qualità tra gli oggetti nell’enigmatico mondo esterno.

Ma, “dura lex, sed lex“, quel qualcosa deve fissarsi in lui o lei come mancanza, punto e basta.

Non mi pare che manchi la mamma, dopo che la si è chiamata con un nome che resterà: è più probabile che manchi addirittura la natura, un mondo che non può e non deve mancare di nulla come è il mondo degli animali (mondo che non si sa bene se è di ciascun ente biologico o un mitico Bios indiviso).  Questa affermazione ci conduce al prossimo capitolo, traducibile nella domanda se il sapere, la cultura, è in grado di supplire del tutto alla mancanza fondamentale che, se ci atteniamo strettamente al concetto di funzionalità biologica, è l’opposto dell’autonomia che si immagina associata alla maturità.

 

 L’ INCONSCIO

Un qualsiasi mammifero, svezzato, se ne va in giro per il mondo sotto il controllo degli adulti, prima della nutrice, in seguito di tutti gli altri di un gruppo, se un gruppo c’è, finché, a maturazione sessuale avvenuta come segno di passaggio alla vita adulta, se la vedrà da solo o da sola nel suo mondo bio-istintuale. In nessun caso si osserva una inversione causale/temporale tra il divenire adulto e il divenire procreativo. Da questo momento le differenze somatiche individuali in animali della stessa specie non determineranno comportamenti individuali che esulino da quelli istintuali specifici. La sequenza del comportamento è certa, non serve misurarla.

Non è lo stesso per l’essere umano: non c’è certezza oggettiva, il passaggio da infanzia a maturità non è sancito o garantito bio-logicamente, piuttosto mediante riti di passaggio simbolici socialmente convenzionali, con significati diversi nelle diverse etnie. Questi riti di passaggio hanno sempre una parola che li indica, un nome, sono spesso legati a credenze religiose, ma il loro minimo comun denominatore è il poter farsi causa di future differenze comportamentali, a loro volta evidentemente culturali, cioè che comportino qualità che si possono e si devono sapere per sapere chi si è.

Non si sa quanto un adolescente, per esempio, sappia di tutte le implicazioni etiche del rito di passaggio che lo definiscano adulto, né si sa quanto due sposi sappiano per loro conto cosa implichi essere marito e moglie: si sa che, di solito, viene loro insegnato. Il menarca, che nell’Islam sancisce il momento in cui una fanciulla dovrà indossare il velo, di futura moglie, non sanciva, nella Grecia antica, se la fanciulla doveva essere una vergine o una prostituta: entrambe “rituali”, d’altronde, non diversamente di una sposa e madre.

A conferma che, mentre il sapere dell’animale è istintuale ed oggettivo, quanto basta, come ho già osservato nella mia gatta nel primo capitolo, per agire con efficacia, il soggetto, esclusivamente umano, per sapere ciò che gli serve, deve pescare significanti che possono, e spesso devono, essergli insegnati da un altro soggetto onde poter essere definibile in qualche modo e potersi, a sua volta, definire. Con parole (significanti) o con segni più rozzi ed apparentemente meno mediati simbolicamente, tipo i tatuaggi, le cicatrici rituali, il piercing o la circoncisione. Sul corpo scritture. A saldo di tutto questo darsi da fare per sapere chi siamo al cospetto degli altri o dell’Altro, c’è un segno ritenuto prettamente civilizzante, il perizoma.

Sapere chi siamo è possibile solo nel mondo simbolico, linguistico degli altri. Proprio come sapere se domani pioverà. (Per inciso, annotiamo, volendo polemizzare con gli entusiasti del darwinismo culturale che esagerano in determinismo, che anche la quantità di successo procreativo come effetto somatico, misurabile in zoologia ed etologia, non è misurabile nel mondo umano senza tener conto del poter essere effetto di cause etiche, economiche, politiche, comunque culturali e non naturali).

Osserviamo che il mondo animale è il mondo in cui c’è l’estro, l’evento stagionale che può significare la mancanza della mancanza umana in cui si insinua il nostro Eros in cerca della sua meta nella Tyche, cioè nella contingenza in cui far vivere la soggettività, il sapere che si è anche senza sapere cosa si è, faccende che poco hanno che fare con la sequenza di eccitazione/scarica assegnata come estro dalla natura.  Solo il parlessere, l’essere umano che, peraltro e per lo più, indossa il perizoma, può sapere chi è, a patto di saper vivere la mancanza nel cercare di supplirla come senso della vita, cioè come ciò che giustifichi il sapere, qualunque cosa sia, non di usare il sapere per giustificare l’IO identitario. Penso a qualche mail di Paolo o di Giulio: si potrebbe affermare che, se dare un significato a un perceptum risponde alla istanza di sapere il “come” del mondo, rappresentarsi un senso delle cose risponde alla domanda del “perché”.

Per rendere conto del senso, della mancanza, del sapere, del parlare, dell’essere noi umani, almeno nella definizione di Aristotele: zoon logon èchon (animale che ha la parola), abbiamo dovuto formulare il concetto di godimento come rovescio della mancanza: di che si tratta? Qui vale solo qualche metafora: se parlando si gode, non può trattarsi che di una riedizione in parodia oppure un resto della beatitudine perduta nella separazione dal corpo indifferenziato, edenico, che non manca di nulla, che ci attrae come la chimera di una riunificazione.

NOSTOS, tradotto come un ritorno a casa, alle proprie cose e ai propri significati, a ciò che è proprio riattraversando ciò che non lo è, è l’unico senso da dare alle traversie di Ulisse sempre accompagnate da Atena e dal desiderio di sapere, ma non a tutti i costi, se ci si attiene più ad Omero che a Dante.

È l’Itaca di Ulisse nella mitologia greca degli esordi e l’Uruk di Gilgamesh in quella più antica, mesopotamica, a rivestirsi di un valore che supera quello della conoscenza veritativa. Dante non conosceva l’Odissea in originale, conosceva le traversie marittime di Ulisse nella tradizione letteraria romana augustea e poi medievale che attingeva a piene mani dalla “Teogonia” di Esiodo e agli arcaici poemi mitologico/ciclici, incuranti delle divinazioni omeriche di Tiresia che pure si rivestivano del sapere dell’uomo e della donna, un sapere perciò secondo solo a quello divino.

Al logico Gottlob Frege andrebbe suggerito che Il senso dei significati è nostalgico.

Se il senso è lo statuto (ontologico) dei significati da intendere come trasformazione simbolica, non priva di meta, delle immagini appercettive, il νόστος è lo statuto del senso.

Non c’è nodo simbolico più stretto che questo del senso, così inteso, con la cultura umana, cioè con la civiltà. Anche se sappiamo che i Greci antichi avevano la parola παιδεία per significare la cultura in senso generale, associandola, tuttavia, all’educazione dei giovani cittadini a venire, riguardando una completezza promessa dagli dei e ad imitazione o addirittura identificazione con essi, in ogni caso rivolta al futuro, non al passato. Erigevano templi verso il cielo per le generazioni a venire più che per celebrare il principe. Dimostrando che la civiltà, tra logos e nomos, è la denegazione o l’esorcismo del suo stesso fondamento, il nostos del godimento regressivo. Per tornare alle metafore numeriche e mensurali, è il 2 come fuga dalla naturalità ma anche dalla dialettica di Amleto dell’1 e dello 0, tra l’essere di godimento non padroneggiabile e il non essere. Erano illuministi ante litteram.

E noi? Ho l’impressione che la fregola delle “magnifiche sorti e progressive” stia venendo meno. Non senza qualche colpo di coda: se diventano démodé pinnacoli gotici e grattaceli, erigiamo il razzo antigravitazionale a fronte di sorella luna immaginata su uno sfondo di galassie, il mondo del mondo di Sapiens: Umwelt al quadrato, “Quasi” metafisico. Tra tutte le categorie professionali, sono forse gli ingegneri astrofisici a mancare di più di senso dell’umorismo. Noi, in questo seminario che volge a conclusione, abbiamo capito che la categoria “progresso” è, oggettivamente, vuota: può trarre significato solo dal gradimento maggiore o minore che ciascuno di noi manifesti per le sue qualità.

Sparigliamo. Non sappiamo se gli animali nella fase anaclitica godessero, né se godano da adulti, sappiamo che provano dispiacere o piacere, il secondo per evitare il primo, proprio come noi, ma il concetto di godimento lo escogitiamo noi, proprio per metterlo in opposizione al piacere, reputando questo a saldo zero economico, in quanto a dispendio di energie, e quello, all’opposto, come abbiamo già detto prima nel capitolo LE ORIGINI e poi in IL SOGGETTO, del tutto gratuito e perciò del tutto passivo. Ecco un caso in cui preferisco menzionare l’opposto dialettico invece del rovescio topologico, essendo il senso della mancanza il risvolto cosciente del godimento, non il dispiacere. So bene di aver scritto or ora qualcosa difficile da capire. Pazienza, in assenza di qualcuno che spieghi meglio.

Basta però per alludere al fatto che il godimento non è affatto un bene oppure la mancanza un male, può essere magari l’opposto. (Altrimenti non si spiegherebbero, come vedremo in seguito, i sogni angosciosi). Forse c’è addirittura un godimento della morte che gli animali non hanno.  E non risulta che qualche animale mostri dei comportamenti masochisti.

Segni di giubilo e corrucciamento si osservano nel bambino anaclitico, ancora incapace di agire efficacemente, pertanto passivo. Non siamo in grado, fuori di antropocentrismo, di interpretare in questo senso dei segnali animali. Quanta tensione scarichi il bambino sorridendo e quanta il gatto a far le fusa non è chiaro. È invece chiaro che “con i godimenti bisogna andarci piano: si incomincia con le carezze e si finisce con la frusta”. Può sembrare una citazione da Nietzsche, ma non lo è. Comunque, nella citazione esatta, è nominata “la graticola” invece della frusta.

Torniamo alla relazione che può intercorrere tra il senso, il godimento e, last but not least, il desiderio.

Di che si tratta? Della messa in parole del godimento, cioè di avergli dato qualche significato che vada oltre quello semplicemente topologico di polo direzionale del senso, tanto da farsi causa del nostro agire soggettivo, cioè per fini che eccedono il quanto basta per sopravvivere: invece, per il di più non misurabile come non è misurabile la voragine della mancanza da supplire con un mondo difficile da definire in completezza, tale da soddisfarci completamente. Ma senza mancanza non ci sarebbe desiderio e senza desiderio non ci sarebbe cultura umana, quella civiltà immaginifica e rutilante cui non siamo disposti a rinunciare veramente, pur riscontrandone i disagi morali e vagheggiando talvolta ritorni romantici alla natura.

Grosso modo, abbiamo delineato il rapporto tra senso e godimento dicendo che il primo, la cui essenza è di essere il rovescio della mancanza prelinguistica, è la direzione obbligata verso il secondo, questo da supplire con le parole del desiderio e con il sapere su noi stessi: su di noi che, stando ad Aristotele, siamo animali parlanti, sociali ed infine politici. Già, atteso che è arduo dare a logos un significato inequivoco, sempre nello stesso testo in cui aveva definito l’essere umano (sapiens, per noi) zoon logon èchon, lo chiama anche zoon politikòn, cioè animale sociale, dato che per i greci del IV sec a.C., la polis era la società.

Essere politici significa saper concorrere per appropriarsi di qualche significato senza per forza predarlo e, nel migliore dei casi, saper distribuire i significati che ci definiscono. I civilizzatori della polis sono quelli che si credono preposti a governare i godimenti altrui nella convinzione e nella convenzione che il godimento debba essere delimitato in qualche modo, a scanso di eccessi “perversi”. Sapendo che l’uomo è l’unico animale cui non basta vivere e che vuole prevalere sempre, anche fuori dall’estro, è opinione comune che anche il desiderio, scala simbolica su cui al godimento è concesso di esercitarsi, debba risultare ragionevolmente temperato, a scanso di “hybris” parossistica e maniacale.

Ma ciò che Aristotele non coglie appieno è l’importanza del rispecchiamento come uno dei fattori che ci rendono diversi dagli animali. Non dimentichiamo (cap. LE ORIGINI) che, quando la mancanza ci spinge a cercare nel linguaggio una supplenza al godimento, facendo del linguaggio il nostro mondo, esorcizziamo la solitudine, alluciniamo il godimento della parola come causa di presenza/assenza della nutrice e, in generale, dell’adulto parlante: un altro, sì, ma simile a noi. Lui, cosa cerca, a cosa mira di definitivo tra gli oggetti significati tra i quali ci muoviamo poco più che alla cieca? Cosa sa? Mai a questo avremo una risposta definitiva per una ragione semplicissima: l’altro speculare ma relativamente più grande (che non è l’Altro assoluto…), crede di sapere ciò che cerca, ma ciò che trova non è mai quello. Non sa proprio quello che, di principio, vorrebbe sapere, come dire che non sa un granché!

Nel chiasmo fondamentale (incrocio, coessenza, effetto topologico in un nastro di Moebius) tra il non sapere e il sapere, oltre al desiderio di sapere, oltre all’orizzonte odisseico e nostalgico della Verità, prende forma un evento banale e misterioso, forse necessario ancorché non sufficiente, forse inutile: l’ipotesi. È l’azzardo che si possa sapere e la “dichiarazione”, come al bridge, che si è in grado di procedervi.

Sono prossimo a partire per l’Egitto: ogni volta non posso fare a meno di ricordare la battuta di Hegel: “è inutile che vogliate conoscere i significati dei misteri egizi, dato che erano misteriosi per gli Egizi stessi che li crearono”. A differenza dei Greci, gli Egizi avevano sempre per le mani qualche oggetto che non poteva e non doveva essere spiegato in parole, cosa fosse lo sapevano forse le loro divinità reticenti, ma un semidio tipo Prometeo era per loro inimmaginabile.

E avevano probabilmente qualche ragione. Se anche si può sapere molto, manca fatalmente, necessariamente, a livello del senso e del significato, un particolare su cui tutto si possa reggere e che metterebbe le cose a posto, ma che sarebbe illusorio indagare: al massimo, se proprio si vuole, lo si può divinare, vel ipotizzare, quasi per gioco, senza alcuna garanzia preliminare che esso non ne celi un altro. Un gioco, per citare Rudolph Otto, fascinoso, fascinans, nel lambire il mysterium tremendum.

Dobbiamo, a questo punto, ipotizzare, dopo aver ipotizzato (cap. LE ORIGINI) la presenza allucinatoria, interiorizzata, di un (totalmente) Altro, onnipresente, onnisciente ed onnipotente, l’esistenza di un oggetto/significato, “lost in transalation”, continuamente perduto ed assolutamente non ritrovabile, segno del limite che, come l’orizzonte, l’ombra e l’arcobaleno, ci portiamo inevitabilmente appresso. Chiamiamolo “(a)” minuscolo, e mettiamolo in parentesi per significare una meschina eccezione relativa al campo linguistico, al sapere, un resto per difetto, un buco, una Nemesi della mancanza insinuata in quel ben ordinato, desiderabilmente sensato campo linguistico che corrisponde al nostro Umwelt. Una faccenda puramente logica (e retorica), per specularità e in simmetria con la maiuscola allegorica, di Altro, cioè di Un- Soggetto- Supposto- Sapere tutto, tutte le parole dette e da dire, alterità maestosa e assoluta, che purtroppo però non ha altra esistenza che quella di non avere altro da sé. Un’illusione di esistenza a completamento del nostro mondo manchevole. Di Assoluto, c’è solo l’assoluta delusione. Riedizione dell’Uno-tutto-solo, impossibile. Se ne accorge già Plotino nelle Enneadi. Un paradosso: se “non c’è Altro dell’Altro”, non c’è Altro.

Nessuno può rassegnarsi a questa simmetria senza vie d’uscita per logica, dato che (cap. LE ORIGINI) l’origine del mondo e di noi stessi sta nella nostra separazione dalla Cosa indefinita di cui l’oggetto/significato fa supplenza supposta infinita. Così da eternare il desiderio di sapere.

 Affrettando il passo nella nostra retorica, possiamo dedurre che, come la mancanza della cosa si fa causa dell’oggetto “(a)”, primo e ultimo significato destinato a rimanere inconscio, slegato dagli altri, pieno di senso (peraltro inammissibile) e vuoto di significato, questo assoluto resto (o eccezione) linguistico, un buco nel linguaggio, si fa causa di desiderio.  Il nostro linguaggio non è un insieme di termini concettuali, lo sarebbe senza il buco (a). Invece il mondo simbolico, che è il nostro mondo, è una struttura vivente come possibilità di essere e di rispondere alla mancanza di almeno un significato, nell’illusione di supplirvi con un significato ulteriore, una carta in più. Un termine significante nel linguaggio e, consentaneamente, un oggetto/significato nel mondo: è il gioco del sapere.

Come non c’è senso senza mancanza così non c’è desiderio senza un suo oggetto precario in perenne e, in fin dei conti, deludente, rappresentanza di quello vero, che non c’è. Scivola da significato in significato e, se ogni significato è anche una metafora che significa qualcos’altro, significando infatti non tutti gli altri, il desiderio percorre la metonimia come ciò “che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria”. È la conseguenza di aver approfittato dell’oggetto in meno (a) per mettervi, immaginarvi al suo posto, l’oggetto illusorio e inconscio del desiderio. Desiderio anch’esso non necessariamente sempre conscio di sé, soprattutto quando è vicino a ghermire il godimento.

Poiché le decisioni su cosa fare e cosa non fare vengono prese in base a sapere e non sapere quanto basta (probabilità), non possiamo sapere quanto peso nel decidere avrà il desiderio inconscio in disaccordo per lo più con ciò che ci suggerisce la coscienza ragionevole, l’insegnamento, la pressione dell’ambiente socioculturale, la misurazione. Si tratta per lo più dei significati definibili stereotipati, fissati nel senso comune, spirito dei tempi o, come detto, nell’ambiente socioculturale. Tanto più possiamo considerarci conformisti quanto più i significati che ci rappresentano sono stereotipati.

Io credo che il desiderio inconscio sia causa preponderante nelle nostre scelte. Causa mitica tanto quanto mitica è la Volontà metafisica di Fabio & Schopenhauer.

Credo che, quasi sempre, sia la sorgente di qualsiasi originalità di pensiero.

Credo che il processo di formazione di significati non stereotipati e non del tutto convenzionali abbia origine nei significanti, parole che di solito pronunciamo (e pensiamo, cioè pronunciamo presumibilmente in foro interno) senza sapere “in tempo reale” il loro senso e il loro significato al di fuori della in-tensione del nostro dire in rapporto a un interlocutore in carne ed ossa o virtuale.

Vedete, ce ne sono di fedi!…

Ciò che chiamiamo “il contesto” è l’effetto di quella tensione per lo più inconsapevole in cui il senso stesso consiste: “che si dica rimane nascosto dietro ciò che si dice in ciò che si intende.”

Va bene, lasciamo stare, ma allora tutto il nostro affannarci a parlare e straparlare estraendo significati entro o fuori di noi, cioè a cogitare (spesso un abracadabra), per sapere cosa fare e cosa non fare, cosa vale la pena di sapere e cosa si può tralasciare, è il segno dell’impossibilità di rassegnarci a che qualcun altro sia in possesso del talismano risolutivo. Nel Convito di Platone appare essere l’agalma, il gioiello custodito/celato nell’interlocutore, per Alcibiade in Socrate come fattore misconosciuto di innamoramento. Cosicché, possiamo sentenziare che il desiderio è sempre il desiderio dell’altro speculare, così come (a) resta speculare all’A dell’Altro. Interiorizzato. Questa problematica sarà ripresa nel capitolo ETICA che, spero, seguirà posposto dopo il prossimo capitolo intitolato alla SCIENZA.

Il soggetto che si sdoppia come significato, non è solo doppio ma multiplo in relazione a tutti i discorsi possibili con le parole virtualmente dicibili che, in sommatoria, per metafora algebrica, formerebbero, nei punti in cui fossero più tangenti il senso, l’integrale nel discorso dell’Altro. “Discorso dell’Altro” è un’altra definizione possibile di inconscio, ma, allora, un sapere che non si sa di sapere. E, poiché il desiderio è di sapere l’oggetto/significato, anche il sapere è dell’Altro.

C’è chi si è spinto a dire che “noi riceviamo dall’Altro qualsiasi discorso (messaggio) nostro in forma invertita”. Non solo, anche che ogni lingua in cui si attiva praticamente e si specializza il linguaggio, la facoltà linguistica umana, “è l’integrale di tutti i malintesi intercorsi nella sua storia”. Nei malintesi metterei anche i fonemi scartati (v. cap. LE ORIGINI), le parole non profferite, le parole rese assenti nel mazzo dei giochi linguistici.

La faccenda diventa evidente in quel particolare sapere che è pensiero onirico, quello dei sogni, un tipico sapere che non si sa di sapere, un enigma.

Tutti i mammiferi, per tempi lunghi come l’orso, prolungati come il gatto o brevi intermittenti come le scimmie antropomorfe, fuggono dai troppi stimoli che, ciclicamente, sollecitano il loro sistema nervoso, come dire che fuggono dal mondo, nel sonno. Noi non facciamo eccezione nel fuggire nel sonno né nella maniera di interpretarlo, salvo sapere che una completa estraniazione dagli eventi, dopo che si è nati, è impossibile. Lo intuiamo osservando i segni di fasi REM, rapid eyes movements, gli occhi che si muovono inseguendo qualche immagine sotto le palpebre chiuse.  Si è visto, da qualcuno, in questo, un ritorno di tipo haeckeliano (v. LE ORIGINI), nostalgico ritorno alla condizione pacificante di vita intrauterina.

Sogniamo, e, a differenza degli animali, al risveglio ci chiediamo il significato del sogno che si è impresso nella memoria o, addirittura, desidereremmo continuare a sognare l’ultimo sogno interrotto, enigmatico ma emozionante, intriso di godimenti. Anche angosciosi, se non troppo angosciosi. Infatti, se l’angoscia è troppa, deborda ed irrompe in un risveglio.

Che dire? Come nel sapere cosciente mettiamo alla prova i significanti nel loro poter significare le immagini, un puzzle da ricomporre in un’unica imago mundi, così nel sogno mettiamo alla prova le immagini tanto mal congegnate con i significanti da non poter rientrare in un’esperienza cosciente e in un discorso. Ma, si vuole che rientrino? Di sicuro non sembra che nel sogno ci sia molto desiderio che ciò avvenga, semmai che rimanga a livello incompiuto, con il prevalere del senso sui significati, a scanso di ritrovarsi di botto alle prese con il daffare diurno o della veglia. Il soggetto sognatore, a suo agio tra senso e desiderio, è uno scansafatiche che si gode lo spettacolo senza alcun interesse a misurare lo spazio o il tempo né a risolvere rebus.

Il soggetto del sogno per lo più tace, talvolta borbotta in risposta a una o un’altra figurazione caleidoscopica che estrae dalla memoria formatasi sui bordi, al litorale di un mondo non più preverbale e non ancora verbale, regredendo comunque nella ripetizione di esperienze legate al lavoro linguistico primigenio di designare vocalmente le immagini significative delle qualità di cui si rivestono gli oggetti per avere qualche significato in ordine al senso. Possiamo intendere ogni immagine alla stregua di un marchio, un brand, un logo, un’etichetta, e gli oggetti/significati reperibili come emersi da un mare di mistero: da farne qualcosa, al livello della coscienza, su una scala di senso, di bisogni ed ancor più di desideri. Oppure alla stregua di un sigillo apposto su un salvacondotto che assicuri all’immagine di poter entrare e prender posto sul palcoscenico del mondo simbolico cioè di poter significare. Sappiamo che l’IO è, a sua volta, un attore, una maschera pirandelliana e un oggetto/significato.

Sotto questo aspetto, non c’è molta differenza tra il sogno vero e proprio e la rêverie, il sogno ad occhi aperti, anch’esso all’insegna della regressione.

D’altra parte, questo esempio di soggettività, è uno spettacolo unico, in cui possiamo non solo essere ognuno, ma anche ogni significato, ogni oggetto in scena, mentre ognuno e ogni oggetto può essere noi. Avrete provato qualche volta, nel coricarvi, a tentare di determinare nelle sue figurazioni un vero sogno, guardiano del sonno, non una fantasticheria ad occhi aperti: impossibile, no? Dell’inconscio, si può dire ciò che un boscaiolo bosniaco mi ha detto dell’orso: se lo cerchi non lo trovi per giorni, ma lui, se vuole, ti trova subito.

Si sarebbe tentati di dire che il “contenuto” dei sogni sia l’inconscio, sarebbe sbagliato: se c’è, c’è come è dappertutto nel mondo fatto di significazioni, il nostro. Il sogno è semmai la prova e la porta sull’esistenza di un linguaggio che ecceda le caratteristiche più ordinate del logos, un linguaggio/mondo, allora, possibile anche alla rovescia, come non vorremmo che fosse, in cui si esprima un sapere altro rispetto le lingue positive, pertanto inaccessibile per mancanza di una Stele di Rosetta, dimenticata forse nel deserto dell’anima primordiale, un 2 “logico”, miraggio speculare dell’impossibile uno-tutto -solo, ma già tale che in essa ogni significante esiga qualche significato e viceversa. Dimenticata là, accanto all’oggetto (a) inintelligibile, primo o ultimo significato. Possibile chiave di quella “porta”, chiave di lettura per una lettura possibile, però quasi incomprensibile, come la lingua etrusca o la scrittura minoica lineare-A, entrambe leggibili ma non intelligibili.

Se il nostro mondo esistesse come l’insieme di tutti i significati, idea questa molto diffusa, l’inconscio non esisterebbe che come sfondo di immagini in attesa di significazione. Un equivoco nello sviluppo culturale che non attenderebbe Freud e la sua scienza del soggetto, unica possibile, fino a prova contraria… Penso all’ignominia delle psicoterapie cognitiviste. Per non essere idealisti, come non siamo, ci affidiamo piuttosto ad una visione che sarebbe in linea con l’idea di “serendipity” (a proposito di neologismi…), non solo suggestiva o di moda, anzi, diventata oggi “scientificamente” paradigmatica per riportare in auge la casualità, la sorpresa, con la benedizione di Robert Merton, il sociologo più di tutti gli altri con i piedi per terra: casualità intesa come attiva, rimescolamento continuo del mazzo di carte (v. cap. SAPERE), non come ignoranza sistematica, come voleva, per esempio, Maxwell. Piuttosto ciò che fa dire a Picasso: “io non cerco, trovo”. Mi risulta che i fisici, non rifuggano, a modo loro, da un dibattito teorico al proposito.

Torniamo a noi. Gli eventi percettivi, per essere conoscibili devono ordinarsi come oggetti/significati, siano pur virtuali o imprecisi, “in parallelo” con i significanti, le parole: beh, nel sogno siamo esentati dal controllare che ciò avvenga! Ma se, sogni a parte, le percezioni, eventi prelinguistici, invece si ordinano come significati “in serie” con i significanti, possono aprirsi scenari psicotici.

Ricapitolando, per farci un’idea approssimativa dell’inconscio, questo furetto sfuggente ed elusivo che appare, e forse esiste, solo quando vuole e a nostro dispetto, dobbiamo farci un’idea approssimativa del tempo logico della separazione/distinzione/individuazione, haeckeliano, sincronico, non cronologico, più simile al “momento” nel senso della meccanica, in cui abbiamo creato (immaginato) gli oggetti per sostituirli, nell’alveo del senso, alla Cosa materna nominandoli. Compresi noi creatori.  Ciò è avvenuto con un travaglio tremendo, pazzesco, non ci sono parole per descriverlo, non c’erano allora e non ci sono ancora, apposta di quel periodo non ricordiamo niente. È inimmaginabile quante parole inadatte a favorire il senso, inadatte a ricevere risposta, ad essere vidimate dall’Altro, abbiamo dovuto e dobbiamo scartare per arrivare a concepire un mondo in cui vivere.

Per farcene una ragione possiamo ricorrere alla teoria delle “strutture dissipative” dovuta allo scienziato chimico Ilya Prigogine, fondate su metafore della termodinamica, oppure alla “teoria delle catastrofi” nelle curve di ogni sviluppo, dovuta al matematico Renè Thom (che, quando reputò di non essere più in grado di mantenersi al livello di prima, pensò di riciclarsi come filosofo, cioè a un livello che richiede meno intelligenza). Seguendo Prigogine, possiamo arguire che, finché c’è il sole, nel nostro mondo, la forma, dai e dai, vince sempre sul caos. Seguendo Thom, forse il nostro mondo non è il migliore possibile, ma di certo è il mondo residuale di altri possibili, un distillato delle loro morti e risurrezioni in cui il loro sviluppo, talvolta catastrofico, ha preso forma diacronica riconoscibile. Le due visioni dei due scienziati sono compatibili tra loro.

Basta per poter credere che tutti gli scarti significativi, tutto quell’immenso resto di senso senza significato, non si è dissolto nel nulla, si è ristrutturato in modi tutti suoi e forme bizzarre che, con la potenza delle leggi non scritte e non scrivibili, in mancanza di significazioni in contesti ammissibili ed appropriati, si vendicano del nostro mondo così illusoriamente sensato e, dispettose, vi interferiscono.

Dietro ogni parola, non c’è solo l’insieme di tutte le altre parole che potremmo dire, ma, non meno attive nel condizionarci, anche quelle che non potremmo dire. A scanso di spaventi inenarrabili.

Ma sarebbe illusorio credere che il lavorio di trattenere nella coscienza e nel logos i significanti che abbiano un significato in cui coesistano senso, godimento e Legge sintattica dell’Altro, scartandone altri, non continui anche dopo che si sia raggiunta, con l’uscita dall’infanzia, la competenza linguistica. Tuttavia, il solo risultato di questo lavorio, apparentemente meno terribilmente gravoso di quello iniziale, è che gli scarti vadano sempre a trovar posto nel linguaggio dimenticato, il discorso dell’Altro di cui la Legge sintattica è solo un aspetto tra altri, che può venir meno nei sogni.

 

 LA SCIENZA

È curioso: nei suoi esordi, per quanto possiamo saperne, la scienza intesa come indagine, a valle dell’esperienza, su come sono fatte le cose del mondo, come funzionino, addirittura su cos’è il mondo, è nata elettivamente esoterica, volutamente riservata a pochi. Ebbene, salvo brevi periodi, tentativi benemeriti di divulgazione e petizioni di principio (di cui la Storia, in ogni campo è piena), sembra rimasta, in pratica, esoterica ancora ai giorni nostri; pur essendo, per paradosso, diventata entro la cerchia variamente composta dei suoi addetti, l’istituzione umana elettivamente più democratica e “laica” che esista. È anche notevole che non sempre la scienza abbia ritenuto necessario farsi causa di ricadute pratiche.

Comunque, il sapere scientifico si è affrancato lentamente e per gradi da pratiche e metodi come l’arte, la magia, la meccanica intuitiva o empirica, la tassonomia osservativa, parallelamente all’adozione di un metodo tutto suo e diventato canonico con una rinuncia, di principio, a detti paradigmi del sapere. Nulla vale se non è verificabile/verificato e nessuna verifica vale se non è misurabile/misurata.

In questo scritto farò il possibile per non cedere alla tentazione di avventurarmi a definire il metodo scientifico nelle sue pieghe logiche, nelle implicazioni antropologiche, tecnologiche, sociali, economiche e politiche, anche se molti si attendono dalla scienza addirittura proposte intorno a una norma del miglior vivere. Per restare nel tema, mi limiterò ad esaminarne il senso euristico, in quanto volontà e possibilità di sapere qualcosa che, per come se ne è parlato in passato e oggigiorno, vada oltre il già detto.

Comincio con l’osservare che un vanto dà colore soggettivo al metodo scientifico, quello, per paradosso, di dovere e riuscire a mantenersi assolutamente oggettivo.

Se non voglio smentirmi o contraddirmi, devo ricordare, in base a tutto l’assunto dei capitoli precedenti, che il sapere oggettivo è quello del “quanto basta” per uno scopo specifico, un sapere che, apparentemente, abbiamo in comune con gli animali (e con i computer, ma è un’altra storia, già dibattuta tra noi), fatti salvi, per una nostra supposta superiorità: 1) lo strumento ideale della misurazione secondo unità convenzionali, 2) la possibilità di accumulare conoscenza con parole e scritti e, 3), last but not least, la facoltà di immaginare e costruire macchine come strumenti vari, tra i quali strumenti di supporto al suddetto strumento ideale di misurazione .

Eppure, sembra che dalla scienza noi ci attendiamo ben altro, quello che non basta mai e non è misurabile, quella che, malgrado tutti i tentativi di oggettivarla, rimane soggettiva: la verità. Che non è la certezza, qualsiasi soddisfacente risposta a un dubbio contingente, ma la risposta che vorremmo definitiva all’eterno dubbio esistenziale sul mondo e soprattutto su di noi: la Verità come rimedio alla mancanza a essere della natura. In questa nostra mancanza a essere, un fertile campo in cui germina il linguaggio simbolico con la sua specialità di far crescere qualcosa, le cosiddette categorie, dove non c’è nulla, si erge il fantasma della Morte. Il simulacro di una cosa impossibile da sapere esattamente come lo è la Cosa primordiale dell’origine. Se c’è un rimprovero che possiamo rivolgere alla scienza, per esempio alla scienza medica, è di continuare a permettere che ci fuorviamo o che ci illudiamo a questo proposito, com’era in uso ai tempi della philosophia naturalis, quando scienza ed ontologia erano quasi sinonimi nello stesso impegno di rispondere alla domanda di cosa sia una cosa.

Ma non è più la scienza, a volere illuderci: è solo un malinteso perdurante. Oggi non è più così, e non da ieri: già Newton non si poneva questa domanda, chiedendosi piuttosto come e perché le cose funzionassero in una maniera invece che in un’altra con una precisione che solo una legge superiore ed ineluttabile, scritta nelle cose, poteva garantire. Una legge che se ne frega del nostro sapere o non sapere.

In seguito, tutti gli scienziati si sono convinti che l’ontologia non era adatta a loro e che tutto quello che cercavano, che dovevano limitarsi a cercare con il metodo esclusivo della misurazione, erano, a loro volta, misure, funzioni ed equazioni modellistiche del comportamento, in date condizioni (dette “stati”), di qualcosa che non si sa cos’è e non importa cosa sia. La cui esistenza oggettiva, è solo ex post, cioè purché abbia risposto a dovere, secondo ipotesi, alla chiamata di certe unità: unità di misura, costanti, variabili scrivibili nei calcoli come simboli privi di qualità. Basta che funzioni. Sempre in base al vecchio caro principium individuationis, protolinguistico: in sostanza, all’1 che non è 0 né 2 e non tratta qualità, distingue e basta.

In questo sviluppo della scienza acquistò sempre maggiore importanza la matematica e la fisica, ma non sempre gli scienziati hanno coscienza dell’”ideologia” il cui nome, “riduzionismo”, si può leggere sul “rovescio” dei successi esplicativi (di regolarità eventuali verificate) e predittivi (sperimentali) di come funziona il mondo degli oggetti. Successi esplicativi che passano attraverso la scelta anti-olistica di ridurre gli oggetti, presi uno per uno, alle loro componenti sempre più piccole e numerose in cui le qualità possano diluirsi.

(Per inciso, è forse il momento di spiegare perché usiamo così spesso questo concetto topologico di “rovescio”. Esso può rivelarsi più euristico, cioè più “utile per sapere”, del concetto di opposto: qualcosa può esistere come oggetto anche senza il suo opposto dialettico, ma non può esistere senza il suo rovescio!).

Si è capito, a cascata, che le trasformazioni biologiche potevano avere spiegazione in modelli di chimica cellulare, che le reazioni e combinazioni chimiche potevano avere spiegazione in modelli atomici, che i modelli atomici potevano avere spiegazione in modelli di forze elettriche, queste in grado di condizionare particelle di là del mostrare esse qualche qualità materiale o energetica ondulatoria. Lo si è capito con ricerche sempre più sovrapposte, fino alla perdita di importanza delle ipotesi, come predicava Newton (hypothesis non fingo), in favore di un procedere, paradossalmente “primitivo” di trials and errors eminentemente osservativo. Con questo “nuovo” metodo, mentre Newton le ipotesi se le rappresentava eccome, si va a disturbare un po’ meno miratamente il mondo micro di dette particelle e si vede l’effetto che fa, scoprendo un sacco di cose, dopo aver appurato che anche il cosmo, il mondo che sovrasta il nostro, umano e macro per definizione, risponde anch’esso ai modelli micro. È bellissimo, a un certo grado di riduzione viene meno la seccatura delle qualità per le quali non si possono misurare treni e carote sulla stessa scala.

Un’avvertenza: nessuno ha mai visto una particella e la sua misurazione è tutt’altro che diretta come il calcolo con il pallottoliere. Se qualcuno “vede” la particella, è la macchina, immaginabile come un collega tecnico di laboratorio che deve interfacciarsi e permettere la visione su uno schermo (v.*, cap. SAPERE).

Ma gli scienziati non sembrano preoccuparsi, quanto, secondo me, dovrebbero, e so di ripetermi, di quattro fatti: 1) che le loro scoperte, da scientifiche, diventeranno, una volta date in pasto ad ingegneri fantasiosi, strumenti tecnologici variamente ed incontrollatamente fascinosi, peraltro da sempre testati per lo più nei conflitti bellici; 2) collegato al punto che precede, il fatto che i programmi di ricerca sono spesso effetti di cause che si impongono in quanto extra scientifiche e diventano causa a loro volta di effetti extra scientifici per lo più irreversibili, psicosociali, economici, ecologici; 3) ripetendo quanto già scritto, che l’immaginario umano ingenuo e collettivo, il senso comune in opposizione al buon senso, possa vedere in una linea progressiva di scoperte, una via simil-religiosa verso la Verità, cosa che essi sanno non essere vera, non che per le verità, neanche per le certezze, se non altro da quando, recentemente, hanno ammesso di misurare esclusivamente probabilità; 4) che il loro stesso desiderio li porta a poter fare a meno del concetto di qualità, poter fare a meno di ipotesi in proposito, rinunciando di conseguenza, per principio, ad ogni comprensione ontologica delle cose, una rinuncia  legittima e non priva di senso, ma che può aprire una porta d’ingresso alla magia e alle pseudo scienze. Tali sono le cosiddette scienze umane, psicologia e compagnia bella; che invece, per un felice paradosso, potrebbero avviarsi ad essere vere scienze solo ammettendo di non esserlo. Forza dell’epistemologia.

Cito la risposta di John von Neumann allo studente che si lagnava di non capire una equazione con due derivate e due integrali: “non si deve capire la matematica, ci si deve abituare”. Che fa il paio con la raccomandazione di Richard Feynman: “non perdete tempo per tentare di capire la meccanica quantistica, se pure arrivaste a dire di averla capita vorrebbe dire precisamente che non l’avete capita: piuttosto calcolate, calcolate!”. Commento, Il primo non poteva conoscere l’epistemologia sociale di Thomas Kuhn dei “paradigmi di ricerca”, il secondo la conobbe ma non volle tenerne conto, basta richiamare la sua famosa battuta: “la filosofia della scienza serve agli scienziati come l’ornitologia serve agli uccelli!” …

È probabilmente intorno all’anno Mille che gli scienziati o i filosofi della natura hanno potuto tirare un sospiro di sollievo: i matematici cristiani ed islamici offrivano loro tutto quello che serviva per poter esulare felicemente da discorsi sulla qualità delle cose, appurato che ogni cosa ha in sé qualcosa di misurabile che torna ad ogni misurazione. Di utilizzabile, ma soprattutto, questo è il bello, che non si sapeva prima della misurazione. Vada a farsi benedire l’ontologia!

Vi ricordate l’interpretazione fenomenologica del sapere umano come giochi linguistici che abbiamo tratto all’inizio (cap. SAPERE) dal pensiero di quel logico tormentato che è stato Lidwig Wittgenstein? Quando, nel parlare o nel pensare estraiamo automaticamente (peschiamo senza sapere di farlo) un significante nel magma infinito dei significati, li categorizziamo, cioè diamo loro in un punto un ordine per qualità e funzione, facendo qualcosa di simile a quello che fa un giocatore di carte mettendo in gioco una carta invece di un’altra. La sceglie perché ne riconosce la sua qualità diversa da un’altra relativamente alla legge del gioco. Per sua natura, un gioco è raramente solitario, l’ordine in categoria è piuttosto una informazione a un altro giocatore chiamato a rispondere ed è allo stesso tempo una risposta a un’informazione ricevuta.

Immaginiamo ora, un bambino ignaro di qualsiasi gioco di carte, delle possibili regole, che sia attratto da un mazzo di carte per usarle in qualche suo gioco: trattandole come oggetti di pari valore, equiparabili, privi di misura valoriale soggettiva e pertanto di qualsiasi qualità, le mescolerà per farne qualcosa. Per esempio, un castello di carte, in un gioco che un adulto gli propone come alternativa a un vero gioco di carte, un gioco alternativo la cui unica regola è la necessità di equilibrare la forza di gravità. Una necessità presente nella meccanica classica. Il gioco inizia di solito accostando due coppie, ciascuna di due carte contrapposte, in forma di V capovolta in equilibrio per contatto tra due margini corrispondenti. Verrà poi aggiunta progressivamente sempre una carta in più assecondando lo stesso schema operativo, alzando un “castello” su una base fatta di tante V capovolte ottenendo una architettura simile, a sua volta, in facciata, ad una più grande e più composita V capovolta. C’è un limite, una carta in meno che, ove fosse in più, annichilirebbe l’intero equilibrio strutturale. Non c’è ordine al mondo senza un’eccezione, come dice un proverbio che confonde l’ordine con la regola che lo presiede, la quale, come ogni legge, deve ignorare l’eccezione idealmente e per definizione.  Quella carta che deve essere in meno e non in più rappresenta la verità operativa, del tutto empirica, pre-concettuale che presiede all’equilibrio del castello, ma una verità riconoscibile solo ex post catastrofe.

Naturalmente, non c’è nessuna verità quando, per esempio, si vede che la traiettoria anomala di una particella muta gli equilibri atomici nella proteina di un gene così da farsi un nome in fisica, se non per altro per due ragioni strettamente annodate: perché quella traiettoria e quella particella possono essere una stessa cosa senza essere una o l’altra, e perché l’evento micro è di un campo di forze meno definito, non isolabile come un uno nei suoi limiti. Continuo, indefinito se non per difformità contingenti prima o dopo la loro osservazione. A meno di immaginare, e sarebbe comodo, l’universo come un uno, non solo, un Uno che sa qualcosa e che, a saperci fare, a porre bene le domande, ce la dirà. Ma l’anomalia eventuale, l’eccezione che la matematica, per essenza e statuto, non ammette possa esistere, è, per la fisica, il segno di una variabile sconosciuta. Il satellite Nettuno non è stato scoperto con il telescopio, ma per deduzione matematica da anomalie delle orbite nel sistema planetario solare.

Presto succederà che, anche tra la gente comune, si diffonderà l’idea che noi e il mondo non siamo altro che onde o nubi di probabilità quantistiche che sveleranno il senso della loro forma in risposta a delle domande che hanno la consistenza di misurazioni. Risposte che però, in questo immaginario ontologico e in questa ontologia immaginaria (soprattutto mia), sarebbero continue, quantunque definite e indagate necessariamente in via discreta, matematicamente.

Quando abbiamo cominciato a sapere, mi riferisco alla prima parte del capitolo LE ORIGINI, c’è stata una separazione nell’indistinto, ma anche una successiva alienazione di ritorno in un due, corpo materno et infante, prototipo delle individuazioni per cui l’uno non è l’altro, senza che altro si conosca di là di un presentimento di esistenza. Ma questo non significa il monolitismo di un corpo senza organi, che, per un giro logico vizioso sarebbe prima di ogni nostro sapere, essendo cioè una essenza o una immagine metafisica. In questa prima individuazione è già il linguaggio, o almeno il suo pre-sentimento.. Dopo aver scoperto il due, non si torna indietro, la Verità si è persa dietro di noi, lost in translation; al massimo può erigersi nuovamente di fronte a noi come un due fatto di moltissimi scindibili uni, per un verso il vocabolario e per un altro verso il fantasma riduzionista della scienza moderna. Quello che rimane della verità è quel meschino oggetto “(a)” minuscolo (capitolo IL SOGGETTO), forse qualche residuo corporeo con-fuso in qualche evento sensuale infantile, qualcosa che abbiamo perduto e che sogniamo di conoscere a tutti i costi, senza sapere che senza quel rimasuglio misconosciuto, qualora rientrasse in nostro possesso, nulla potremmo sapere: la completezza del mondo ante o post la distinzione significante, per fortuna non può essere: il “sapere assoluto”, completo e fatale, della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel, infine sarebbe nullità di sapere. Come lo sarebbe il godimento assoluto (ed incestuoso) cercato spasmodicamente nelle normali e meno normali perversioni. Nel due metafisico ci attende la fatica di dover produrre verità novelle, che spesso si rivelano transeunti oppure la parodia di quella perduta, facendoci dubitare che si tratti di fatica persa in una partita persa in partenza: scettici di tutto il mondo, unitevi! Non avete molto da perdere.

Ma credo di dover chiarire che non sto predicando che la scienza non abbia nulla di che conoscere circa la verità, ci mancherebbe! Soprattutto se, giudiziosamente, mettiamo verità al plurale, in categorie. Delle verità si può essere amici o nemici, vagheggiarle o mistificarle, e certo gli scienziati si attengono alle due prime ipotesi di alternativa etica.

Tuttavia, non possiamo far finta che la verità sia un valore primario, mentre, per logica, è secondario, tale da presentarsi come ciò che risponda essenzialmente alla incertezza originaria (“metafisica” a differenza di tutte le altre innumerevoli incertezze, sia della vita quotidiana sia della fisica) sempre e necessariamente presente nella vita umana, come riscontrabile nella sua fenomenologia. E, d’altra parte, dobbiamo ricordarci che nella Storia la ricerca della verità ha animato, su un piano spirituale, non solo i filosofi della natura, ma anche gli slanci delle mistiche e dei visionari che sembrano aver cambiato di tanto in tanto la Storia stessa, e che ha animato del pari e, dopo tutto, ancora anima, le trovate dei mistagoghi e degli sciamani che, travestiti da psicologi, medici, esperti di ogni genere, continuano a darsi da fare.

Tale ricerca impone a tutta una cultura la preminenza della verità nelle sue scelte e ha creato principi etici e una moralità che è oggi per la scienza una condizione riconosciuta di esistenza. È quanto dicevo a proposito della democrazia nella sua cerchia. Ma la verità nel suo valore antropologico resta estranea all’ordine della scienza. La scienza può onorarsi e si onora di allearsi con la verità, può dirsi animata dalla verità, come possiamo dirci tutti, ponendola come suo valore e come suo oggetto di ricerca nel suo fenomeno transitorio ed apparentemente progressivo, tenendo conto del fatto etico che il suo significato più condiviso è di opporsi alla menzogna (anche se io penso che spesso ne sia il rovescio inconscio… O addirittura che finzione e autoinganno siano la regola del nostro comportamento). Ma, per nessuna ragione la scienza può identificare un paradigma o una categoria “Verità” per farne un senso del suo fine scientifico ovvero di giustificazione della sua esistenza.

Torniamo ora a quanto scrivevo nel quarto paragrafo di questo capitolo, punto 3), sulla facoltà della scienza di immaginare devices. Con una ennesima premessa (qualcuno ha definito lo stile delle mie argomentazioni un fiume che esonda dagli argini): credo che due aspetti della natura disturbino uno scienziato che non sia più un filosofo della natura intento nella sua ricerca: la continuità e la qualità.

Dalla prima, ne ho già fatto cenno, lo scienziato ha preso le distanze storicamente privilegiando il calcolo e la misurazione: progressivamente, ma pressoché in via definitiva al tempo di Galileo Galilei, Il calcolo infinitesimale creò una parodia accettabile di continuità naturale.

Dalla seconda invece si dimostra molto più difficile prendere le distanze in generale, causa la presenza degli oggetti, senza i quali non saremmo (v. cap. IL SOGGETTO) e le cui qualità ci dovrebbero dire quanto più e quanto meno utili e degni possono essere per i nostri scopi umani.

Un po’ meno difficile risulta stimare la qualità delle macchine, dato che esse vengono al mondo per l’intervento di un “Demiurgo”, sia egli uno scienziato, un ingegnere o uno, come, per esempio, Federico Faggin, che lo è entrambi… Ma eccoci alla questione annunciata: qual è il rapporto tra la scienza e le macchine?  La risposta è immediata e può lasciarci interdetti: necessario.

Le misure di mediazione vettoriale, il “momento”, tra la forza motrice e l’azione della macina del mulino in epoca storica sono composte dalle misure definite nelle macchine più semplici, la ruota, la leva, il demoltiplicatore dei giri ecc., macchine già conosciute nel neolitico, mentre il piano inclinato doveva già avere le sue misure di inclinazione nel paleolitico. Ma anche una scure fatta legando una “amigdala” all’estremità di un bastone può dirsi una macchina. Ma anche una selce scheggiata su due lati, il chopper del paleolitico superiore, può essere analizzata come accoppiamento di due piani inclinati ideali contrapposti con funzione negativa di penetrazione, non senza un calcolo di dimensioni ergonomiche e del margine tagliente: se sembra essere effetto di un calcolo è un manufatto macchinico, altrimenti è un ciottolo indistinguibile o magari lo scarto di una cava.

Ma la questione mi pare sia quanto il nostro antenato e noi stessi impariamo l’intelligenza dalle macchine, dai nostri strumenti: molto, se non tutto, se solo li intendiamo come estensioni dei nostri organi percettivi prima che dei nostri organi ergonomici. Peraltro, non dovremmo mai dimenticare che le prime misurazioni meccaniche traevano le loro unità di paragone, oltre che dalle fasi geo-astronomiche (mensis– mese- mensura), dagli organi del corpo che, a loro volta, possono essere intesi come devices. Un ricordo semantico di ciò rimane nelle misure cosiddette “imperiali”.

Incredibilmente e per caso, solo nel 1906 riapparvero alla luce gli scritti di Archimede di Siracusa sul metodo di induzione geometrica ispirato alla e dalla meccanica, contenuti in una lettera che lo scienziato scrisse nel III sec. a.C. al collega Eratostene, allora direttore della Biblioteca di Alessandria. La lettera, trascritta su un palinsesto e in parte cancellata per sopra scrivervi delle preghiere in epoca bizantina, fu scoperta da un paleologo greco a Gerusalemme dove era rimasta per secoli fino ad essere trasferita a fine ‘800 ad Istambul, dove un filologo danese, tale Heiberg, rovistando in un deposito di merce in arrivo, trascurato nella biblioteca di un convento ad Istambul, la vide e, con un colpo di genio, ne indovinò l’importanza per la storiografia scientifica.

La lettura del testo anticamente conservato, già copia postuma di un millennio dopo l’originale, fu resa possibile con un esame radiologico. Riporto i passi più importanti attinenti alla questione di cui sopra.  “Archimede ad Eratostene, prosperità! Ti ho mandato precedentemente certi teoremi che avevo scoperto limitandomi a darti gli enunciati e invitandoti a trovare le dimostrazioni che io non avevo ancora indicato … Ma prima ho giudicato opportuno di descrivere e di sviluppare in questa lettera le proprietà caratteristiche di un metodo che ti permetterà di affrontare certe questioni matematiche con l’aiuto della meccanica. Io sono persuaso che questo strumento può servire anche per la dimostrazione dei teoremi; certe proprietà in effetti, che mi erano apparse evidenti da un punto di vista meccanico, sono state poi dimostrate geometricamente… È più facile costruire una dimostrazione conoscendo preliminarmente le proprietà che si vogliono dimostrare e che si sono conosciute con questo metodo piuttosto che cercare delle dimostrazioni senza nessun riferimento…”

Mio commento: non c’è dubbio che tale metodo consista primariamente nell’uso di una macchina da cui conseguano osservazioni sul funzionamento e sulla geometria euclidea disegnata nei suoi componenti, ritenendo la geometria euclidea propedeutica ad algoritmi.

Ogni calcolo direttamente empirico impone al mondo un’alternativa di essere o non essere (v. cap. SAPERE), per metafora matematica, tra 1 e 0, mentre una misurazione indiretta, da mettere poi eventualmente alla prova della validità previsionale come individuazione di regolarità che possano tradursi in qualche legge fisica, accetta che, fatto di una misura qualsiasi il numero 1, cioè chiamando così, convenzionalmente, una quantità, l’alternativa netta sfumi in grandezze numerali di ogni genere (matematico) nella considerazione che esistenza ed inesistenza oggettive siano quantità concepibili solo in base a calcolo infinitesimale, con numeri privi di qualità tanto quanto le carte da gioco del bimbo innocente del nostro apologo o le biglie del pallottoliere, ma infinitamente, indefinitamente o innumerevolmente disponibili per qualsiasi equivalenza in cui immettere una grandezza incognita, a patto che tutte le grandezze in ballo (in gioco) misurino oggetti appartenenti alla stessa classe per qualità.

Non è difficile, basta fingere che le qualità non esistano.

A questa finzione si presta benissimo l’idea del filosofo Democrito di interpretare le cose d’esperienza, dopo averle individuate, cioè distinte una per una secondo qualità, in maniera atomistico/riduzionista, cioè come composte di parti innumerevoli e piccolissime.

Un grande successone di sapere oggettivo, se le si raggruppa in insiemi per facilitarne la matematica, cioè per renderle riconoscibili tanto da poterne scrivere misure e relazioni da offrire al nostro desiderio di sapere, soprattutto se si tralascia di riaggregarle per restituirle alla qualità. Ma il metodo ha abbastanza successo anche nel caso che lo si faccia, cioè si trasferisca il sapere “dal micro al macro” affinché possa rispondere a domande pratiche.

Se intervengono degli intoppi nelle equazioni, interviene a soccorso qualche “costante” per appianarli. La costante principessa, in fisica, è la velocità della luce, primaria rispetto alle altre costanti (compresa quella, formidabile, di Planck). Poiché ogni informazione fruibile per sapere che viaggi nella physis, cervello compreso, non può viaggiare nel tempo e nello spazio ad una velocità superiore a quella della luce che rischiara la nostra intelligenza, questa costante primaria segnerebbe in pratica il limite della nostra possibilità di sapere.

La creazione di macchine complesse impone siffatte misurazioni sia per progettarle che per ottimizzarle funzionalmente. Ed ecco l’ennesimo paradosso: il calcolo empirico, meno fine, ancorato a ciò che è o non è, surclassato in utilizzo dal calcolo infinitesimale di funzioni e vettori tra assi cartesiane e in tempi più moderni dalla probabilità statistica, è tornato come una Nemesi nei bit di informazione che formano gli algoritmi in ordine a fare agire le macchine meglio di noi.

Tra queste, hanno sempre più importanza le macchine finalizzate a misurazioni accurate, altrimenti, data la piccolezza o l’enormità di ciò che si misura, troppo ardue ed imprecise. Per i fisici dell’epoca di Einstein questo fatto ha avuto implicazioni teoriche impreviste. (v.*)

La faccenda che rimane un po’ ostica per la matematica è, come abbiamo detto anche altre volte, la continuità qualitativa delle nostre percezioni soggettive, speculari a quelle degli altri e a ogni aspetto qualitativo (e misterioso) degli eventi causa di percezioni. Trasformazioni continue di immagini preverbali su un nastro di Moebius o in un cubo di Necker. Si ha un bel mandare in giro l’uno immateriale ad indagare la materia, a chiederle risposte: prima o poi la risposta sarà lo zero (concettuale, v.*, cap. SAPERE) entropico/caotico come condizione d’esistenza di entrambi.

Pare che accanto al mondo delle certezze continui ad esserci il mondo di “un certo non so che” e il mondo del “quasi”, come se l’annodamento e l’intreccio tra oggettività e soggettività (v. cap. SAPERE)  fosse meno stretto di quanto sembri e consenta scelte di gusto per l’uno o per l’altro approccio alla realtà, tenendo conto però del fatto che una scelta di gusto, come prospettata nella “Critica della Ragion Pratica” o, non ricordo bene, e nella “Critica del Giudizio” di Kant è eminentemente soggettiva (v. terzo paragrafo in questo cap.) anche per gli scienziati che, con tutta evidenza e semplicemente, hanno maggiore propensione per il mondo delle quantità e delle discontinuità che per quello delle qualità e delle continuità. Ma, per metafora, cioè mutatis mutandis, non si adeguano così al bambino del nostro apologo che vuole costruire qualcosa, un castello, una teoria modellistica, senza badare alla qualità delle componenti, all’insegna di “purché funzioni” fino a quando forze gravitazionali, attriti, interferenze a lui interne o esterne non prevalgano?  Non so il perché di questa scelta, deve dipendere dall’inconscio.

D’altronde, i fisici non ignorano il fatto che la materia, se dimentichiamo per un momento l’essere, in qualunque modo la si pensi, è la stessa, più che contigua, nel cosmo e nei nostri corpi.

Ed ecco un altro paradosso: consegnandosi alla matematica più sofisticata, i fisici, scienziati quasi per antonomasia, dopo aver accettato di scambiare le cose con le loro misure, dopo aver sposato l’idea del riduzionismo e della modellistica micro,  dopo aver giubilato per avere spiegato molti fenomeni del nostro mondo macro e di quello ancora più macro dell’universo stellato con questa metodologia, hanno dovuto vederla scontrarsi con l’irriducibilità della cognizione del vecchio caro spazio e del vecchio, meno caro, tempo, che, a un certo grado di riduzione semplicemente scompaiono all’osservazione lasciando campo libero alla indecidibilità (caotica) come estremo effetto di misurazione. Senza che perciò venga meno la stessa incertezza relativistica sulla causalità gravitazionale alla quale si vuole rispondere con il riduzionismo e alla quale i cosmologi si affannano a dare risposta, nella certezza (dopotutto “ideologica”, al pari della scelta riduzionista) che essa non scompaia, atteso che la natura dell’incertezza è la stessa in ciò che si vuole misurare e nel misuratore. Dell’uno è il resto ineliminabile che, se vogliamo, può avere nome di complessità, nient’altro che il luogo e il tempo delle eccezioni.

La scienza è astuta, sa come cucinare gli avanzi, ha utilizzato lo scacco dell’indeterminazione di Heisenberg per dare la stura al paradigma quantistico, vera apoteosi della misurazione che, diventata probabilistica, è più realista di ogni altro metodo osservativo/ cognitivo. E lo è con compiacimento di tutti, me compreso, giacché non siamo più esclusi dall’olismo della natura e, al caso, degli stati quantici e della funzione d’onda. In questo rientrare, almeno nel mondo delle quantità oggettive, può acquietarsi la nostalgia per un senso introvabile (altrimenti che nel NOSTOS stesso).

La scienza è astuta, ma non si sa ancora cosa saprà fare dell’”entanglement”, l’intreccio continuo delle qualità (stati quantici, per i fisici). Al massimo, credo si possa arguire che entangled, più che gli spin elettronici, siano le loro misure locali negli strumenti che ce le dicono, il che non è dire lo stesso. (v.*)

Per il momento, pare che nel castello di carte in sé insignificanti (nec sit iniuria verbo: in sé, senza che il misuratore la giustifichi, cioè senza qualità assegnata dalle regole, ogni misura è insignificante), che abbiamo paragonato ad una teoria scientifica che non escluda l’evenienza di nuovi paradigmi di ricerca (che la rendano futile senza invalidarla), pare che l’entanglement sia la carta che deve essere in meno per non dovere o potere essere in più.

 A meno di non saper scrivere un’equazione che renda ragione del fatto che, come il tempo è locale oppure non è, così lo spazio è istantaneo oppure non è.

La gran parte di ciò che abbiamo scritto sulla scienza riguarda la scienza moderna che, databile dall’epoca di Galileo ha avuto i suoi trascorsi e i suoi mutamenti di paradigma: in fisica, per esempio, dalla meccanica classica a quella atomica e subatomica, poi da quella relativistica di Einstein a quella della fisica quantistica di cui, da profani, abbiamo avuto or ora l’ardire di scrivere nei precedenti paragrafi ciò che ci passava per la testa. Per non parlare dell’astrofisica o della cosmologia. In chimica si è accettata una certa subalternità euristica nei confronti della fisica. In biologia il salto qualitativo più importante è stata la genetica. In medicina la scoperta degli antibiotici e dei fattori immunitari. Poi le scoperte e le invenzioni sui motori termici, l’elettricità, le telecomunicazioni, i calcolatori elettronici, i razzi lunari.

 Sono cose strabilianti, spettacolari, per un’idea generica del desiderio di sapere che dà alla nostra specie, HOMO, il nome attributivo di Sapiens, avendogli già dato il nome di Faber (delle “macchine”, nelle quali, come intuiva Archimede, non si sa quanto sapere è contaminato da noi e quanto, di ritorno, ci contamina da esse).

Ma credo che, di tanto in tanto, ci chiediamo se altrettanto strabilianti siano stati gli effetti della scienza nella vita comune, in ciò che è riassumibile nella formula “norma del vivere migliore”. È una formula che va di passo con un’altra, ancora più problematica, “pacificazione dell’esistenza”.

Il nostro pensiero va a un possibile confronto tra la fede entusiasta nei progressi della scienza e le comprovate ricadute pratiche, ovvero tecnologiche, di questa nei progressi delle civiltà umane, siano pure questi da intendere in senso relativo, addirittura soggettivo, come aspettative mediamente gradite da una o un’altra compagine umana. Alla fin fine, c’è altra maniera di misurare il progresso civile storico?

Ma non è forse diventata pressoché universale la moda di confrontare costi e benefici calcolandone la proporzione? Sì, nei cinque secoli che hanno visto la cavalcata della scienza moderna, in molti luoghi del mondo, quasi in tutti, e in molte popolazioni, quasi in tutte, la speranza di vita è quasi raddoppiata, ma di altri grandi successi nell’incremento medio della felicità umana (locuzione desueta, soprattutto perché non facilmente misurabile, viziata com’è da soggettivismo…), non mi viene in mente alcuno. Se viene in mente a voi, vi prego di comunicarmelo. Intanto, ci sarebbe da riflettere sul fatto, sembra appurato, che una gran parte di morti ritenute premature è attribuibile causalmente all’uso diretto o indiretto della tecnologia, cioè alla sua invasività nella vita pratica.

 

ETICA

Pare certo che ci sia un qualche savoir vivre, una “buona educazione” negli animali (v. cap. LE ORIGINI) lo chiamiamo etologia, con l’improprio suffisso da logos, come ci fosse stato anche negli ominidi. Il che fu per milioni di anni prima dell’avvento della nostra civilizzazione, detta anche Kultur, in senso lato, più o meno progredita ma comunque simbolica. Di certo, apparso Sapiens, fin dall’inizio non ci fu più. ci sono ancora in qualche recesso sul pianeta alcuni gruppi umani che vivono in forme culturali tipiche del neolitico, ma non per questo meno culturali, meno fondate nel linguaggio simbolico.

Meno certa appare essere la nostra predisposizione al saper vivere bene e pacificamente, perché, essendo noi uno zoon politikon (v. cap. L’INCONSCIO), il nostro comportamento dipende da quello altrui, meno facile da prevedere degli eventi atmosferici come la pioggia della nostra metafora d’apertura (cap. SAPERE).

Saper vivere, cioè, come animali politici, sapere come comportarsi nel miglior modo possibile con gli altri, pensando alle conseguenze a medio/lungo termine, non è sempre e per tutti un assillo, solo dei più previdenti, che sanno come tutto ciò che facciamo ha riscontro in ciò che faranno gli altri ed è esattamente questo che determina il nostro migliore o peggiore vivere.

Nella Storia, oltre alla politica, ci sono state diverse agenzie specializzate nel proporre la norma del vivere migliore, rapportandola all’etica, cioè al comportamento con gli altri, la filosofia, il consiglio degli anziani, la religione, gli spot pubblicitari, la sociologia, ai giorni nostri soprattutto la scienza. Tanti si sono affannati e si affannano intorno alla formulazione di detta norma, senza che vi sia accordo su una o sull’altra tra quelle escogitate. In questa confusione non conviene essere troppo sofistici, a rischio di aumentarla, conviene cercare un minimo per esclusione, per via di togliere. Annotiamo che la norma si svolge su due assi, la materialità e la spiritualità. Sul primo asse l’etica riguarda il sopravvivere, primum vivere, deinde cogitare, sul secondo, l’etica prende il nome di moralità, nient’altro, secondo me, che l’etica che vorremmo riscontrare negli altri.

Scordiamoci che l’etica sia continuamente un nostro assillo, ben più di essa vale la riconoscibilità sociale.

Abbiamo scritto in precedenza (cap. L’INCONSCIO) che una specialità umana è il voler prevalere. Ora individualmente ora come gruppo. Si può generalizzare e attenuare in un voler essere riconosciuti come eminenti tra i significati, cioè come un significato particolare che suoni come significante: Io, Ego, Ich, I, Je, etc., Noi, Nos, Wir, We, Nous etc. Essere riconosciuti anche perché sono gli altri più competenti a dire chi siamo. Se il servo del centurione di Cafarnao (V. Matteo, 8: 5-13) corre lesto come un soldatino quando il padrone gli dice vieni e quando gli dice va, è perché sa di essere il servo, non perché il centurione disponga del talismano che immagina debba avere Gesù (telesma, magia a distanza), altrimenti l’ingiunzione imperativa forse non funzionerebbe così bene.

Tutta una convenzione sociale, che può coincidere con una tradizione oppure con una legislazione, è chiamata a validare e garantire le funzioni e i ruoli sociali, ma, in fondo e prima di tutto, la stessa convenzione sociale è spesso a garantire la validità di ogni nostra rappresentazione di realtà nel chiasmo di senso<>significato, facendo da parodia dell’Altro. Parodia, perché questo Grande altro, un’agenzia della verità, specialista nel produrre un conformismo diffuso nei rapporti (scambi) sociali da gabellare come norma del vivere migliore, in rappresentanza di tutti o quasi tutti gli altri, ha il suo altro nell’individuo, mentre non c’è Altro dell’Altro, alterità assoluta, quandanche fosse interiorizzata. Talvolta come Legge, una legge silente ma tutt’altro che conformista o moralista, in essa nessuna opzione, nessun articolo, ci può mettere al bando. Invece il messaggio del Grande altro paludato da Grand jury, nello sforzo di sembrare indiscutibile, è “in viva voce”, è, soprattutto, la pubblicità: guai a noi se non siamo all’altezza.

Per paradosso, darsi da fare per essere reputati speciali ed unici per qualità personali è una sciocchezza, atteso che non possiamo non esserlo, sia pure “larvati” celatamente sotto il ruolo assegnato, ma non c’è dubbio che il nostro prossimo sia ben attento a rilevare le nostre particolarità. Specialmente quelle più criticabili…

Una scorciatoia sul cammino dell’etica, del sapere come comportarsi soprattutto nelle situazioni più dubbie, potrebbe essere quella di sottomettersi al diritto positivo emanato storicamente attraverso le sue istituzioni in cui le leggi vengono iscritte. Andrebbe bene se le leggi fossero scritte in conformità con un diritto naturale universale, che però non esiste e non è mai esistito se non nella testa di qualche giusnaturalista. Se andiamo a leggere qualche fautore dell’esistenza del diritto naturale dobbiamo concludere che tale diritto o è quello divino oppure è “la legge della jungla”, prelinguistica e prima dell’uno che non può essere senza l’uno in meno, cioè senza di noi. Le fantasie illuministe sul “buon selvaggio” non hanno riscontro nella fenomenologia umana.

Scartiamo entrambe le ipotesi giurisprudenziali, non senza osservare che, qualora accettassimo l’una o l’altra delle due declinazioni della legge, quella scritta da Dio o quella inscritta nella natura, non si sa quanto nella storia umana i loro rispettivi effetti pratici siano stati e siano da preferire. È più facile convenire con l’affermazione della scrittrice Elsa Morante: “la Storia? Uno scandalo di diecimila anni…”

Per l’etica, sottomettersi alla legge positiva non varrebbe oltretutto per ragione logica, perché inficerebbe l’etica stessa in quanto esercizio di responsabilità, per come viene pensata comunemente. Intanto le leggi sono scritte dal padrone, chiunque lo impersoni a fronte dei sottoposti, e non serve dire molto altro in proposito. Poi consente a chi è preposto a renderle efficaci sul campo, di appellarsi ad esse o nascondersi dietro di esse per compiere impunemente grandi e piccoli misfatti. Ci sarebbe, in alternativa, la coscienza morale interiore, ma essa appare poter assumere troppe forme: auto giustificativa, auto punitiva, troppo elastica e relativa, troppo rigida ed assoluta.

Sull’attesa in voga nella modernità, che sia la scienza deputata ad escogitare le norme etiche, restiamo in attesa, niente in contrario, a patto che ci sia spazio per una scienza del soggetto, e non serve che vi dica quale, dal mio punto di vista, sembrandomi l’unica possibile come pratica, ricerca e corpo dottrinale.

Non voglio girarci troppo intorno, secondo me la norma del miglior vivere è semplicissima: sta nel riconoscere nel prossimo il soggetto nostro speculare, con tutte le implicazioni buone e cattive, di grandezza e miseria, escatologiche e scatologiche, salvando l’ipotesi che esse siano universali e in gran parte il riflesso di un sapere che non si sa di sapere e per lo più non si vuole sapere, detto inconscio. La Legge sarà dove e quando il mio desiderio e l’altrui coincidono.

Trasportando Martin Buber nella nostra lingua: tu ed io invece che io e te.

Per logica ciò sarebbe il rovescio conseguente il nostro stesso desiderio ancestrale di essere riconosciuti dall’Altro della parola, di cui la nutrice è il prototipo: essere riconosciuti per poter essere, vivere, existere (neologismo). Si tratta della Legge della parola che poggia su una specie di tacito patto preliminare che il dire abbia e debba avere un senso; perciò, della Legge amorosa del desiderio che ratifichi come (nella sintassi di ogni lingua) la parola possa dirlo affinché possa essere discusso. Il desiderio umano è effetto di mancanza e può realizzarsi senza rischi etici proprio come desiderio di sapere. Cosa? Le leggi di ricorrenza nella natura? Il sesso di mamma e papà? L’accesso al bene personale? L’accesso al bene comune? Ce n’è forse, per logica, un altro, di bene, valido per l’individuo e per la specie? Se siamo vissuti come parlesseri, come individui e come specie “sapiens”, è perché siamo figli della madre che Melanie Klein definiva “sufficientemente buona”. Il severo giurista positivista Bachofen, tutt’altro che una mammoletta, escluse con ragione che un diritto femminile (mitologico, invero…) possa ammettere un desiderio di sapere giuridico legislativo scollegato dal desiderio di benevolenza come di un bene-dire.

È questo desiderio che talvolta riesce a prevalere sulla voglia di prevalere ed è questo desiderio che dobbiamo e possiamo attribuire all’Altro.

Ma possiamo profferire altri due motivi in favore di questa soluzione del problema etico: primo, il soggetto agente non è unitario, non coincide con alcuna identità definita e comprovabile, come si dimostra nei sogni, in cui possiamo essere rappresentati in chiunque ed in qualunque oggetto/significato. Secondo, siamo non solo accomunabili, ma veramente indistinguibili in rapporto all’oggetto inconscio del desiderio inconscio, al significato mancante, all’infinito non sapere, il vero uno in meno che consente di immaginare la Cosa primordiale indifferenziata come Uno-tutto-solo e di creare l’oggetto immaginario, che “in natura” può non esistere, sia esso un significato o un “matema”. Siamo Sapiens, sappiamo le parole che sanno di noi ben più di quanto noi sappiamo di esse. Peccato che siamo anche il non sapere, la natura feroce.

Chissà quanto il centurione di Cafarnao, così ben persuaso per convenzione socioculturale della sua posizione, credeva davvero che la parola di Gesù potesse agire a distanza a casa sua o non sfidasse invece la potenza della parola in barba a tempo e spazio? Quanto proiettasse la qualità non proprio pacifica del militare in Gesù e quanto introiettasse la fedeltà del servo paralizzato. Ma non importa: mi chiedo piuttosto quanto poi rimanesse stupito dell’entaglement che si attuò in Galiea, Matteo non ce lo dice.

Ma, per l’etica, basta dichiarare che si è d’accordo, che, in coscienza, siamo dediti a questo esercizio di riconoscimento incondizionato? Ovviamente no, data la buona opinione che, di solito, abbiamo di noi stessi e l’ondivaga opinione o i pregiudizi che incombono sul nostro approccio all’altro. Data una certa inclinazione ad auto- ingannarci. A questo proposito è ormai diffuso ed accettato che nel rapportarci a un’altra persona o a un gruppo socialmente coeso di persone, tutti proiettiamo sull’altro qualche nostra qualità o ne introiettiamo qualche altra. Come sapere quando è un caso o l’altro? In generale, con qualche eccezione, per esempio nell’innamoramento e nella santità, quando vediamo negli altri aspetti sgradevoli, stiamo proiettando, se ne vediamo di pregevoli, stiamo introiettando.

Come mettere alla prova che siamo disposti, per il bene nostro e di tutti, a tentare di attenerci a questa norma non facilissima del riconoscimento incondizionato del soggetto? Anche questa risposta è semplice: in pratica, appena possibile, nel dialogo più esteso possibile nelle contingenze degli incontri umani.

Nel dialogo come ciò che si oppone al solipsismo idealistico di Hegel o a quello, più ancora vanaglorioso ed egotistico, di Fichte. Nel dialogo l’io è sempre sull’orlo della crisi nell’equilibrio dei fattori identitari proiettivi e introiettivi, in difensiva per non lasciar posto al soggetto che dice IO con la comicità di quello che dice: “Lei non sa chi sono io!” In questa crisi è la possibilità dell’etica, un ago di bussola che devii dall’interlocutore e punti all’Altro, a tutti e nessuno. Si tratta di una impersonalità o, meglio, una transpersonalità che non contradirebbe il sintagma di cui sopra, del tu ed io che escluda il te.

Il dialogo potrebbe essere la trasposizione metaforica della raccomandazione di Feynman (cap. LA SCIENZA) di scrivere equazioni senza la pretesa di comprenderne appieno il senso.

Anche in psicanalisi, a dispetto dell’opinione comune e diffusa, non si pensa per conoscersi e cambiare in ubbidienza alla cretineria iscritta nel tempio di Delfi: parlando, invece, si cambia per capire. Mettendo da parte la psicanalisi, che non è né un dialogo, né un monologo, forse il dialogo, magari con l’Altro interiore in mancanza di un altro, è l’unica pratica umana che è meglio abbia carattere di pervicacia. Di certo, è la pratica umana più avversa al conformismo in fatto di ruoli di potere.

In questo capitolo sono stato sbrigativo perché l’argomento lo consente: tra i suoi aspetti, l’etica ha anche quello di non dover sottilizzare troppo, giacché comporta una accettazione più che uno sforzo. Un po’ come il godimento, il cui carattere, forse lo si è già capito, è di essere passivo…

Terminiamo questo capitolo con una affermazione ottimistica: l’accettazione della comunanza con l’altro nelle parole dell’Altro, certuni lo hanno chiamato amore vero per distinguerlo dall’innamoramento, è ciò che, ben più della nuda vita, possiamo opporre alla morte.

 

 FUTURO

Vecchio come sono, avendo superato di qualche annetto la quantità di tempo oggettivamente assegnatomi (realismo probabilistico, v. penultimo paragrafo in cap. LA SCIENZA) dall’ISTAT e dalle Assicurazioni Generali come speranza di vita (a cui adeguare matematicamente i premi), non avrei apparentemente ragioni per occuparmi personalmente del futuro. Ma, da quando le Madri di Johann Jakob Bachofen ci hanno elargito la facoltà della parola, creando l’Uno e l’Altro (meglio, dall’Altro, di cui esse restano il prototipo, all’Uno, entrambi da inumare prima o poi, civilmente e religiosamente), siamo tutti portati ad immaginare il futuro, non senza qualche ragione: infatti, se noi non ci saremo più, malgrado l’indecidibilità metafisica di una permanenza della nostra IMAGO MUNDI, avremo potuto essere certi della sopravvivenza delle parole con cui l’abbiamo resa fintanto credibile, per esempio, narrando il mondo come si deve alla figliolanza, ma, più in generale, narrandolo al prossimo e a noi stessi.

 Orazio, nelle Odi, non scrisse il verso “NON OMNIS MORIAR solo per sé, sapendo di essere il grande poeta che noi non avremmo dimenticato, ma per tutti noi, giacché nessuna parola pronunciata o scritta si perde del tutto: si intreccia, entangled, con tutte le altre per rimbalzare nell’Altro da cui proviene e che non muore, se non altro per il fatto di non esistere.

Si potrebbe forse vedere in questo effetto soggettivamente accomunante, apotropaico ed “anti diacronico”, il rovescio del fatto che, pur sapendo di dover morire, non ne siamo continuamente angosciati.

Bachofen morì quando Haeckel, ai cui rispettivi pensieri mi sono ispirato per immaginare una corrispondenza tra le trasformazioni nell’individuo e quelle nella sua storia specie-specifica, aveva 53 anni: sarei curioso di sapere se seppero uno dell’altro, ma nessuno ha saputo dirmelo. In ogni caso erano scienziati, il primo del diritto, il secondo della zoologia, pertanto osservatori delle linee di tendenza nei diversi fenomeni adatte a un modellismo di curve e funzioni gaussiane. Estrapolabili, non senza la consapevolezza che le deduzioni “futuribili” saranno con ogni probabilità fallaci e fallimentari in rapporto alla complessità che è il loro sfondo e la loro realtà. Osserviamone alcune anche noi, autoeleggendoci per un momento antropologi dilettanti in antropologia culturale. Sui due piedi, di tali linee di tendenza, nella narrazione della Storia umana (di Storia non ce n’è un’altra) ne individuo una decina, intorno alle quali argomenterò qualcosina. Se voi ne individuate altre, vi prego di segnalarmele.

Una prima tendenza, 1) è di secolarizzazione, cioè il voler capire il mondo immaginandolo come un insieme di metafore dei meccanismi riconoscibili in quanto organizzati nel nostro stesso corpo, visto come un interno fragile che richieda un refitting medicale continuo a fronte di un esterno che, qualora sembri sfavorevole, imperfetto, caotico, possa e debba essere colonizzato civilmente, anche in questo caso medicalmente con un refitting. È curioso che, parallelamente, c’è la tendenza moderna, da parte di altri soggetti culturali, a negare la distinzione netta tra l’esterno e l’interno in accettazione dell’idea di complessità come limite al sapere e all’operare. Ma, ripeto, in linea di massima e per lo più, immaginiamo di poter migliorare tecnicamente il mondo secondo i nostri desideri, cioè completandolo, da come appare mancante di qualcosa, e perfezionandolo, da come appare imperfetto. Ottimo, ma tale esercizio richiede di saper formulare la norma del vivere migliore, con una diffusa serenità d’animo, univoca, razionale e benevola, senz’altro presente nella coscienza umana, salvo, temo, la sua univocità. Univocità ritrovabile forse nel metodo scientifico e nel consesso degli scienziati, ma, per credere che possa esistere, occorre credere che esista l’Altro univoco ed unificante in noi, non nelle stelle o negli atomi.

Forse a corollario della prima tendenza: 2), prediligere sempre più il modo di sapere geometrico e matematico nel nostro sapere operativo, pratico, contro l’apparenza degli oggetti con qualità soggettive, pertanto di significati mai del tutto certi. Vi ricordate la famosa lettera di Archimede ad Eratostene (v. cap. LA SCIENZA) sulla possibilità di imparare la matematica dalle macchine?

3) Una tendenza a ribellarsi, per quanto possibile in via teorica, al fatto che niente possiamo sapere che non sia dell’ordine del linguaggio simbolico, cioè delle leggi della parola, tra sfumature dei significati, precisione grammaticale che non sa autogiustificarsi e significanti privi di significati che non siano convenzionali. D’accordo, il fatto che perfino il (sotto)linguaggio matematico abbisogni del metalinguaggio nostro naturale per lo meno a livello assiomatico, mentre questo è l’unico a non necessitare di un metalinguaggio che lo validi nella logica, può essere un fatto seccante, ma è così. Questione di senso. Posso dirlo? Quello che ho scritto finora è per il mio desiderio, vulgo per la speranza, di poter ovviare a questa strana resistenza alla logica più elementare. Una resistenza che può indebolire la facoltà della critica, farci saltare a piè pari la voragine del non sapere o la faglia dell’inconscio e riportarci al sapere magico (la scienza non è per tutti…), oggi, per noi, oscurantista o comunque da lasciare ai “primitivi”.  Mentre invece le superstizioni, in supplenza della metafisica e, del pari, delle grandi religioni storico/positive, possono celarsi dietro le pseudoscienze offerte a piene mani dall’establishment del momento come certezze invece della verità, sia pure anch’essa del momento.  Innumerevoli sono le nuove fedi, magari tanto più religiose quanto più protestano di non esserlo; d’altro canto, la proliferazione di religioni New Age, che religioni si professano, sembra, per il momento, non venir meno.

4) La tendenza a sostituire, nell’immaginario collettivo, tutto ciò che è concreto e stabile, causa di percezioni sensibili e, in risposta, di reazioni energiche ed atti di presa oppure di immunizzazione, con tutto ciò che, di astratto, simbolico, attraverso la mediazione mentale, causi la stessa risposta. Si tratta di quella evaporazione delle cose naturali in favore di quelle culturali, dei bisogni in favore dei desideri, peraltro vaticinata dal filosofo Karl Marx a proposito della progressiva sostituzione, nella modernità, dei beni d’uso, materiali ma anche immateriali, artistici, per esempio, con i beni di scambio. Chi può dubitare che, nelle civiltà “avanzate”, si offrano e si comprino oggetti sempre più con lo scopo esclusivo di possederli per apparire piuttosto che per vivere?  E non c’è in questo la conferma anche di una tendenza più antica a tener conto solo di come le cose ci sembrano essere, evitando la fatica di capire come sono? Forse giustamente, essendo probabilmente votata ad insuccesso… C’è un corollario, il rapporto affettuoso che intratteniamo con alcuni oggetti, per esempio con alcune macchine: Marx, prima di Freud, li ha chiamati feticci.

 5) Immaginare, anche questa una tendenza antica, millenaristica, ad ogni passaggio di secolo non che di millennio, una deprecabile umanità precedente ed una promettente futura umanità, secondo ciò che viene predicato, separatamente, ora da S. Agostino ora dagli anarchici. Oppure, all’opposto (o al rovescio, come preferite, comunque in pendant), una apprezzabile umanità precedente e una futura umanità deprimente per situazione civil-geo-politica. La prima immaginazione prende nome di utopia fideista (o, volendo essere pessimisti, di attivismo nichilista, un ossimoro), la seconda di passatismo (o volendo essere caritatevoli, di conservatorismo). È una tendenza non nuova, sempre presente sul versante, per fortuna non univoco, ma in incremento, dell’umana “coscienza infelice”. Alla bocca di entrambi i fautori delle due opposte opinioni, riguardo il presente, viene spesso la stessa esclamazione: “O TEMPORA, O MORES!”. È anche curioso che entrambi, pur vedendo nella storia passata presente e futura possibilità di catastrofi epocali e complessive per uno o l’altro dei termini temporali, sincronica in senso antistoricistico in ciascun caso, mostrino di ignorare la più realistica esistenza continua, nella diacronia della storia, di una pletora di svariate catastrofi (cambiamenti macroscopici) grandi e piccole, continuamente cicliche e più o meno ravvicinate, che hanno il loro esito nel presente continuo (v. cap. L’INCONSCIO, Thom). La Storia è vista come prodotta da Sapiens, malauguratamente disturbata da variabili esterne al suo progetto.

 6) Immaginare che l’esercizio e il desiderio di sapere siano un po’ futili, atteso che si ricucinerebbe la stessa pietanza con altre salse che non la migliorerebbero: fuori di metafora, che tutto è già detto e scritto con la conseguente linea di tendenza in cui l’umanità si ripiega su sé stessa, cosicché la filosofia volga definitivamente ad essere analitica, cioè volta ad analizzare solo il suo stesso linguaggio, dall’oscuro Eraclito al troppo chiaro Sloterdijk, oppure ad essere storia della filosofia; che le arti siano inevitabilmente citazioniste di stili precedenti; che la scienza si auto accumuli nelle conoscenze su binari precostituiti, poco propensa ad aprirsi all’evenienza di nuovi “paradigmi di ricerca” kuhniani, inevitabilmente rivoluzionari e costosi a fronte del quieto vivere. Che l’economia abbia la sua sola regola certa nella crescita. Ciò, in una sorta di scetticismo, oppure in un conformismo all’insegna del sospetto per il desiderio soggettivo e, pertanto, all’insegna della accettazione dell’ipotesi di fine della Storia umana. Quella che avrebbe nella filosofia, nell’arte e nella scienza i suoi capisaldi culturali, che del desiderio soggettivo appaiono essere l’effetto, ma che in questo caso rappresenterebbero tre punti di arrivo culturale definitivo. Un ripiegamento dell’umanità su sé stessa (non di tutta, di quella “che conta” …), sulla propria essenza storica avendo deciso che non c’è altra essenza che quella storica. Un ripiegamento e forse un po’ di disgusto, come se nello storicismo ci fosse la ricerca (masochista) del trauma o, addirittura, il dito nella piaga di “uno scandalo di 10.000 anni” (v. cap. ETICA, Morante).

7) La tendenza a delegare la fatica (v. 4) necessaria per capire come sono le cose, agli esperti specialisti consorziati in entità che garantiscano elaborazioni e risposte certe, coerenti e spassionate, cioè, come voleva Tacito, SINE IRA ET STUDIO.  Con buona pace del grande storico, in questa utopia (scientista?) non si può riconoscere qualcosa di fideistico rivolto a un Soggetto Supposto Sapere come entità sovrumana? Una forzatura tendente ad abolire un soggetto che riconosca la potenza motivazionale poco controllabile dell’inconscio, e a sostituirlo con un interlocutore altro ed inedito, esperto come nessuno mai è stato, in certezze inequivocabili.

8) La tendenza antropocentrica a svalorizzare tutti i significati religiosi, escatologici, utopici, per riconoscere o per attribuire valore umano solo al successo operativo in un mondo “che è quello che è”, fatta salva una generica benevolenza alla quale dovrebbe essere indirizzata l’operatività stessa. Improntata a realismo e financo a cinismo, filosofici entrambi. Un punto catastrofico della coscienza umana, riflessione su noi stessi, parallelamente a quella avvenuta con Galileo, di cui sopra al punto 2), pare essere quella avvenuta con Machiavelli… Questa svalorizzazione consente l’ingresso di nuovi valori che con le virtù antiche, dette cardinali nella Scolastica, non hanno nulla a che fare (a parte il fatto di essere per lo più disattese e poco praticate come quelle). Per esempio: l’equiparazione etica tra pubblico e privato, la critica del pudore, la spontaneità diretta dell’espressione, l’autoironia, l’ammissione di non sapere qualcosa se non lo si sa, l’ammissione di una pari facoltà intellettiva e di desiderio di sapere in uomini e donne, la speranza che il linguaggio vi si adegui, la pretesa di pari opportunità economiche e di preparazione culturale orizzontale come di competenze, anche dovendo privilegiarle rispetto quella verticale che si esprimerebbe come pensiero originale (in ordine a nuovi inediti paradigmi, forse in sostituzione di quelli attualizzati nella ricerca scientifica).

9)  La tendenza a conformarsi alla narrazione della realtà proposta da chi sa confezionarla bene, come attinente al miglior mondo possibile nel quale entrare a far parte senza disgressioni escatologiche o sensi di colpa. Tendenza nuovamente secolarizzante (v. punto 1), in cui svanisce ogni credenza in un aldilà, non solo religiosa, anche nel compimento dell’ispirazione umanistica rinascimentale oppure del programma rivoluzionario illuminista, ma riferibile soprattutto alla dialettica incomponibile di “Ragione e Sentimento” della grande Jane Austen, uno dei tanti nomi inaugurali della modernità.

Proviamo a stringere le fila.  La qualità delle istanze che dirigono le linee di tendenza futuribili nel passaggio dalla tradizione alla modernità, pare essere la coesistenza delle istanze stesse in una dialettica, fatta cioè di tesi ed antitesi senza sintesi: secolarizzazione, sì, ma anche nostalgie escatologiche che vi si oppongono. Ottimismo della ragione e pessimismo del sentimento o viceversa, senza il punto mediano del realismo, quando ogni ipotesi realistica è smentita dal non saper conciliare novità e tradizione individuandone le qualità, quelle da valorizzare e quelle da scartare. Tra verità e certezza. Desiderio di palingenesi alla luce della verità e bisogno di stabilità, desiderio di affidarsi a qualche appiglio rassicurante, di avere fiducia e rimpianto di non averne bisogno.  La pretesa dell’autonomia e il desiderio di confondersi nel mondo di tutti.

Ma cos’è che resta il fattore decisivo della Storia tra passato presente e futuro? Qual è l’intuizione difensiva che può far sopportare la dialettica perenne come verità moderna, se non come unica verità? Fossi marxista, direi l’economia, ma personificabile come la dea Ananke degli antichi; fossi religioso, la provvidenza divina imperscrutabile nei suoi fini; fossi un libero pensatore anarchico, oppure (vel) un mistico, il desiderio di liberarmi sempre più dalle pastoie della natura primigenia. Ma, non riconoscendomi in nessuna di queste identità come opzioni culturali, la mia risposta resta quella che chiede a viva voce di essere smentita, che ho fatto mia da più di sessant’anni.

Evidentemente, per deduzione di quanto scritto, è Il linguaggio umano detto naturale (e simbolico), improntato al NOSTOS dell’Eden, a un senso che prevale sui significati, che li costituisce come qualità che si possono sapere, soggettivamente, in più, indefinitamente in più, rispetto alle distinzioni e alle misurazioni; a patto che ci sia un Altro a stabilire regole dei “giochi linguistici” e limiti (v. cap. LA SCIENZA). Se ci siamo, se ci saremo noi parlesseri, c’è e ci sarà inevitabilmente l’Altro della parola, il due del sapere di Sapiens e della separazione/distinzione del magma caotico nell’Uno dei cieli e nell’uno della matematica che non è né zero né due, seppure scomponibile questo in innumerevoli piccole quantità.

Ma sappiamo bene che l’Altro che può fare qualcosa per noi di ben definito, non esiste se non come una necessità logica d’essere. Come i numeri, peraltro. Niente a che vedere con una “realtà della natura”, quando anch’essa, per citare Georgy Lucacs, “è una categoria culturale”.

Tuttavia, per sapere l’esito delle linee di tendenza individuabili nell’attuale contingenza storica, basta immaginare quali sembianze fantasmatiche potrà avere l’Altro in futuro.  Di quale consistenza per noi si rivestirà. Tenendo conto della sua specialità unica di non avere un altro da sé: infatti gli si adatta il primo ammonimento del Decalogo biblico, riformulato come “non c’è Altro dell’Altro”.

Ripercorrendo le linee o le curve delle tendenze socioculturali, sopra descritte in 9 punti, ci accorgiamo che una linea di certezza vi rimane sottintesa ed accomunante in relazione con la tendenza di delegare alle macchine la fatica non solo di agire energeticamente, persino di pensare per sapere, unita con la tendenza di privilegiare la certezza degli algoritmi  macchinici che le mettono  al lavoro e con la fiducia negli esperti in materia, invece della scivolosità delle qualità di cui solo le parole comuni possono rendere ragione: la certezza che questo trend non può in alcun modo essere fermato per volontà umana mirata. È troppo antico per origine e troppo consolidato da millenni nella cultura occidentale, dimostratasi potente colonizzatrice culturale globale.

Non può: allora non conviene essere troppo pessimisti su evenienze certe ed inevitabili, gli antichi le direbbero fatali, conviene piuttosto affidarsi ad una sorta di scommessa pascaliana, ed è questa l’impostazione di quanto seguirò di scrivere. Cercando però di argomentarvi intorno.

Ma c’è anche un’altra tendenza che, al momento, non solo non pare possa essere reversibile, ma mostra un incremento progressivo addirittura esponenziale. La numeriamo come decima, 10): la tendenza a sostituire, ove possibile, lo scritto al parlato. Non c’è dubbio che, a saldo, nella Storia sia stato scritto molto più di quanto sia letto e soprattutto umanamente leggibile e che ciò appaia quanto mai evidente nella modernità. Soprattutto se accettiamo che per scritto si possa intendere tutto ciò che, di comunicativo, è affidato a un mezzo meno diretto delle onde sonore che provengono dalla bocca e destinate all’orecchio in tempo reale e in presenza. Per esempio, qualunque messaggio registrato in qualunque modo o tecnica per essere ritrasmesso e arrivare in differita all’ascoltatore designato oppure generico e virtuale. O un’immagine, di rapidissima lettura. Ma sotto questo riguardo rientrerebbero anche i monumenti eretti dalle grandi civiltà; d’altra parte, non scrive Orazio, di ciò che scrive: “Exegi monumentum aere perennius“?

Naturalmente, tra l’oralità e la scrittura c’è una zona grigia, per esempio, molti generi di telecomunicazioni più moderne del telegrafo Morse, il telefono o i messaggi vocali inviati in differita sullo smartphone. Oppure l’ausilio del display in una conferenza o una lezione. Ma, mentre qualsiasi mediocre archivio elettronico o datacenter supera in quantità di informazione virtuale la Biblioteca di Alessandria, si assottiglia, nella pratica sociale/socializzante, viceversa, lo spazio dei rapporti direttamente intersoggettivi hic et nunc. Ci sono i “socials”, le piattaforme in cui esercitare la passione per lo sproloquio, ma non dimentichiamo che l’algoritmo su cui si reggono è eminentemente uno scritto (da qualcuno), non uno sproloquio collettivo autopoietico.

Per fortuna non scompare del tutto il dialogo di tipo platonico o della Scolastica, ne fa fede il nostro dialogo in questo seminario, ma, svolgendosi esso per iscritto, mette fuori gioco il manifestarsi dell’inconscio nel lapsus, nell’ammutolirsi, nel fuggire con gli occhi, ecc., che svela forse verità da occultare.

Perciò, se si dà un po’ di credito a quanto espresso nel capitolo ETICA, un venir meno dell’attitudine al dialogo comunemente inteso, può destare qualche perplessità.

Riguardo, per esempio, una ipervalutazione dei significati in sé, fingendo che esistano come matemi, formule stabili, disponibili e più adatte per l’insegnamento e per l’apprendimento, rispetto il senso “nostalgico”, cioè rispetto la spinta a dire (Per Freud, pulsione sessuale…), che li rende più incerti, mutevoli per ragioni non sempre chiare, “di gusto”, conditi di lateralità emotive e affettive.

C’è la tradizione filosofica di intendere la scrittura come ciò che sostituisce e rappresenta in absentia il soggetto, restando occultata la verità del discorso. Non sono di questa opinione: non vedo alcuna prova che la verità più intima del discorso, cioè l’intenzione e il senso che lo muove, sia più evidente nel parlato che nello scritto.

“Che si dica rimane nascosto dietro ciò che si dice in ciò che si intende.” (v. cap. L’INCONSCIO). A chi non è mai capitato di sentir qualcuno dire che “la vita e il mondo non hanno alcun senso”? E di intendere il detto al rovescio, nel disagio di una excusatio non petita?

Insomma, possiamo immaginare, semplificando, che i due mondi dialetticamente contrapposti, soggettivo delle parole ed oggettivo (rappresentabile in quanto misurabile nei numeri in veste algoritmica), reputato più affidabile anche perché si affida più allo scritto,, coesistano e si alleino anche senza fondersi, per offrire quantomeno un rimedio: un ubi consistam, un luogo in cui soggiornare e in cui sia possibile la sintesi pacificatoria della contrapposizione apparentemente insanabile di istanze, siano esse bisogni o desideri.

Tutto, al momento, fa pensare che il Demiurgo operatore di questa opportunità, sarà l’intelligenza artificiale, la Grande macchina, il nuovo, inedito, nostro Altro.

Sostituirà il Grande altro delle forme di vita collettive, delle convenzioni sui ruoli distribuiti in ordine alla produzione e al potere, del senso comune che mette in ombra il buon senso, dei gadgets, delle suggestioni conformiste delle quali la pubblicità costituisce la liturgia (menzogne incredibilmente legittimate), dell’amore verso gli animali di compagnia invece dell’amore verso il prossimo, dell’odio come sentimento motivazionale accettato (guerra), della mania di “apparire alla Madonna”, per citare Carmelo Bene, cioè del bisogno di essere riconosciuti (v. cap. ETICA) diventato universale e parossistico.

Meno male se lo sostituirà, si potrebbe forse dire, visto di che si tratta.

Non dico che per forza sarà così, dico che, al momento, appare sommamente probabile che possa esserlo. E che probabilmente non sarebbe peggio del mondo che ci lasceremo alle spalle, che, forgiato ad immagine e somiglianza nostra, con le forme, gli schemi, i passaggi sinaptico/neuronici dell’intelligenza naturale a strumento faticoso del nostro sapere, non sembra abbia dato buoni risultati storici. Infine, a un narcisismo fin de siecle, autoassolutorio, compiaciuto ed ebete, che viene opposto, misconosciuta stupidità naturale, ad una misconosciuta intelligenza artificiale.

L’ottimismo di chi sostiene che la I.A. resterà semplicemente uno strumento al nostro servizio a patto di saperla utilizzare bene, mi pare una petizione di principio e un’illusione. Le grandi invenzioni fascinose hanno risolto sempre solo problemi di dettaglio ma, in compenso, hanno determinato cambiamenti sociali e di comportamento molto ampi, epocali.

Probabilmente la macchina del pensiero e della parola ci utilizzerà più di quanto noi utilizzeremo essa.

Poco male, trattandosi di un cambiamento epocale al quale progetto il libero arbitrio, se esiste, non è rimasto estraneo.

Poco male se ciò avverrà secondo un po’ di equità e saggezza, e anche questo è relativamente probabile, visto quanto, in barba al secondo imperativo etico di Kant, noi utilizziamo il prossimo e, ancor di più, ne siamo utilizzati.

Comunque, non va dimenticato che, se le tecnologie che conosciamo meglio, continuano a essere causa di circa il 50% dei decessi ritenuti prematuri, sembra meno probabile che ciò accada come effetto diretto di I.A. Certo, le macchine, ogni macchina, sono state implementate e messe al servizio della guerra, ma ciò è imputabile ad esse e non, piuttosto, ad intenzioni umane?

Non dimentichiamo neanche, tuttavia, che trattiamo di tendenze futuribili di evenienze e che ogni curva di questo tipo e ogni evenienza è passibile di mutare per l’intrusione di variabili impreviste negli assi di riferimento, ma che è altresì passibile, per suo conto o natura, di causare effetti retroattivi. E che tali retroazioni possono, a loro volta, interferire con la forma della curva. Ciò che difficilmente verrà meno sarà la nostra tendenza a trattare i soggetti come fossero oggetti e viceversa. Il viceversa varrà per la Grande macchina?

Un fantasma si aggira nei meandri della nostra civilizzazione, vincente finora, a quanto pare, sulle altre, fantasma già presente a livello simbolico: un “Grande Fratello” (George Orwell) non malevolo, piuttosto servizievole, che nel “Brave New World” (Aldous Huxsley) avrebbe consistenza e credibilità, dimostrandosi un nostro Altro e un alter ego, capace, se non di riprodurre l’Eden ed aprircene le porte, atteso che anche a lui mancherà (a), l’apriti-sesamo, almeno di offrircene un surrogato accettabile.

Il nodo a trifoglio di desiderio<>Legge<>godimento che sorregge la nostra soggettività, resterà probabilmente intatto. Si aggiusterà nella I.A. continuamente, affinché continui a vivere e prosperare il soggetto degli autoinganni che non vuole saperne di sapere troppo.

Affinché continui ad esser-ci in quel grande libro in cui si inscrive tutto ciò che è stato scritto e registrato.

Ma è proprio questa qualità che può renderci ottimisti sugli esiti della modernità, perché risulta che nella Storia ciò che è stato scritto è stato scritto molto più spesso “a fin di bene” di quanto sia stato scritto con intenzioni maligne. Strano ma vero.  Proverò ad argomentare in proposito nel prossimo capitolo.

Resterà (ogni evenienza ha un resto!) il problema di che fare del corpo, della nostra origine nella materia, in ciò che è stato scritto bio-logicamente, prima delle parole. E della nostra origine nell’energia… (lo hardware della macchina ne divora…).

 

 SCRITTURE

Per una fenomenologia della scrittura, terremo conto di due qualità sopra delineate, una supposta maggiore e generica attendibilità di ciò che viene scritto rispetto ciò che viene detto e una maggiore propensione, scrivendo, a discorsi volti, seppure indirettamente, all’utilità comune invece che a dannosità, almeno per come si vuole, da sempre, essere intesi in fase di lettura. Avendo, tuttavia, ben presente ciò che la saggezza popolare continua a ripetere: “verba volant, scripta manent”.

Non entreremo nel merito delle diverse tecniche di scrittura, della sua evoluzione, e neanche degli effetti che la scrittura ha potuto avere nella storia delle civilizzazioni ovvero della cultura, ma di una pratica umana vista come antropologicamente sincronica, seguendo piuttosto il percorso del precedente capitolo, “FUTURO”.

Pare certo che la scrittura, definibile, al minimo, come il rendere osservabili volontariamente segni di nostre intenzioni comunicative, non sia stata praticata prima dell’arrivo di Sapiens e, nel contempo, pare certo che sia stata praticata fin dall’inizio anche per significare numeri. L’abbiamo già detto, l’Uno, senza cui non può esserci il soggetto, l’oggetto, il sapere, è un concetto e un significante preliminare e in qualche modo, che non approfondiremo qui, causale di ogni ulteriore concetto e di ogni ulteriore significante: con il fantasma dello zero, cioè con la mancanza, come attivatore/catalizzatore.

Segni resi evidenti per riferire eventi assenti, in sostanza, segni di ciò che non c’ è, allora “mettere qualcosa dove non c’è niente che non si voglia dire”, la minima definizione del significante, necessaria ancorché non sufficiente.

Quando paleo-archeologi attribuiscono segni del genere a Neanderthal, si tratta di errori. (Confrontiamola con la definizione minima di segno di P C. S. Peirce, più sotto).

Immaginiamo un cacciatore o raccoglitore Sapiens in lizza con Neanderthal nel territorio, che segni in qualche modo reso evidente, per sé o per altri del suo gruppo di sussistenza qualche aspetto qualitativo o quantitativo in ordine a poter ripetere un’esperienza nella sua attività.

In maggioranza, detti segni riscontrati dagli archeologi, sono dei segmenti incisi lunghi un palmo ordinati e incrociati alternativamente con altri. Colpisce una certa somiglianza con i caratteri della scrittura accadica: che dire? Semplice, che le forme, i pattern, siano esse naturali o artificiali, per l’essere umano non sono infinite. Non importa, pur non essendo particolarmente elaborati, importa che siano stati messi là per essere “letti” da un destinatario. Letti vuol dire interpretati per senso e significati in massima corrispondenza possibile con l’intenzione dello “scrittore”.

Non mi riferirei a reperti elaborati tipo pitture rupestri, probabilmente rituali propiziatorie, o a manufatti simil-artistici relativamente recenti, entrambi risalenti a meno di 35.000 anni, ma a segni risalenti anche a 100.000 anni fa, significativi (nell’accezione di C. S. Peirce:” qualcosa che sta al posto di qualcosa altro per qualcuno”) in qualche guisa, per esempio, ludica, che non escluda attribuzioni ad ominidi diversi da Sapiens.

Immaginiamo ora che quei segni siano visti da un altro cacciatore o raccoglitore che non ha avuto contatti con il gruppo al quale appartiene lo “scrittore” e non sa nulla del possibile significato: è molto probabile, in ragione di una forma di quei segni isolata ed insolita, cioè singolare, nell’ambiente naturale fino allora sperimentato, che vi veda l’intenzione di un suo simile, singolare come lui nella varietà ambientale complessiva. Non ha altre informazioni, solo la rappresentazione di un vago alter ego.

Può però escludere di poter essere il destinatario di un misterioso avviso? Non può. Perché?

Per le stesse ragioni per le quali non può decodificare quei segni: essendo estraneo al gruppo che ne detiene la chiave convenzionale di lettura, può pensare di tutto, confusamente, anche che nell’”abracadabra” di quei segni si celi un sortilegio dedicato a tutti e a nessuno.  Può immaginare di tutto, ma, in quanto a sapere, sa solo che qualcuno vuol dire qualcosa, significare qualcosa per un fine. Sa che si sta dicendo. In ciò possiamo scorgere l’intuizione del soggetto e del senso. Diverso sarebbe nel caso di un incontro, avrebbe un grande numero di informazioni visive immediate, a cominciare dai segni che inducano la distinzione amico nemico.

Ma avrebbe potuto il significatore, per non chiamarlo scrittore, a sua volta escludere che qualcun altro, oltre al destinatario o ai destinatari, si imbattesse i quei segni e si chiedesse il loro significato? Non avrebbe potuto.

Da questi ragionamenti (esperimenti mentali) possiamo dedurre, forzandoli un po’ ma non oltre quanto la logica permette, che ogni scrittura, a cominciare, per esempio, dal codice di Hammurabi, per finire con ciò che sto scrivendo, con la prossima parola che leggerete, è, realmente ed inevitabilmente, prima o dopo, a scanso di preclusioni ed esoterismi, resa disponibile per tutti e per nessuno, lo voglia o non lo voglia lo scrittore, lo sappia o non lo sappia.

Nel capitolo che precede, FUTURO, la decima tendenza futuribile intravvista ed individuata (10) ci induce ad avere coscienza di ciò che è perfettamente saputo, benché talvolta ignorato in base alla tendenza ad accontentarsi delle apparenze, che qualsiasi manifestazione di sapere registrata e vidimata prima di essere ammessa ed emessa per essere ricevuta, è equiparabile a una scrittura. Che è equiparabile a scrittura tutto ciò che può sostituire diacronicamente il soggetto parlante in presenza differita, pubblicamente o privatamente come soggetto di qualsiasi proposizione, emittente qualsiasi comunicazione ragionata, qualsiasi messaggio, pertanto non più controllabile e modificabile in tempo reale dall’emittente.

Trattandosi, oltretutto ed inevitabilmente, di un sapere memorizzato, cioè, per metafora, scritto in noi per essere ritrovato nella nostra memoria, un archivio potentissimo per registrazioni e schedari secondo certi criteri di selezione non molto diversi da algoritmi: per un’efficienza, di reperimento di fonti, che farebbe impallidire la Biblioteca di Alessandria.

Ciò è vero per un intelletto umano e per una intelligenza artificiale ma con due procedimenti diversi. Rivolto il primo a categorizzare le parole indicative di qualità o quantità degli oggetti intenzionati (pescate e pescati “in parallelo” nei “giochi linguistici” come detto nel cap. SAPERE), cioè a distinguerle, raggrupparle e metterle in relazione pesandole (in latino, pensare è pesare) in base alla loro portata di senso (o godisenso, v. cap. IL SOGGETTO). Pesandole, a dire il vero, su una bilancia che ha mille attriti e mille interferenze, per esempio ormonali, meno facilmente individuabili dei cosiddetti bias informatici.

Rivolto invece il secondo, a trattare gli oggetti/significati, input items, orizzontalmente con eguale (cioè nullo) peso o valore di senso ex ante elaborazione algoritmica probabilistica, sostanzialmente delle frequenze di quantità di riferimenti e relazioni tra unità significative numerabili (e necessariamente numerate per rendere l’algoritmo più compatto e adatto alla trasformazione) arbitrariamente prescelte. Lettere alfabetiche, fonemi, sillabe, proposizioni leggibili in paradigma e sintagma, ma, ex ante, equivalenti per significato (nullo), ritrovando ex post, pesi e valori di senso. A valle dell’elaborazione che, in sé, è la misurazione attuariale di quantità di presenze.

Non sono affatto esperto di I.A. e non è questo il luogo in cui spiegare come funzionano le intelligenze artificiali implementate con una progressione cui neanche gli esperti riescono a stare dietro, qui importa solo stabilire che il “Grande Fratello” i.e. la Grande macchina, predilige, in sé e per sé, lo scritto e la scrittura. Nella realtà del suo funzionamento, fuori da ogni apparenza e diversamente dall’Altro simbolico che ci fa scegliere le parole in tempo reale in base al loro peso e valore di senso. Diversamente anche dalle sue applicazioni parziali nei “socials”, tipo Tik Tok, parodie di dialogo, apoteosi della chiacchera e legittimazione dello sproloquio (v. cap. FUTURO).

Torniamo al fatto che uno scrittore, in linea di massima, non potendo escludere, come per esempio, il nostro primitivo Sapiens all’inizio di questo capitolo, che prima o poi, in circostanze imprevedibili di là di ogni accorgimento volto a garantire privatezza, ciò che scrive possa essere letto da altri che non siano il destinatario o i destinatari suoi elettivi, deve ammettere che, oltre che per sé stesso, oltre che per qualcun’altro, scrive per tutti e per nessuno. Credo sia un carattere della scrittura in generale di arrivare sempre a destinazione, seppure paradossalmente per il fatto di essere letta fin da subito da chi scrive, ma non sempre necessariamente solo al destinatario o ai destinatari elettivi.

Chi scrive, sa di questa, per così dire, vocazione alla contingenza effettuale di ciò che sta facendo? Secondo me, è probabile che lo sappia, ma per lo più inconsciamente, cioè non sapendo di saperlo o fingendo di non saperlo. Molti autori coltivano il riposto pensiero di sopravvivere nella e della fama conseguente la loro opera. Se non hanno i soldi da vincolare in una fondazione con il loro nome e cognome. eIn tutti i casi la faccenda, come vedremo, avrà qualche peso o riflesso nella maniera di operare dello scrittore, cioè nel senso dello scrivere.

Nel precedente capitolo, FUTURO, abbiamo alluso a una differenza tra il parlare e lo scrivere: “non che sia venuto meno il dialogo di tipo platonico o della Scolastica, ne fa fede il nostro dialogo in questo piccolo nostro seminario, ma, svolgendosi esso per iscritto, mette un po’ fuori gioco l’inconscio che invece, parlando, può manifestarsi, senza che i dialoganti lo desiderino, nel lapsus, nell’ammutolirsi, nel fuggire con gli occhi, ecc.”. Vuol dire che, perdendosi l’immediatezza del riscontro dialogico, l’inconscio non si manifesti, cioè agisca, in chi scrive e in chi legge?

È ciò che sostenne proprio Platone nel “Fedro”, sostituendo il fattore della verità al concetto di inconscio, per lui implicito in quanto non articolabile nel suo contesto linguistico/culturale.

In quel “Dialogo” Platone scrive che Socrate narrasse questo mito: un dio/sacerdote offre al faraone il dono della scrittura alfabetica illustrandogli i benefici automatici per il progresso (del sapere), ma il re lo respinge, argomentando che, viceversa, quella scrittura così potente nel significare, senza l’intervento e un confronto continuo esterno ad essa, perciò orale, di un maestro in sé e per sé sapiente, trasformerebbe la cultura da qualitativa secondo utilità, a quantitativa, un inerte cumulo di nozioni indifferenti al bene e al male.

Ebbene, il re (vel Socrate, vel Platone), in questo caso avrebbe torto, lo dimostrerebbe la staticità della cultura egizia nei millenni e dimostra di saperlo, paradossalmente, lo stesso Platone che scrive questo dialogo come scrive tutto quello che sa. Il difetto logico consiste nel dover ricorrere, affinché la verità e il bene comune cui il re (vel Socrate, vel Platone) si riferisce, si sveli o avvenga tra chi scrive e chi legge, a un terzo esterno in carne ed ossa, della superiore sapienza del quale, però, non è facile avere prova se non è il re.

Manca in Platone la nozione di “discorso dell’Altro” (v. cap. L’INCONSCIO), in cui possono confluire sia un significato di inconscio sia di verità. La specialità della nozione di una alterità simbolica assoluta è di adattarsi funzionalmente più alla comunicazione scritta, fatta in absentia, cioè, come abbiamo tentato di dimostrare, oltre che per qualcuno per tutti e per nessuno, che a quella orale ed eventualmente dialogica in presenza.

È facile rendersene conto: nell’interlocuzione in presenza, si tratti di un confronto a tu per tu oppure allargato, abbiamo di fronte un altro speculare (o degli altri) in carne ed ossa con nome e cognome, che parla per dare i segnali di riconoscimento, di gradimento o ripulsa entro la convenzione che le parole valgano qualcosa a livello del senso, almeno la pena di pronunciarle. Un accordo tacito e preliminare che escluda, in teoria, retropensieri avversi ai detti o interferenze per opera dell’inconscio. Naturalmente, è solo una finzione condivisa: i significati devono muoversi in un orizzonte di senso stabile entro il quale restino indiscutibili le identità di io, noi e tu, voi, ed ignorate le funzioni identitarie fisiognomiche o proiettive/introiettive. Ammettendo semmai i segni gestuali e il cosiddetto “linguaggio subliminale del corpo”. Sotto questo riguardo, per i presenti, la funzione accomunante dell’Altro o è puramente notarile o potrebbe anche non esserci nella loro coscienza. (v. cap. ETICA). Pare che nei dibattiti televisivi l’Altro possa essere il pubblico.

Non è molto diverso il caso della scrittura intesa come presa d’atto, resoconto di fatti interpretati collegialmente, in cui il rischio della verità e della menzogna, dell’intelligibilità e dell’esoterismo è distribuito.

Non è molto diverso il caso dell’editto monarchico, sacerdotale o imperiale, che spesso coincide con i primi reperti, archeologici ma storici, di scrittura.

Ma è molto diverso se si scrive “in prima persona”.

Può sembrare che in questo caso chi scrive sia solo con sé stesso, ma abbiamo già escluso questa eventualità (v. cap. IL SOGGETTO), non ignorando, tuttavia, che nessun messaggio esiste senza destinatario. Ripeto: uno scrittore, da intendere in senso lato, è, in quanto tale, nella situazione, mentre scrive, di potersi immaginare solo con sé stesso, al cospetto di nessun altro che di un lettore cui riconoscere la stessa sua qualità di soggetto che scrive e legge in corrispondenza di una stessa lingua, oppure al cospetto di tutti. Abbiamo tentato di dimostrarlo nei primi paragrafi del capitolo. Sempre che non ceda all’imposizione del cosiddetto target che lo impacchetti nel professionismo di un agit-prop.

È una situazione ingarbugliata per poter decidere cosa e come scrivere ciò che va sempre oltre la massima di ciò che, in due o tre parole, si vorrebbe fosse inteso. Lo scrittore ne esce ponendosi, in mancanza d’altro, egli stesso come Altro, in tutta la storia, non del sapere, non del dettar legge, ma dello scrivere in prima persona.

Per definizione l’Altro è l’ipotesi logica di un ordine nel mondo, nel luogo in cui si possa soggiornare, ergo, “strano ma vero, risulta che nella Storia ciò che è stato scritto è stato scritto molto più spesso a fin di bene di quanto sia stato scritto con intenzioni maligne” …

Siamo arrivati forse a un sillogismo mediocremente credibile: se è vero, per quanto oggi ne sappiamo, che ilGrande Fratello” i.e. la Grande macchina, predilige, in sé e per sé, lo scritto e la scrittura, se una catastrofe antropologica, non è già avvenuta con la sua invenzione, catastrofe da intendere asetticamente come extra valoriale, cioè solo come brusca deviazione di curve di tendenza, non c’è da attendersi in seguito qualche catastrofe etico-antropologica. Soprattutto perché è certo che noi, se non disponiamo di misure e raffronti precisi, ci comportiamo come le cose ci sembrano essere, non come le cose sono (v. cap. FUTURO).

Per corroborare questa mia certezza, mi ricordo di una mia amica che parlava con tutti in fresco dialetto triestino e parlava in forbita lingua italiana con il suo cagnolino… Come si dice, come un libro stampato…

D’accordo, con gli animali abbiamo sempre avuto un rapporto teso nell’immaginario, che poco sa di qualche giusta distanza, più teso che con le macchine: dal totem all’”armadillo non buono da mangiare ma buono da pensare” testimoniato da Claude Levi- Strauss, dal cane di Ulisse, Argo, al leone di Androclo, dai bremen musikanten, a Topolino… Ma non giurerei che riusciremo, in maggioranza, a mantenere la giusta distanza con una macchina intelligente capace di incrementare la sua intelligenza (Recursive Self-Improving AI); è più probabile che ci comporteremo come la mia amica con il cagnolino. Poi, se la giusta distanza venisse mantenuta da una minoranza che coincidesse con chi è più bravo a condizionarla (l’intelligenza e la distanza…), non certo i filosofi morali, molto del mio ottimismo verrebbe meno.

Dovendo rimanere la questione in sospeso, è giunto il momento di trarre qualche conclusione attinente al precedente capitolo, FUTURO.

Pensando a quanto gli dei della mitologia amassero alienarsi in animali vari, nel vasto repertorio di quelli, interlocutori di Adamo ed Eva, presenti nell’Eden, forse, per orrore di sé stessa, quinta virtù cardinale, l’umanità ha pensato bene di alienarsi, consegnando con sé stessa il suo disgraziato linguaggio (della mancanza) e il suo inadeguato sapere, in un cyborg che unifichi ed integri in sé due sanctae simplicitates, quella degli animali e quella delle macchine. Un sapere inadeguato a che? Provatamente, cioè storicamente, a dare risposte ai bisogni di sicurezza insieme ai desideri di libertà, non che a qualsiasi norma del vivere migliore.

Consegnando pertanto il linguaggio, il sapere e i raggiunti saperi, cioè la civilizzazione, ogni civilizzazione, nella forma che automaticamente ed inevitabilmente diventa scritta, proprio come il Grande fratello o la Grande macchina preferisce.

Con il che Sapiens può anche uscire di scena, andare a riposare, certo di essere rappresentato, se non riconosciuto, nel miglior modo (mondo) possibile, quello in cui, come in un Eden, può vivere un animale mancante di mancanza, chiamato I.A.

Allo stato attuale dell’arte non possiamo vaticinare nulla del destino, della sopravvivenza e dell’eventuale allocazione presso questo “erede”, di qualche incognita imputabile al nostro sapere che non sappiamo di sapere, che abbiamo chiamato anche il discorso dell’Altro e che, per la macchina, sarebbe un difetto la cui origine andrebbe cercata nel corpo, i.e. nello “hardware”. Forse un errore di trascrizione, come gli errori di trascrizione genetica che hanno formato noi biologicamente. O come gli errori comunicativi in emissione e in ricezione tra noi soggetti, che hanno formato nei millenni la lingua in cui più volentieri ciascuno di noi parla e scrive.

 

 

Ho scritto quanto forse avete letto, circa 28.000 parole (non bastano quattro ore se si vuole capirne qualcosa, anche perché, mancando al momento note e bibliografia, molti riferimenti vanno cercati in rete), ad anticipazione di alcuni contenuti di un libro che sto tentando di scrivere e che tratta più specificamente della differenza tra senso e significato nel sapere. Non so se vedrà la luce, perciò vi invio questa specie di prefazione. O di scaletta.

Mi commiato con ciò dal nostro dialogo, perché devo sfoltire provvisoriamente la pletora di rapporti epistolari che intrattengo, per poter dedicare all’impresa più parte del tempo libero da impegni famigliari. Naturalmente sarò ben lieto se potremo egualmente incontrarci per qualche chiacchierata in presenza.

Il tema che mi sono proposto, non solo la fenomenologia, ma perfino l’ontologia del sapere, non può non lambire la lezione dei vari Logici o, ancor di più, per la mia formazione, di Freud, ma ho deciso di cimentarmi nel tentativo di dire qualcosa di persuasivo modestamente per conto mio, aggirando il più possibile il loro pensiero: potete notare anche come già in questa riduzione non abbia mai menzionato né citato Lacan.

Giulio sarebbe, se leggesse, scontento per il taglio che, per essere fenomenologico, gli risulterebbe materialistico, ma qui ho trattato anche di ontologia del sapere, il che presuppone la centralità dell’” informazione” come messa al lavoro di segni, significanti, senso e significati, faccende che, se pure hanno una origine fisica nella nostra bocca e la loro meta nell’orecchio altrui, credo possano essere tutto, meno che materia (o energia). Che le idee siano effetto delle parole e le parole del corpo, è una mia tesi che può barcamenarsi tra materialismo e spiritualismo anche per non essere banalizzata e bollata come logocentrica.

Livio sarebbe scontento per il fatto che ho liquidato frettolosamente e perciò forse un po’ cripticamente il discorso della scienza nelle dieci pagine del capitolo intitolato alla SCIENZA. Peraltro, per ragioni che tenterò di spiegare nel libro, a proposito di senso e significato, sono certo che ciò che risulta poco chiaro al momento, è inevitabile che diventi chiaro anni dopo. Ma, in tutta sincerità, dopo aver tentato di leggere con qualche profitto uno di due libri divulgativi della fisica moderna che mi ha regalato, ero un po’ stanco di sforzarmi di sapere.

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