SAPERE

La definizione più “scientifica” (le virgolette stanno a significare i miei dubbi epistemologici destinati a diventare centrali in questo lungo scritto) di noi esseri umani presenti sul pianeta, è che siamo HOMO SAPIENS in una complicata genealogia tangente quella di scimmie antropomorfe ed ominidi. Ho sempre avuto l’impressione di una certa ironia socratica in questa definizione, atteso che tale umanità che sa, sa sempre troppo poco rispetto quanto vorrebbe sapere…

  

Cari amici, In una mail dell’inizio di novembre, che non riesco a rintracciare, preannunciavo un mio intervento più articolato di quanto di solito facciamo nei nostri rispettivi interventi, sulla fenomenologia e sull’ontologia del SAPERE inteso come verbo all’infinito, tipo il latino SCIRE, quasi un sinonimo di pensare o di capire, non come un insieme di conoscenze prodotte da questa attitudine umana.

Questo desiderio di scrivere qualcosa diffondendomi sull’argomento più ordinatamente di quanto abbia fatto, una decina di anni fa, in un libro di 450 pagine tra un aforisma e l’altro, si impone perché mi si è affacciata la questione di cosa stiamo facendo, scrivendo e leggendo in questa sede elettronica. Che altro se non confrontarci per sapere qualcosa meglio o di più sul mondo e sulla nostra vita in esso? Mi pare con più attenzione verso le qualità da descrivere che alle quantità.

Avevo scritto che, in assenza di una robusta ipotesi ontologica, cioè di cosa voglia dire “sapere”, per poi giustificarla in tesi, non potevo pretendere di arrivare a certezze; perciò, dovendo limitarmi ad argomentare, ho pensato di attenermi ad alcune premesse o presupposti a mo’ di postulati o assiomi. Credo tre. Non mi ricordo di che tenore fossero, perciò lo riscrivo stringendo così: niente possiamo sapere che non possiamo sapere di poter dire. Ammetto che, per essere difficilmente falsificabile, può sembrare tautologico, ma serve ad avvisare che non terrò molto conto dei modi di sapere trattati dal cognitivismo moderno succube delle neuroscienze.

Già che ci siamo, cos’è un postulato? È una ipotesi ritenuta invalidabile (da non poter farne una tesi, che invece deve esserlo). Ma, come ogni ipotesi, in nessun caso avrebbe altro valore di verità che quello della nostra immaginazione fortemente condizionata dallo Zeit Geist, spirito dei tempi. Evidentemente, ciò turbò molto Isaac Newton, al punto di affermare, scioccamente, che lui, di ipotesi, non ne immaginava alcuna. Credo che, ancora oggi, molti scienziati non vogliano ammettere di poter appuntare le loro ricerche unicamente su ciò che vogliono ricercare spinti da motivi extra-scientifici.

  SAPERE

Permettetemi di imitare, per cominciare, lo stile e il procedimento logico e retorico di Ludwig Wittgenstein tratto dal “Tractatus Logico-Philosophicus”: “oggi piove, ieri pioveva, domani pioverà”. questa proposizione pessimistica non sembra vera in alcun caso nel presente per quanto riguarda il luogo in cui siamo, a parte Fabio che vive altrove, ma può valere come esempio di proposizione con cui qualcuno fa mostra (dica) di sapere (o almeno di voler sapere) qualcosa di veritiero su un qualsiasi evento percepibile, che può essere oggi, essere stato ieri o avvenire domani. Un evento percepibile è un cambiamento di stato interno<>esterno che immaginiamo possa accadere nel tempo e nello spazio, cioè con qualità fisiche compatibili con le nostre. Vediamo.

Che oggi piova può essere vero o falso: esco o vado alla finestra e lo decido empiricamente; che ieri abbia piovuto può essere vero o falso deducendolo da informazioni tratte dalla mia memoria o dalle testimonianze altrui, se mi sono pervenute in numero sufficiente per meritare credito; che domani possa o non possa piovere, può essere ritenuto vero, probabile, meno probabile o falso a seconda di informazioni che, a pensarci, non sono altro che l’esito di misurazioni di tutto ciò che, per quanto sappiamo, eventualmente (e di solito) causa il fenomeno. Per lo più misurazioni della quantità di vapore acqueo stratificata nell’atmosfera e delle temperature nei diversi strati, ma di certo il meteorologo, per informarci sull’eventualità che domani piova (su una scala di probabilità tra 0% = falso e 100 % = vero) si rifarà a modelli matematici previsionali che tengano conto di molti dati quantitativi, tipo le variazioni progressive della pressione atmosferica, e anche di altre quantità significative tabulizzate storicamente da altri meteorologi misuratori che meritino credito.

 A questo punto non dovremmo trarci in inganno: né 0% di probabilità vuol dire che è assolutamente falso che piova, né 100 % vuol dire che è assolutamente vero che piova, come non è vero che per una probabilità del 50%  è assolutamente indecidibile che piova o non piova, per la semplice ragione che queste, come tutte le probabilità, non possono essere espresse da un numero che non sia, a sua volta,  espressione di un calcolo tendente a zero o all’infinito, cioè a due traguardi che in matematica sono trattati come numeri, mentre si tratta piuttosto di concetti, discutibili come tutti i concetti. Rappresentando, nell’immaginario comune, lo zero il nulla e l’infinito il tutto. Sapere se pioverà è sapere quanto basta per orientarsi ed agire di conseguenza. Perciò nessuno, a proposito della probabilità del 50%, può credere che “l’asino di Buridano” sia morto di fame.

MI pare giusto annotare che Fabio preferisce chiamare l’infinito indefinito oppure innumerevole per numeri non” naturali”, reali, cioè frazionari ad libitum, adatti a rendere ragione di continuità; il che mi va a genio, ma non del tutto, perché la continuità assoluta rimane una bestia nera per la matematica. Mi pare altresì propenso a dire, forse con Parmenide, inesistente il nulla: come dire che solo rinunciando a “concepirlo”, possiamo farne il numero zero scrivendolo 0!

Posso accennare al fatto, visto che sono partito da Wittgenstein, che, per quel Logico, ogni concetto è un “gioco linguistico”, cioè la valorizzazione di certe parole invece di altre. D’altronde, in ogni gioco si valorizza uno o un altro oggetto invece di altri oggetti in campo: nel gioco di carte, per esempio, una o un’altra carta, nella “dama” una pedina, nel gioco del football il pallone conteso. Notiamo che l’oggetto viene valorizzato come significato entro il senso del gioco, cioè secondo delle regole e con lo scopo di un conseguimento di soddisfazione. Per lo più una vittoria su un avversario, spesso tanto introiettato da coincidere con sé stessi. Lo si può osservare anche nei giochi di altri mammiferi.

Si potrebbe dire che il gioco esiste e procede come una lingua, su due assi, il paradigma (la semantica, il contenuto, di cui il genere di gioco) e il sintagma (del gioco linguistico le regole, la grammatica, la sintassi, la forma, dopotutto la Legge, in rappresentanza di tutte le leggi, giuridiche o fisiche che siano), ma la linguistica, un’elucubrazione sulle lingue che parliamo, poco avrebbe da dire sulla “soddisfazione” che se ne trae. Da qualcuno è stato detto che può trattarsi di un “godimento”, cioè di qualcosa che ecceda il pareggio assoluto tra le energie spese nel giocare e il piacere della vittoria: forse la stessa cosa che ha spinto a giocare, no? Chi giocherebbe senza un minimo di gratificazione? Sulle relazioni tra soddisfazione, piacere, godimento, senso, significati, torneremo di sicuro.

Tuttavia, a questo proposito, mi sovviene che anche la mia gatta, se vuole saltare dal davanzale della finestra sul tetto della legnaia, sembra prima calcolare la distanza in rapporto alle sue disponibilità muscolari e perciò la probabilità di raggiungere lo scopo: probabilità nulla, per un pelo o con discreto margine. Calcola quanto le basta per decidere. Va bene, ma calcolare non è misurare: più empirico e diretto il primo procedimento, sinonimo di contare delle cose direttamente fisiche, calculos, pietruzze (come quelle dei calcoli renali e del pallottoliere), più astratto ed indiretto il secondo, che confronta grandezze sulla base di unità (numeri), già in sé misure allo stesso tempo convenzionali ed arbitrarie. Sì, perché ogni numero di ogni genere (naturale, reale, razionale, irrazionale, immaginario…) è, prima di tutto, una unità concettuale, in vista di possibili infinite operazioni matematiche.

A questo punto, invece, annoto che questa mia necessità, per poter  essere realista riguardo la  possibilità ovvero il desiderio di sapere ogni cosa per filo e per segno, di menzionare il calcolo infinitesimale di Leibnitz o le funzioni al limite di Cauchy, già anticipate nell’”esaustione” dei filosofi/matematici dell’antica Grecia, ha anche a che fare con la mia visione di una realtà essenzialmente continua (e non discreta) nel tempo e nello spazio, contrapposta a una visione che ammette più volentieri misurazioni in base ad unità e intervalli variamente prestabiliti. In seguito, tornerò sicuramente su questa opposizione.

Naturalmente, per noi c’è dell’altro: tornando all’esempio della pioggia, c’è la gradazione semantica del fenomeno, anch’essa difficilmente pensabile come discreta, distinta e definita. Cioè può piovigginare, piovere a catinelle, ad intervalli o quasi continuamente, solo per breve durata o per quasi tutto il giorno. È bene puntare l’attenzione fin da subito sull’avverbio “quasi”, più adatto per immaginare gradazioni di qualità che possono sfumare una nell’altra che a formare insiemi di oggetti necessariamente della medesima qualità. Anche sotto questi riguardi viene accomodata, di solito, la nostra praxis.

Infatti, In ciò che ho scritto fino qui, è come se noi fossimo delle macchine prive di sentimenti, oppure degli organismi in grado di reagire a stimoli esterni di natura astratta (segni) o concreta (eventi), ma sappiamo invece che il significato emotivo (e variamente motivante) di ciò che percepiamo, ovvero di tutto ciò con cui abbiamo a che fare, va ben oltre il meccanismo dell’arco riflesso; come dire  di un meccanismo di azione/reazione che non smentisca, per esempio (tratto dalla meccanica o dalla termodinamica), il principio di conservazione dell’energia. E va anche ben oltre la connotazione di certezza oppure di incertezza, soprattutto previsionale, che pure è necessaria per vivere e sopravvivere.

Insistendo nell’esempio metaforico che ho fatto all’inizio, la prima cosa da dire è che la pioggia atmosferica non ha lo stesso valore per il contadino e per coloro che non hanno da far fare frutti alla terra, non ha lo stesso valore nelle diverse stagioni e nelle diverse circostanze. Inoltre, Il significante “pioggia” ha significati, cioè qualità attribuibili, che sarebbe difficile indovinare, essendo spesso immagini della memoria individuale, diretta, di qualche episodio vissuto, o indiretta, già mediata nelle parole: ci sono le piogge romantiche, tipo “La Pioggia nel Pineto”, “Pioggia”, titolo di un racconto di W. S. Maugham , “Le Piogge di Ranchipur”, “Cantando sotto la Pioggia”, ma anche piogge ingenuamente metaforiche, come la pioggia di soldi se vinci alla lotteria o la pioggia di bombe sui soldati al fronte, o una pioggia di coriandoli, una pioggia di lacrime, oppure piogge  proverbiali, come quando “piove sul bagnato”, o come “dopo la pioggia viene il sereno”, “pioggia di montagna non bagna la campagna”, piogge dei racconti mitologici, come la allegorica “pioggia di Mirra”, come la pioggia del Diluvio Universale durata, secondo la Bibbia, 40 giorni e quaranta notti, come dire “piove che Dio la manda”. Beh, chi più ne ha più ne metta, quello che importa dedurre è che conoscere questi significati significa in tutti i casi sapere qualcosa di più, qualunque cosa, in relazione alla pioggia, anche se meno praticamente ed oggettivamente che nell’esempio dell’inizio, suddiviso nei tre tempi di passato, presente e futuro, in cui si voleva rispondere alla domanda se la pioggia c’è stata o meno, se c’è o non c’è, se ci sarà o non ci sarà con il massimo di certezza possibile. O, meglio, sapere di noi stessi qualcosa di più come di chi sa qualcosa in relazione alla pioggia. Scostandoci, come si può fare nell’arte, nelle metafore e nei sogni, addirittura dalle forme kantiane a- priori del tempo e dello spazio. Ma, pensandoci bene, che altro sapremmo se non le possibili relazioni della parola “pioggia” con altre parole? Anche, tra tantissime, IO oppure NOI.

Così siamo arrivati ad intravvedere due modi di sapere, oggettivo e soggettivo, ma anche ad intravvedere, nel primo modo o approccio, la ristrettezza di senso e significati affidati a misurazioni con scopo specialmente previsionale e, viceversa, ad intravvedere nel secondo modo, la vastità di senso e significati affidati a più generici giochi linguistici attenti alle qualità di ciò che è messo in gioco. Questo secondo approccio, a voler essere precisi, un modo, più che di sapere, di desiderare di sapere, non sembra tanto utile o necessario quanto il primo per vivere e sopravvivere: infatti, questo approccio soggettivo ammette, a differenza di quello oggettivo, interferenze sentimentali (per esempio, il gusto per un tipo di gioco e per uno stile di gioco invece che per un altro) che complicano le nostre strategie in ordine a raggiungere o produrre più praticamente, cioè più rapidamente ed economicamente, le soddisfazioni dei bisogni naturali. Il che appare anche poco in linea con la “sepsi” della ricerca scientifica, si svolga, questa, con esperimenti mentali o con modelli sperimentali. Potremmo definire questo modo di sapere oggettivo come più adatto a “formare” tutto un mondo delle quantità, mentre quello soggettivo formerebbe il mondo delle qualità, due mondi nei quali soggiornare con la possibilità di intrecciarli e passare dall’uno all’altro senza scioglierne l’intreccio o i nodi.

Resta da osservare, a costo di ripetermi, che le relazioni tra le rappresentazioni psichiche di enti ed eventi (destinati, in base al nostro postulato, ad essere anche dei significati) nel e del mondo delle qualità, sono continue e sfumate, che possono piacere ora di più ora di meno, imprecise nel cambiare, a differenza delle relazioni scrivibili nel e del mondo delle quantità, in cui dette relazioni sono intervallate, discrete, repentine nel cambiare come ben de-finite. Fossero anche probabilistiche. È anche il mondo della necessità, del bisogno che c’è fin quando non è soddisfatto: o c’è o non c’è, o uno o zero. Mentre l’altro è il mondo della contingenza e del desiderio che c’è e non c’è, non può mai essere soddisfatto senza “un certo non so che” residuale che si fa causa di desiderio ulteriore, interessato continuamente ad altri significati.

  LE ORIGINI

È ragionevole interessarci alle origini dell’attitudine, della volontà, del bisogno o del desiderio di sapere che accompagna quel linguaggio umano che, come affermò già Aristotele, è la specialità per la quale possiamo dirci diversi dagli animali?

Non lo so, ma so che è inevitabile. Altrimenti, non si spiega come mai non esiste e non è esistita una sola comunità umana che non abbia immaginato qualche mito delle origini che spieghi la sua esistenza. Tralasceremo di considerare tutti questi miti planetari, li lasciamo agli antropologi di mestiere, esamineremo solo qualche mito più radicato nelle nostre tradizioni culturali che descriva da dove scaturisce questa nostra faccenda del parlare e del sapere.

Ma annotiamo tre presupposti: primo, ogni mito supplisce sempre a una nostra impossibilità di sapere qualcosa per filo e per segno; secondo, non sapere qualcosa pertiene allo sfondo immenso in cui ritagliare le cose che poi possiamo dire ragionevolmente, cioè all’incirca, di sapere. Nessuno ritiene che si ritaglino una cosa o un’altra a caso, in via stocastica, e per lo più si ritiene che si tratti di rappresentazioni accettate o volute, ancorché parziali, di una realtà che si può conoscere sempre di più e meglio. Questa direzione anti-caotica, in-formativa o, con un termine tratto dalla termodinamica, neghentropica, che il sapere non può non sussumere, verrà detto il senso del pensiero e del discorso umano. C’è anche da stabilire che quel non-sapere, vuoto immenso in cui procede il sapere, non è il nulla in cui nulla si potrebbe trovare a meno di non essere un dio creatore; allora, cos’è? È il chiasmo inevitabile del dritto e del rovescio, per cui non si sa senza non sapere, cioè senza la mancanza incolmabile dell’origine, faccende ben diverse della tesi e antitesi idealistica, componibile nella sintesi. Il terzo presupposto è più problematico, si può accettare o meno: io l’accetto in linea di massima, a metà tra il mito e il sapere. Si tratta di credere che valga l’intuizione di uno zoologo-filosofo-artista, Ernst Haeckel, che esista una corrispondenza, una analogia ovvero un rapporto di somiglianza tra ciò che accade nello sviluppo dell’individuo e ciò che accade nello sviluppo dell’umanità. Ciò a livello biologico, evolutivo e genetico sulla scia di Darwin, ma, mentre un darwinismo culturale si è dimostrato euristicamente poco produttivo, causa una incompatibilità reciproca di cultura e natura, la teoria della “ricapitolazione delle forme” mantiene qualche promessa euristica in campo antropologico evolutivo.

Dunque, è verificato che l’intelligenza di un infante, intorno ad un anno d’età, corrisponde all’incirca all’intelligenza di uno scimpanzè adulto, tenendo conto che, come altri mammiferi, quel primate a quell’età può essere detto adulto. Da quel momento, in concomitanza temporale con le prime approssimazioni e le prime competenze linguistiche, un bambino sopravanzerà l’animale in ciò che chiamiamo intelligenza e misuriamo come tale con vari esperimenti.

Per inciso, posso affermare che, in verità, se si tratta di misurare l’intelligenza, noi sappiamo misurare per lo più il saper misurare del bambino. Che cosa? Oggetti percepibili offerti alla percezione, le relazioni tra essi, ma sempre oggetti che per noi o per il bambino o per lo scimpanzé presumiamo debbano avere un significato, il che, semplicemente ma non tanto, vuol dire che, di là del poter essere o non essere, esistono nel mondo nostro, eventualmente del bambino o dello scimpanzé, solo per una sorta di nostra immaginazione proiettiva, qualora lo immaginassimo (e l’immaginiamo) come un esterno. Il che non è, dati gli scambi continui tra il nostro corpo e l’ambiente fisico, come, se piace pensarlo, gli scambi continui tra il nostro spirito o la nostra “anima” e l’ambiente culturale, lo Zeit Geist. Tuttavia, immaginare gli oggetti e gli eventi come contrapposti a qualcosa che non li è, allora qualcosa, un ente, da chiamare eventualmente un soggetto o un IO, sembra inevitabile. Oppure il corpo con tutti i suoi organi, per una malintesa idea materialista o una malintesa idea di interno<>esterno.

Per definire cosa si intende qui per “mondo”, ricorreremo al termine tedesco Umwelt, ambiente esclusivo vitale/relazionale in cui prendono forma gli oggetti e gli eventi percepibili da un ente biologico, sia esso il mondo di un batterio, di una zecca, uno scimpanzé o un bambino. Il termine, concettuale, è dovuto all’etologo Jacob W. von Uexküll ed è in fondo un’anticipazione filosofica di ciò che il filosofo Martin Heidegger chiama Da-sein, l’esser-ci, “l’essere nostro, che senza la ci non può essere”. Possiamo essere accusati di ricorrere a un sillogismo se decidiamo, a questo punto, che necessariamente, per lo meno nel mondo nostro, di noi Sapiens, non c’è oggetto che non sia significato?

Qual è il mondo di un Infante (infans, che non parla) e il mondo di un/a adulto/a? Può dirsi lo stesso mondo? Niente, nell’osservazione, ci permette di affermarlo.

Il/la neonato/a, vive una prima fase, detta “anaclitica” (di appoggio e dipendenza pressocché assoluta), che dura un po’ più della durata dell’allattamento, in cui si rivolge il più possibile verso il corpo della madre, luogo della sua provenienza natale. Del tutto inadeguato a separarsi da esso, non c’è ragione di credere che non prolungherebbe la sua dipendenza, mentre la madre ha ragioni per non assecondarla, tant’è che l’attaccamento madre e bambino non ha carattere di simmetria simbiotica se non apparente. È sullo sfondo di questa apparenza che osserviamo le prime attività del neonato che non sembrano fare differenza tra le parti oggettivamente sue corporee, parziali quanto indefinite (non ancora organi specifici per funzione) e quelle attive o passive del corpo della madre. In questa fase dello sviluppo i riflessi condizionati del bambino sono pattern, forme visibili reputabili istintuali, poco dissimili da quelle di un primate (per esempio, volgere la testa verso un toccamento, l’aggrapparsi, volgere gli occhi verso un oggetto in movimento, ecc.) mentre i suoni emessi dalla laringe, geneticamente deficitaria rispetto quella di altri primati, sono più flebili e modulabili. Già verso i tre mesi riconosciamo delle vocali, verso i sei mesi delle consonanti, in seguito suoni che le assemblano. Siamo nel periodo cosiddetto della “lallazione” in cui il bambino gioca con queste sue sonorità con la mamma, per quanto possibile, con la mamma che spesso risponde con suoni simili o più articolati, ma egualmente non direttamente riferibili ad eventi ambientali che eccedano un rapporto madre/bambino tanto esclusivo da apparire simbiotico. Sarebbe del tutto fuorviante attribuire a queste sonorità i significati che troveremo in seguito nelle parole: esse sonorità hanno un solo significato, quello di iterare un gioco strettamente legato alla presenza della nutrice, essendo questa, come il gioco in sé, fonte di piacere, sia per la soddisfazione del bisogno nell’allattamento, sia per altri effetti corporei, per esempio nel cullare e nel pulirlo.

È del tutto evidente che non c’è simmetria nel rapporto madre<>bambino/a, malgrado il rapporto nella lallazione assomigli a un dialogo: infatti, il primo significato (con qualità affettiva positiva) che sembra rappresentato da due sillabe sonore o fonemi labiali ripetuti, MA-MA, come fossero un significante in una qualsiasi lingua, è interpretato come tale dalla nutrice in molte culture, mentre il bambino o la bambina che emette quei fonemi non riferisce nulla della madre, non sa cos’è. In questo equivoco è il presupposto del nostro linguaggio in cui il senso affettivo prevarrà sempre sul significato.

Per inciso: se anche possiamo sapere cose prive di significato in sé e per sé, tipo i numeri, le note musicali o le formule magiche, non possiamo sapere cose senza senso. Ma neanche le parole hanno significato in sé e per sé, fuori contesto e non strutturate: da tempo si è smesso di crederlo.

Annoto qui che, nel caso dell’allattamento artificiale, un uomo può fare le veci di qualsiasi nutrice, ma con assoluta costanza, non sostituendosi ad essa occasionalmente; tant’è che qualche dissonanza può intervenire anche se si tratta di due donne: sarebbe preferibile, più rassicurante, il mondo dell’Uno-tutto-solo.

Impossibile per logica, diciamolo subito: non è pensabile un uno senza un uno in meno, uno zero, o senza un uno in più, un due, senza il nostro sapere tutto e niente. Diciamo anche subito (ci ritorneremo) che anche per il numero uno, scrivibile 1, vale quanto detto per lo 0, esiste a condizione di rinunciare a concepirne delle qualità extra il linguaggio matematico, esprimibili pertanto a partire dal più comune e generico linguaggio umano, il magma fluido, per una metafora che vale come un’altra, in cui le qualità (immagini mnestiche destinate a legarsi foneticamente)  si sciolgono, si disperdono e si ricostituiscono (si organizzano per senso) come forme accettabili: al minimo, come le “buone forme” della Gestaltpsychologie, poi come concetti e  significati fatti di parole.

È così, tra soddisfazioni richieste dall’infante e godimenti a lui regalati. Se e finché funziona, cioè se e fino a quando è sufficientemente presente e foneticamente responsiva nella lallazione la nutrice; altrimenti, può subentrare la frustrazione di una privazione. Naturalmente, per necessità, la mamma, il suo mondo favorevole, sempre più spesso si assenterà. Un travaglio da cui emerge il mondo soggettivo ed individuale di ciascuno in rapporto con il più comune e generico linguaggio umano.

Ma, allora, non essendoci nel momento originario altro mondo che quello di un solo corpo/mondo, senza organi distinguibili e significabili, cosa rimane di quella privazione che è anche una scissione? Rimangono, acquistando importanza prima sconosciuta, gli stimoli percettivi che provengono dal contorno di quel nuovo mondo, un mondo “in meno” e nello stesso tempo “in più”, come forme meno promettenti e responsive. Un contorno già di suo meno promettente, inaccettabilmente disordinato come causa di svariati stimoli percettivi (i.e. immagini eliminabili chiudendo gli occhi, suoni non eliminabili…), da filtrare uno alla volta in ordine ad accettazione o ripulsa; ma, ecco il problema, rappresentati uno per uno nelle parole conformate come suoni ma incomprensibili come rappresentazioni di ciò che è accettabile, vero, buono, a differenza di ciò che è inaccettabile, falso, cattivo. Ricordiamo che gli stimoli sono nei primi tempi indifferenziati in quanto esterni o interni al corpo. È certo che le assenze della madre espongono l’infante al resto del mondo corporeo materno, a un suo possibile supplemento, l’esterno (immaginario), ma è altrettanto certo che i suoni che provengono dalla nutrice conserveranno la qualità di essere melodiosi ovvero congegnabili in qualche senso che farà da supporto al sapere. Dalla Cosa (senza lo sfondo del non-sapere), all’oggetto in uno sfondo di non-sapere. Oggetto, obiectus, opposto, quando invece l’oggetto non è l’opposto del sapere quanto un suo rovescio. Questa della distinzione tra opposto e rovescio non è da poco.

L’intestardirsi dell’infante a testare la funzionalità del gioco sonoro nel suo poter significare, essere segno, di un virtuale piacere versus attuale dispiacere, sarà incline ad una imitazione propiziatoria dei versi che fanno segno di presenza, cioè le parole della madre, ma anche alla imitazione degli stessi versi con intenzione diversa, a fini esorcistici dell’assenza. Il gioco del parlare diventa un lavoro rivolto a far essere il mondo come piace e a farlo ritornare come piace se esso o i suoi aspetti sensibili accettabili vengono meno. Certo, non possiamo fare una colpa al bambino se, d’ora in poi, giudicherà quegli oggetti sonori, fonici e fonologici, più o meno adatti a rendere una immagine allucinatoria, più o meno piacevole o almeno sopportabile, del suo mondo ancora corporeo, sensibile e sensuale. Ed è così, in questo senso di autogratificazione e non in un altro, che verranno usati, quando saranno diventati parole nel loro ordinarsi per imitazione del linguaggio degli adulti, vistosamente più efficace per cambiare le cose de-signandole.

Ed è così, nell’illusione di poter più facilmente raggiungere il suo scopo, di poter riprodurre l’”Eden” dell’incorporazione nel corpo materno, un’illusione in fondo assecondata, su un piano di corrispondenza affettiva, dalla madre nella fase della lallazione, che, mentre lo scimpanzè imparerà ad operare con gli oggetti percettivi, con una cesura netta da ricordi edenici, il bambino imparerà ad operare con significazioni vocali di essi. Illusione di poter operare “in seduzione” con uno strumento ancora lontano dal risultare adeguato, (ma un po’ meno inadeguato di ogni possibile intrapresa più fisica ed energica), il che comporta inevitabilmente la delusione come un suo rovescio. Ma non è detto che la delusione produca rassegnazione (quella che nell’adulto assume la forma timica della depressione) o il passaggio all’operatività più realistica degli animali, tutt’altro: di solito viene rintuzzata ed eternata con fantasie di ulteriori possibilità a condizione di trovare le parole adatte. È così che nasce il pensiero, un dibattersi tra infiniti o indefiniti significati/oggetti che ha un senso solamente, quello della ricerca del piacere infantile anaclitico, regalato, gratuito, cui daremo il nome di godimento, per distinguerlo dal piacere inteso come ritorno alla quiete omeostatica dopo l’investimento nervoso dello stimolo: piacere, perciò, in questo caso, pagato equamente. Per chi conosce la filosofia di Karl Marx, il godimento può essere interpretato come plus-piacere, un eccesso significativo che scorre perenne nell’organismo e che sogniamo sempre, anche ad occhi aperti, di poter giostrare.

Poiché nulla, se non una mancanza (della Cosa primordiale impossibile da padroneggiare) ci spinge a pensare e a parlare con i significati/oggetti ancor prima di essere in grado di destreggiarsi tra e con gli oggetti/significati (quelli che per lo scimpanzé restano oggetti e basta, segni di eventi percettivi e nervosi) rimane del godimento nel corpo sempre più autonomo del bambino anche nel parlare o (vel) pensare. Un godimento di supplenza e di animazione del senso a scanso dell’impossibile. In questa commistione di senso e godimento troviamo la Verità, il sommo Bene, la Salvezza e tutti gli Assoluti scritti spesso con l’iniziale maiuscola. Più che sapere cosa vogliamo dire dovremmo chiederci perché vogliamo dirlo. Ed effettivamente spesso ce lo chiediamo ascoltando i discorsi altrui.

Spesso ci si chiede se gli animali sanno qualcosa, se hanno del sapere inteso come effetto di un loro pensare. La mia risposta, in linea con quella di Cartesio, è no: facendo tutt’uno con il loro mondo, se sanno di qualcosa, lo sanno come una minestra sa di sale. Non sapiens ma sapidus. Se uno scimpanzé ammaestrato sembra sapere, sa come effetto di un sapere antropomorfico, nostro. Sapiens, che sa, è il soggetto nel Logos. Lo rappresenta in parole e ne è rappresentato in parole.

Il trauma della separazione dei mammiferi dal corpo della madre troverà il momento della “guarigione” nell’estro sessuale, mentre, per ragioni su cui non posso soffermarmi in questo scritto, si eternizza come “pulsione” (traduzione del termine freudiano Trieb, spinta), un sintomo umano universale, rimedio della privazione e rovescio della mancanza fondamentale, riconoscibile nella ripetitività delle motivazioni umane. Per una metafora, la lingua che batte sul dente che duole, la non gestibilità del godimento, tanto quanto appare gestibile il piacere nell’investimento energico nervoso.

 Mi sono sforzato di non ricorrere ai noti schemi freudiani illustrativi delle traversie psichiche dell’infante nei primi 30 mesi di vita extrauterina, schemi drammatizzati alla luce del mito di Edipo, anche perché quella narrazione si costituisce come un tutto unico che descrive le origini dell’evoluzione culturale umana, mentre questa narrazione riguarda solo il primo anno di vita e il meccanismo con il quale il sapere umano si lega indissolubilmente alla verbalizzazione.

Passo ora alle origini mitologiche del sapere umano in generale, di cui possiamo sapere (scusate la ripetizione necessaria) solo, come causa efficiente ed essenza, un pensiero esprimibile in parole, oppure, come effetti, intraprese culturali, scritture, legislazioni, manufatti e monumenti simbolici. Effetti, tuttavia, esprimibili in parole e poi fondanti ogni civilizzazione. È ciò che chiamiamo “i saperi” facendo un sostantivo dell’infinito del verbo sapere.

Atteso che nulla di preciso sappiamo dell’origine del linguaggio umano, nel e per il quale, a differenza che in linguaggi animali, ogni parola significa qualcosa solo per la posizione esclusiva che occupa tra tutte le altre; atteso anche che nessun paleontologo o antropologo ha cavato in proposito un ragno (scientifico)  dal buco, mentre Freud, per inoltrarsi nel possibile discorso di una genesi specie-specifica del linguaggio, in cui prese forma la cultura umana civilizzatrice, si inoltra nelle mitologie universali del suo meraviglioso libro “Totem e Tabu”, io mi acconterò di menzionare brevemente qualche mito delle origini  ben radicato nella nostra particolare tradizione culturale.

Ripeto: è il più comune procedimento gnoseologico, quando non si sa nulla, per poter pensare di sapere qualcosa. Tutti noi, nel procedimento di pensiero, ricorriamo, spesso senza accorgercene ed ammetterlo, a mitologie personali come a pacchetti di sapere sottratti alla fatica di verifiche: la comodità delle asserzioni apodittiche.

L’incipit del Vangelo di Giovanni non può dirsi propriamente un mito, è piuttosto una doxa (traducibile dal greco in latino recta opinio) filosofica ben radicata nella tradizione della filosofia greca. È scritto in greco, non in aramaico, che era la lingua di Gesù, ed appare immediatamente inserito nella cultura filosofica ellenistica diffusa su tutte le coste del Mediterraneo., soprattutto con Platone, che, con il doppio “mito della caverna” (Repubblica) e dell’”auriga” (“Fedro”), immaginava le idee incorruttibili ed eterne nell’”Iperuranio” come principio di tutte le cose sensibili, un po’ alla stregua del “primo motore immobile” immaginato da Aristotele.

“- In principio era il Logos – e il Logos era presso Dio – e il Logos era Dio – Questi era in principio presso Dio. – Tutto è venuto ad essere – per mezzo di Lui – e senza di Lui – nulla è venuto ad essere – di ciò che esiste – …”

Per prima cosa, in nessun papiro o palinsesto cartaceo in greco antico vi sono le maiuscole che si leggono qui per edizione canonico-liturgica, e in qualche edizione latina post-gerolimiana.

I tentativi di omologare il Logos al Cristo come incarnazione divina/filiale sono interpretazioni ecclesiali e talvolta traduzioni ad hoc del prosieguo giovanneo.

La distinzione, che c’è anche nel testo greco, dei due significanti essere ed esiste, mancante già nel latino, mi fa pensare che Giovanni già intuisse che le cose esistenti in sé e per sé, sono per noi, trascendentali in senso kantiano.

Per concludere, Il senso del prologo è che Dio è l’Altro della parola, del linguaggio, suo Altro interiore come può esserlo per noi, in cui prendono forma intelligibile tutte le cose della realtà percepibile, fuori delle quali possiamo supporre ci sia l’Altro come significante equiparabile al significante Dio. Leggo questo come una metafora dell’uscita, sia dell’individuo umano sia della specie umana, da un indifferenziato in sé e per sé ineffabile, indefinibile, all’essere in qualche modo articolato di cui non dubitiamo l’esistenza in virtù del Logos.

Vi prego di non correre in Wikipedia o in Chat GPT per controllare la correttezza della mia interpretazione che, essendo farina esclusiva del mio sacco, si suppone anche che non abbisogni di questo genere di esami.

Per non perdermi nella selva oscura degli intricati miti greci, scelgo di affidarmi alla Teogonia di Esiodo come alla più canonica delle narrazioni poetiche sull’origine di ciò che intendiamo per Umanità. Tutto comincia con il Caos, un enorme ed indistinto nulla. Dal vuoto del caos apparve Gea (la Terra) con alcune altre divinità primordiali: Eros (l’Amore), l’Abisso (il Tartaro) e altri, si suppone meno importanti perché meno menzionati in altri miti. Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo), che una volta nato, la feconda. Dalla loro unione per primi nascono i Titani, sei maschi e sei femmine. Urano getta i figli nel Tartaro per paura di perdere per causa loro il posto di re, in quanto marito di Gea, del creato.

Crono – “l’astuto più giovane e terribile dei figli di Gea”[38] – viene salvato dalla madre Gea perché possa vendicare i suoi fratelli. Infatti, evira il padre e diviene il sovrano dei titani prendendo come moglie la sorella Rea, mentre gli altri Titani vanno a comporre la sua corte. Da Rea ha diversi figli che, per paura che lo spodestino, mangia uno ad uno. Ma non il più piccolo, Zeus, che Rea riesce a nascondere affidandolo alle cure della capra Amaltea e che sostituisce con una pietra ravvolta in fasce e in panni. Crono, ignaro della sostituzione, ingoia quello che crede l’ultimo dei suoi figli. Una volta adulto, Zeus affronta suo padre e lo costringe a bere un farmaco che gli fa vomitare tutti i figli che aveva divorato, infine lo sfida scatenando una guerra per il trono degli dèi. Alla fine, Zeus e i suoi fratelli e sorelle riescono ad avere la meglio, così che Crono ed i Titani vengono buttati nel cesso (il Tartaro).

Non è magnifico? Se, per caso, vi capiterà di leggere “Totem e Tabù” di Sigmund Freud, vi ci ritroverete senz’altro a livello di metafora, ma attiro la vostra attenzione sul fatto inaudito che Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo) che, una volta nato, la feconda.

Per parte mia, interpreto il “farmaco” come il linguaggio.

Se i miti greci dell’origine sono oltremodo intricati, questo è niente in confronto con i miti “norreni”, scandinavi, indoeuropei come gli altri che prendo in esame, ma di più ardua datazione: trasmessi in forma orale, con tutti i pasticci e i malintesi del caso (questo è per Paolo), hanno permeato la cultura germanica veicolati soprattutto nei “Vedda”, una raccolta scritta nell’alto-medioevo. Vorrei sbrigarmi con questi miti cosmo-teologici, ben sapendo che Fabio, qualora mi diffondessi, interverrebbe con la sua poderosa conoscenza delle saghe germaniche.

Comunque, il succo è che in principio c’erano il mondo del ghiaccio e il mondo del fuoco e tra di essi Ginnungagap, un “vuoto spalancato”, nel quale non viveva niente. Qui fuoco e ghiaccio si incontrarono, dando forma al gigante primordiale, Ymir e alla vacca cosmica, Auðhumla il cui latte nutrì Ymir. La mucca leccò il ghiaccio, dando forma al primo dio Buri, che fu il padre di Borr, padre a sua volta di Odino, e della sua stirpe che uccise Ymir e con il suo corpo formò il mondo. Cosa dedurne? Che prima nasce l’uomo, un gigante, e poi nascono gli dèi. I quali uccidono l’uomo, a quanto pare, risparmiando la donna/vacca. Accedendo ad altri miti dello stesso filone o saga, troviamo che Odino conosce per primo le Rune come simboli magici senza i quali non ci sarebbe conoscenza di alcunché. Come se si originasse prima il segno scritto e poi la parola.  Non so che dire.

Ma adesso veniamo al mito per noi più significativo, la Genesi. La traduzione è quella più canonica in italiano.

Riporto solo alcuni versi tratti da 2-1-11 e da 3-1-11.

2-7) Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. 2-16) Dio il SIGNORE ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 2-17) ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». 2-18) Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 2-19) Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. 2-20) L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi, ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 2-21 Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d’essa. 2-22 Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. 2.23 L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 2-24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 2-25 L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.

3-1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 3-2 La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3-3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 3-4 Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 3-5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». 3-6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. 3-7 Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. 3-9 Il SIGNORE chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» 3-10 Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». 3-11 Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?» 3-12 L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». 3-13 Dio il SIGNORE disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». 3-16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te». 3-17 Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. 3-19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai». 3-20 L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché è stata la madre di tutti i viventi.  3-21 Dio il SIGNORE fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. 3-22 Poi Dio il SIGNORE disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».

La locuzione “uno di noi” mi incuriosisce: Dio riconoscerebbe al rettile  satanico una parità in quanto al sapere? Ricordiamo che nell’epoca mosaica c’erano forti suggestioni derivanti dal manicheismo orientale. Dopo millesettecento anni, nel Corano, si legge che prima di creare l’uomo, Allah aveva creato una corte di angeli adoranti: tutti meno uno, ribelle.

Sulle metafore di questo mito che tremila anni fa descrisse l’inizio del mondo umano specie-specifico, inteso chiaramente come “sapere”, ci rompiamo la testa da millenni e io non mancherò di dare la mia interpretazione che, guarda caso, nella sua parzialità, sarà abbastanza in linea con ciò che descrivevo delle origini del sapere individuale. A questo volevo arrivare. Per dare ragione a Haeckel.

C’è un mondo, l’Eden, in cui non manca nulla, c’è l’avvento del sapere nella tentazione prima passiva, immaginaria (3-6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere…) e poi attiva (della parola e dell’atto di progere la mela) della donna, c’è la conseguente perdita del mondo naturale, la sua sostituzione con il mondo culturale, cioè con i primi significanti in sé inspiegabili, vergogna della nudità e morte.

Non manca, mi pare, come conseguenza della signoria patriarcale di un Dio onnipotente l’assurdità della primazia maschile nella nascita e nello stabilire la aedequatio rerum ad verba, assurdità entrambe canonizzate nella dottrina tomistica, tremendo caposaldo nella nostra cultura.

Non manca neanche la maledizione di una perentoria gerarchia patriarcale con la donna ridotta a subalternità di schiava.

No, non credo che le cose siano andate così: è più probabile (d’accordo, metafora mitologica per metafora mitologica…) che, in qualche momento cruciale intervenuto nella realtà preistorica da intendere come Umwelt diacronico. fatto di eventi, le madri si siano trovate in una situazione di troppo stretto e perdurante rapporto con la prole e abbiano inventato un linguaggio magico, in sé e per sé strutturato simbolicamente, a un livello di canto poetico, denso di metafore e metonimie, traslitterante nei significati (tra i quali, come vedremo, il mistero del pudore e di un soggetto come rovescio ell’oggetto significato…), opposto a quello preesistente in cui ogni segno era biunivocamente collegato ad un evento senza se senza ma, come nella comunicazione degli animali che, secondo la loro specie, fanno tutt’uno con il loro Umwelt. Abbiano inventato un mondo di parole come remedium all’impossibilità di accondiscendere alla richiesta dell’infans di facere unum. Richiesta peraltro coerente con le condizioni ambientali, con il prolungamento del momento anaclitico e forse, ci sono delle teorie in proposito, qualche episodio di neotenia, ovvero di pre-maturazione natale.  Comunque, un linguaggio di non immediata comprensione per i maschi adulti.

Posso azzardare, senza diffondermi, che quella situazione germinativa del virus simbolico, del logos, si sia verificata, non uniformemente nei diversi territori, verso la fine dell’ultima glaciazione, un periodo di tempo non determinabile con certezza, compreso all’incirca tra 60.000 anni e 25.000 anni fa, cui fa seguito lo scioglimento di enormi ghiacciai e l’innalzamento delle acque, un fenomeno che può essere il riferimento del mito del Diluvio universale, culturalmente diffuso in diverse etnie. Con un po’ di malizia ho chiamato il simbolico un virus, perché effettivamente, ci consente il sintomo di porre qualcosa dove non c’è nulla. Come il virus manca di citoplasma, tanto da sembrare più informazione genica che materia, così è per i segni linguistici. Che non vivono se non passando entro di noi tra uno e l’altro di noi.

Se c’è un minimo comun denominatore nei miti considerati, esso è clamoroso: l’umanità Sapiens sembrerebbe, nella sua alba, essere stata una fluttuante società di esseri che si immaginavano di essere figli, fratelli e sorelle senza ancora dover immaginare di poter essere padri e madri.

  Il SOGGETTO

Al minimo, il soggetto è il soggetto grammaticale della proposizione, cioè colui che parla. Sulla base del postulato riscritto nel prologo introduttivo, si può supporre che sia anche la res cogitans di Cartesio: ciò, ovvero, realisticamente, colui/colei, che pensa cose da dire.

Non è detto che si pensino frasi formate grammaticalmente: “io Tarzan, tu Jane” può andare bene. Il bambino che muove la mano verso un dado e pronuncia i due fonemi DA-DO è il soggetto che pensa e parla, meglio, forse, nell’ordine, che vede, percepisce (l’immagine), agisce, parla (nomina) e pensa.

Mettiamo un punto fermo, non è lo stesso che dire ma-ma, atteso che è la mamma a credere di corrispondere personalmente a quei due fonemi sillabici ripetuti, mentre da-do è già un significante che ha la proprietà di poter significare qualcosa che potrebbe anche non esistere, di sicuro senza che l’oggetto dado sia la causa di quei due suoni e non di altri.  Annotiamo due cose: primo, nessuna particolare qualità nell’associazione dei due fonemi è riscontrabile ex ante et a priori in un dado, tant’è che un bimbo inglese pronuncerebbe una sola sillaba, die. Secondo, inspiegabilmente, non importa che sia presente qualcuno, il bambino si esprime spesso foneticamente anche se è da solo, seppure la parola sembri fatta per comunicare qualcosa a qualcuno.

Nella prima nota si conferma la famosa arbitrarietà del significante intravvista dal linguista Ferdinand De Saussure, per la quale anche tra il significante IO e le qualità riconoscibili come una nostra identità non c’è corrispondenza alcuna, nella seconda, il sospetto che noi, da soli, non siamo mai.

Qualcuno ricorda il film “Cast Away” e il rapporto di Tom Hanks, naufrago costretto alla solitudine, con il pallone Wilson? Prima era solo e poi non più solo, dopo che la risacca glielo ha portato? L’Altro, che scrivo con la maiuscola per rendere l’idea della sua genericità, imprescindibilità ed universalità, forse che, introiettato, non c’era già?

Ed ecco una domanda precisa: Il Soggetto e l’IO sono la stessa persona, quando, per persona intendiamo l’individuo nelle sue qualità conoscibili? Ho mille buone ragioni per non crederlo, ma Fabio sta leggendo “Psicopatologia della Vita Quotidiana” di Freud, e basterebbe leggere quel libro per indurci a pensare che il Soggetto e l’IO non sono la stessa persona, cioè agiscono in maniera diversa con diverse motivazioni. Il primo più attento a dire, il secondo più attento ad ascoltare ciò che si dice. Il primo più attento al senso, il secondo ai significati, agli oggetti/significati, se non per altro per essere esso stesso un significato. E un nome. Il nome proprio. Pensiamo alla frase del “roveto ardente” (B. Es 3,1-15) nel significato desunto dal tetragramma teofanico che è il primo nome di Dio nella tradizione occidentale: “io sono colui che è”: vi è presente un soggetto e un predicato. Non ci ricorda, se messo al negativo, l’attestazione di non essere un robot che ci viene chiesta in una interlocuzione telematica? Ci chiede di essere coscienti anzitutto del proprio nome. Il che vuol dire almeno tanto quanto ciascuno di noi chiede di esservi riconosciuto.

Siamo coscienti o, per lo meno, abbiamo la coscienza. Un filosofo, non mi ricordo quale, ce ne sono troppi, forse Ernst Cassirer, una volta ha scritto: “la coscienza è il pensiero (o il pensare) che non esclude come suo oggetto di pensiero il pensatore”. Possiamo allinearci con questo aforisma, in tutta la sua credibilità, dicendo che la coscienza consiste nel sapere di sapere e nel sapere di non sapere, sia dicendo che il soggetto della parola, della coscienza, del pensiero, è il rovescio di tutti gli oggetti dicibili, conoscibili, pensabili, non escluso se stessi. Il soggetto e l’oggetto sono legati in chiasmo: non c’è soggetto senza oggetto e viceversa. Altrimenti c’è la Cosa indifferenziata, il Bios, la natura in cui possiamo nascere o non nascere, l’abbiamo già detto.

Insomma, come soggetti, saremmo allo stesso tempo un extra nel mondo e il mondo stesso, già inteso come la somma degli oggetti di cui fare esperienza come percezioni e come elaborazione di significati. Tra questi, credo di ripetermi, l’IO. Non c’entra con una fede cieca e statica nella propria identità. D’altra parte, sicuramente non siamo quella cosa unitaria ed indistinta che, per l’individuo umano o per la specie “sapiens”, ho chiamato l’impossibile uno-tutto-solo, ovvero, bambino<>madre<>mondo: nel mito della Genesi, nel Vangelo di Giovanni e nella mitologia variamente indoeuropea delle origini (so troppo poco di altre mitologie…), l’indifferenziato ante-creazione, variamente nominato. Caos da cui fuggire, Eden da idealizzare per un ritorno credibile: Terra Promessa. Cose, per la loro impossibilità d’essere, supplite nel pensiero come nomi ed oggetti/significati. Siamo invece quella pulsazione logica per cui, se appena pensiamo noi stessi ci troviamo ad essere oggetti di conoscenza da parte di noi stessi. Un altro filosofo, so chi fosse ma non lo dico, una volta ha scritto oppure detto (questo non ricordo di preciso), “pensiamo dove non siamo e siamo dove non pensiamo”. Non so quanto euristico sia questo aforisma, ma pare ironico verso il “Cogito” cartesiano che divide con tanta certezza il pensiero dal corpo ovvero dalla Cosa primordiale in-distinta e non organizzata a priori rispetto un nostro sapere a posteriori.

Cosa cogita il soggetto cartesiano? Una delle due, o cogita la res extensa, il corpo, o cogita altre cogitazioni, altre res cogitantes o cogitatas Cosa sarebbero, queste, se non parole?  Quelli oggetti/significati che il bambino trova fuori del rapporto simbiotico con la nutrice, nel luogo o mondo umano che circonda l’uno-tutto-solo e in cui avrà esistenza personale in quanto “parlessere”. Paolo, una volta, è andato a controllare se questo termine concettuale è compreso nel vocabolario italiano: non l’ha trovato, è un neologismo, ma non per questo non pertiene al sapere, quel gioco che, come abbiamo detto all’inizio, consiste nello scegliere parole per ricombinarle secondo le leggi della lingua alla luce del senso, leggi che una comunità storica ha elaborato come semantica, grammatica e sintassi nel comunicare con il minimo di incertezze durante la sua storia. Paolo dice che tutto è già stato detto, invece a me pare che ciò non sia detto fino a quando sarà possibile forgiare neologismi.

Questo gioco, come abbiamo scritto, è cominciato accidentalmente, fino a prova contraria, nella specie umana, primariamente come significanti, suoni+ godimento, poi come significati sempre alla luce del senso (dopo tutto creandola, la specie umana, come significato, tant’è che la nominazione può essere sinonimo di ominazione). Cosicché, per la ricapitolazione haeckeliana, appare anche accidentale nella storia dell’individuo, come dimostra il sintomo afasico o il mutismo in casi di allevamento deprivato di rapporti bimbo<>nutrice nella fase della lallazione.

Tutto ciò può indurci a non dare troppo credito ad Ulisse quando, nella famosa ”orazion picciola”, afferma che “nati non siamo (siete) per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Sembrerebbe piuttosto che siamo nati per viver come bruti, per esempio, come lo scimpanzé menzionato, e poi sia successo qualcosa, il crearsi del linguaggio umano, che ancora non sappiamo se sia a nostro favore o a nostro danno, ma che sicuramente vorremmo fosse a nostro favore, tant’è che esso non esisterebbe se il senso del parlare e del sapere o, meglio, del desiderio di sapere, non fosse tanto legato al godisenso (neologismo) come una direzionalità verso la sua origine causale. Potremmo dare un ulteriore statuto al godimento come rovescio della mancanza, a sua volta unica esperienza possibile dell’altrimenti impossibile Reale di un Uno-tutto-solo, cioè della Cosa- in- sé, senza di noi.

Ma, queste due figure, il soggetto pensante/parlante e il corrispondente Tizio conoscibile, epifanico, cioè che ci pare di conoscere nelle sue qualità riscontrabili, sarebbero simmetriche a livello del sapere? Neanche per sogno, perché il secondo, l’IO con nome e cognome, non sa granché sul primo, pur pensando di saperne, mentre il primo sa tutto ciò che si può sapere sul secondo; però non è detto che sappia di sapere, come il primo non sa di non sapere. Non è sbagliato dedurre che nel soggetto si riproduca, come “eterno ritorno” la prima separazione, eternamente sincronica, dell’uno-tutto-solo in due entità, il soggetto (del pensiero) e l’oggetto (del pensiero), ovvero il mondo/significato sul quale desideriamo sapere il più possibile.

Sorge una questione: se la simbiosi madre/creatura, dando un po’ di credito a quanto detto finora, è simile, breve o lunga che sia, nella vita animale e in quella umana, mentre pare che l’animale accresca linearmente, crescendo, le competenze su ciò che gli serve per rendere efficaci le azioni, pare che l’essere umano perda qualcosa in quella separazione, qualcosa che, per ritrovarla forse rinuncerebbe al gioco laborioso di sapere i significati, le relazioni tra gli oggetti nell’enigmatico mondo esterno. Ma, “dura lex, sed lex“, quel qualcosa deve fissarsi in lui o lei come mancanza, punto e basta. Non mi pare che manchi la mamma, dopo che la si è chiamata con un nome che resterà: è più probabile che manchi addirittura la natura, un mondo che non può e non deve mancare di nulla come è il mondo degli animali (mondo che non si sa bene se è di ciascun ente biologico o un mitico Bios).  Questa affermazione ci conduce al prossimo capitolo, traducibile nella domanda se il sapere, la cultura, è in grado di supplire del tutto alla mancanza fondamentale che, se ci atteniamo strettamente al concetto di funzionalità biologica, è il rovescio dell’autonomia.

 L’ INCONSCIO

Un qualsiasi mammifero, svezzato, se ne va in giro per il mondo sotto il controllo degli adulti, prima della nutrice, in seguito di tutti gli altri di un gruppo, se un gruppo c’è, finché, a maturazione sessuale avvenuta come segno di passaggio alla vita adulta, se la vedrà da solo o da sola nel suo mondo bio-istintuale. In nessun caso si osserva una inversione causale/temporale tra il divenire adulto e il divenire procreativo. Da questo momento le differenze somatiche individuali in animali della stessa specie non determineranno comportamenti individuali che esulino da quelli istintuali specifici. La sequenza del comportamento è certa, non serve misurarla.

Non è lo stesso per l’essere umano: non c’è certezza oggettiva, il passaggio da infanzia a maturità non è sancito o garantito bio-logicamente, piuttosto mediante riti di passaggio simbolici socialmente convenzionali con significati diversi nelle diverse etnie. Questi riti di passaggio hanno sempre una parola che li indica, un nome, sono spesso legati a credenze religiose, ma il loro minimo comun denominatore è il poter farsi causa di future differenze comportamentali, a loro volta evidentemente culturali, cioè che comportino qualità che si possono e si devono sapere per sapere chi si è.

Non si sa quanto un adolescente, per esempio, sappia di tutte le implicazioni etiche del rito di passaggio che lo definiscano adulto, né si sa quanto due sposi sappiano per loro conto cosa implichi essere marito e moglie: si sa che, di solito, viene loro insegnato. Il menarca, che nell’Islam sancisce il momento in cui una fanciulla dovrà indossare il velo, di futura moglie, non sanciva, nella Grecia antica, se la fanciulla doveva essere una vergine o una prostituta: entrambe “rituali”, d’altronde, come una sposa e madre. A conferma che, mentre il sapere dell’animale è istintuale ed oggettivo, quanto basta, come ho già osservato nella mia gatta nel primo capitolo, per agire con efficacia, il soggetto, esclusivamente umano, per sapere ciò che gli serve, deve pescare significanti che possono, e spesso devono, essergli insegnati da un altro soggetto onde poter essere definibile in qualche modo e potersi, a sua volta, definire. Con parole (significanti) o con segni più rozzi ed apparentemente meno mediati simbolicamente, tipo i tatuaggi, le cicatrici rituali, il piercing o la circoncisione. A rovescio di tutto questo darsi da fare per sapere chi siamo (per l’Altro), c’è un segno ritenuto prettamente civilizzante, il perizoma.

Sapere chi siamo è possibile solo nel mondo simbolico, linguistico degli altri. (Per inciso, annotiamo, volendo polemizzare con gli entusiasti del darwinismo culturale che esagerano in determinismo, che anche la quantità di successo procreativo come effetto somatico, misurabile in zoologia ed etologia, non è misurabile nel mondo umano senza tener conto del poter essere effetto di cause etiche, economiche, politiche, comunque culturali e non naturali). Osserviamo che il mondo animale è il mondo in cui c’è l’estro, l’evento stagionale che può significare la mancanza della mancanza umana in cui si insinua il nostro Eros, la soggettività, il sapere che si è anche senza sapere cosa si è, faccende che poco hanno che fare con la sequenza di eccitazione/scarica assegnata come estro dalla natura.  Solo il parlessere, l’essere umano che, peraltro e per lo più,indossa il perizoma, può sapere chi è, a patto di saper vivere la mancanza nel cercare di supplirla come senso della vita, cioè come ciò che giustifichi il sapere, qualunque cosa sia, non di usare il sapere per giustificare l’IO identitario. Penso a qualche mail di Paolo o di Giulio: si potrebbe affermare che, se dare un significato a un perceptum risponde alla istanza di sapere il “come” del mondo, rappresentarsi un senso delle cose risponde alla domanda del “perché”.

Per rendere conto del senso, della mancanza, del sapere, del parlare, dell’essere noi umani almeno nella definizione di Aristotele: zoon logon èchon (animale che ha la parola), dobbiamo introdurre il concetto di godimento come rovescio della mancanza: di che si tratta? Qui vale solo qualche metafora: una riedizione in parodia oppure un resto della beatitudine perduta nella separazione dal corpo indifferenziato, edenico, che non manca di nulla.

NOSTOS, tradotto come un ritorno a casa, è l’unico senso da dare al desiderio di Ulisse di sapere, se ci si attiene ad Omero e non a Dante.

Al logico Gottlob Frege andrebbe suggerito che Il senso dei significati è nostalgico. Se il senso è lo statuto (ontologico) del significato, il nostos è lo statuto del senso.

Sparigliamo. Non sappiamo se gli animali nella fase anaclitica godessero, né se godano da adulti, sappiamo che provano dispiacere o piacere, il secondo per evitare il primo, proprio come noi, ma il concetto di godimento lo escogitiamo noi, proprio per metterlo in opposizione al piacere, reputando questo a saldo zero economico, in quanto a dispendio di energie, e quello, come abbiamo già detto prima nel capitolo LE ORIGINI e poi in IL SOGGETTO, del tutto gratuito e perciò del tutto passivo. Ecco un caso in cui preferisco menzionare l’opposto dialettico invece del rovescio topologico, essendo il senso della mancanza il risvolto cosciente del godimento, non il dispiacere. So bene di aver scritto or ora qualcosa difficile da capire. Pazienza, in assenza di qualcuno che spieghi meglio.

Basta però per alludere al fatto che il godimento non è affatto un bene oppure la mancanza un male, può essere magari l’opposto. (Altrimenti non si spiegherebbero, come vedremo in seguito, i sogni angosciosi). Forse c’è addirittura un godimento della morte che gli animali non hanno.

Segni di giubilo e corrucciamento si osservano nel bambino anaclitico, ancora incapace di agire efficacemente, pertanto passivo. Non siamo in grado, fuori di antropocentrismo, di interpretare in questo senso dei segnali animali. Quanta tensione scarichi il bambino sorridendo e quanta il gatto a far le fusa non è chiaro. È invece chiaro che “con i godimenti bisogna andarci piano: si incomincia con le carezze e si può finire con la frusta”. Può sembrare una citazione da Nietzsche, ma non lo è. Comunque, nella citazione esatta, è nominata “la graticola” invece della frusta.

Torniamo alla relazione che può intercorrere tra il senso, il godimento e, last but not least, il desiderio.

Si tratta di una messa in parole del godimento, cioè di dargli qualche significato che vada oltre quello semplicemente topologico di polo direzionale del senso, tanto da farsi causa del nostro agire soggettivo, cioè per fini che eccedono il quanto basta per sopravvivere. Per il di più non misurabile come non misurabile è la voragine della mancanza da supplire con un mondo difficile da definire in completezza, tale da soddisfarci completamente. Ma senza mancanza non ci sarebbe desiderio e senza desiderio non ci sarebbe cultura umana, quella civiltà cui non siamo disposti rinunciare veramente, pur riscontrandone i disagi morali e vagheggiando talvolta ritorni romantici alla natura.

Grosso modo, abbiamo delineato il rapporto tra senso e godimento dicendo che il primo è la direzione obbligata verso il secondo, la cui essenza è di essere il rovescio e il segno della mancanza prelinguistica, da riempire con le parole del desiderio e con il sapere su noi stessi: su di noi che, stando ad Aristotele, siamo animali parlanti, sociali ed infine politici. Già, atteso che è arduo dare a logos un significato inequivoco, sempre nello stesso testo in cui aveva definito l’essere umano (sapiens, per noi) zoon logon èchon, lo chiama anche zoon politikòn, cioè animale sociale, dato che per i greci del IV sec a.C., la polis era la società.

Essere politici significa saper concorrere per appropriarsi di qualche significato senza per forza predarlo e, nel migliore dei casi, saper distribuire i significati che ci definiscono. I civilizzatori della polis sono quelli che si credono preposti a governare i godimenti altrui nella convinzione e nella convenzione che il godimento debba essere delimitato in qualche modo, a scanso di eccessi “perversi”. Sapendo che l’uomo è l’unico animale cui non basta vivere e che vuole prevalere sempre, anche fuori dall’estro, è opinione comune che anche il desiderio, scala simbolica su cui al godimento è concesso di esercitarsi, debba risultare ragionevolmente temperato, a scanso di “hybris” parossistica e maniacale.

Ma ciò che Aristotele non coglie appieno è l’importanza del rispecchiamento come uno dei fattori che ci rendono diversi dagli animali. Non dimentichiamo (cap. LE ORIGINI) che, quando la mancanza ci spinge a cercare nel linguaggio una supplenza al godimento, facendo del linguaggio il nostro mondo, esorcizziamo la solitudine, alluciniamo il godimento della parola come causa di presenza/assenza della nutrice e, in generale, dell’adulto parlante: un altro, sì, ma simile a noi. Lui, cosa cerca, a cosa mira di definitivo tra gli oggetti significati trai quali ci muoviamo poco più che alla cieca? Cosa sa? Mai a questo avremo una risposta definitiva per una ragione semplicissima: l’altro speculare ma relativamente più grande (che non è l’Altro assoluto…), crede di sapere ciò che cerca, ma ciò che trova non è mai quello. Non sa proprio quello che, di principio, vorrebbe sapere, come dire che non sa un granché! Nel chiasmo (incrocio, coessenza, effetto topologico in un nastro di Moebius) tra il non sapere e il sapere, oltre al desiderio di sapere, prende forma un evento misterioso, necessario ancorché non sufficiente: l’ipotesi. Sono prossimo a partire per l’Egitto: ogni volta non posso fare a meno di ricordare la battuta di Hegel: “è inutile che vogliate conoscere i significati dei misteri egizi, dato che erano misteriosi per gli Egizi stessi che li crearono”

Dobbiamo, a questo punto, ipotizzare, dopo aver ipotizzato (cap. LE ORIGINI) la presenza allucinatoria, interiorizzata, di un Altro, onnipresente, onnisciente ed onnipotente, l’esistenza di un oggetto/significato, “lost in transalation”, continuamente perduto ed assolutamente non ritrovabile, segno del limite che, come l’orizzonte, l’ombra e l’arcobaleno, ci portiamo inevitabilmente appresso. Chiamiamolo “(a)” minuscolo, e mettiamolo in parentesi per significare una meschina eccezione relativa al campo linguistico, al sapere, un resto per difetto, un buco, una Nemesi della mancanza insinuata in quel ben ordinato, desiderabilmente sensato campo linguistico che corrisponde al nostro Umwelt; per specularità e in simmetria con la maiuscola di Altro, cioè di Un- Soggetto- Supposto- Sapere tutto, tutte le parole dette e da dire, alterità maestosa e assoluta, che purtroppo però non ha altra esistenza che quella di non avere altro da sé. Un’illusione di esistenza a completamento del nostro mondo manchevole. Di veramente Assoluto, in ciò, c’è solo l’assoluta delusione. Riedizione dell’Uno-tutto-solo, impossibile.

Nessuno può rassegnarsi a questa simmetria senza vie d’uscita per logica, dato che (cap. LE ORIGINI) l’origine del mondo e di noi stessi sta nella nostra separazione dalla Cosa indefinita di cui l’oggetto/significato fa supplenza supposta infinita. Così da eternare il desiderio di sapere.

 Affrettando il passo nella nostra retorica, possiamo dedurre che, come la mancanza della cosa si fa causa dell’oggetto “(a)”, primo e ultimo significato destinato a rimanere inconscio, slegato dagli altri, pieno di senso (peraltro inammissibile) e vuoto di significato, questo assoluto resto (o eccezione) linguistico, un buco nel linguaggio, si fa causa di desiderio. Come non c’è senso senza mancanza così non c’è desiderio senza un suo oggetto precario in perenne e, in fin dei conti, deludente, rappresentanza di quello vero, che non c’è. Scivola da significato in significato e, se ogni significato è anche una metafora che significa qualcos’altro, il desiderio percorre la metonimia come ciò “che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria”. È la conseguenza di aver approfittato dell’oggetto in meno (a) per mettervi al suo posto l’oggetto inconscio del desiderio. Desiderio anch’esso non necessariamente sempre conscio di sé, soprattutto quando è vicino a ghermire il godimento.

Poiché le decisioni su cosa fare e cosa non fare vengono prese in base a sapere e non sapere quanto basta (probabilità), non possiamo sapere quanto peso nel decidere avrà il desiderio inconscio in disaccordo per lo più con ciò che ci suggerisce la coscienza ragionevole, l’insegnamento, la pressione dell’ambiente socioculturale, la misurazione. Si tratta per lo più dei significati definibili stereotipati, fissati nel senso comune, spirito dei tempi o, come detto, nell’ambiente socioculturale. Tanto più possiamo considerarci conformisti quanto più i significati che ci rappresentano sono stereotipi

Io credo che il desiderio inconscio sia causa preponderante nelle nostre scelte. Causa mitica tanto quanto mitica è la Volontà metafisica di Fabio & Schopenhauer.

Credo che, quasi sempre, sia la sorgente di qualsiasi originalità di pensiero.

Credo che il processo di formazione di significati non stereotipati e non del tutto convenzionali abbia origine nei significanti, parole che di solito pronunciamo (e pensiamo, cioè pronunciamo presumibilmente in foro interno) senza sapere “in tempo reale” il loro senso e il loro significato al di fuori della in-tensione del nostro dire in rapporto a un interlocutore in carne ed ossa o virtuale.

Vedete, ce ne sono di fedi!…

Ciò che chiamiamo “il contesto” è l’effetto di quella tensione per lo più inconsapevole in cui il senso stesso consiste: “che si dica rimane nascosto dietro ciò che si dice in ciò che si intende.”

Va bene, lasciamo stare, ma allora tutto il nostro affannarci a parlare e straparlare entro di noi, cioè a cogitare (spesso un abracadabra), per sapere cosa fare e cosa non fare, cosa vale la pena di sapere e cosa si può tralasciare, è il segno dell’impossibilità di rassegnarci a che qualcun altro sia in possesso del talismano risolutivo. Cosicché possiamo sentenziare che il desiderio è sempre il desiderio dell’altro speculare, così come (a) resta speculare all’A dell’Altro. Interiorizzato. Questa problematica sarà ripresa nel capitolo ETICA che seguirà posposto dopo il prossimo capitolo intitolato alla SCIENZA.

Il soggetto che si sdoppia come significato, non è solo doppio ma multiplo in relazione a tutti i discorsi possibili con le parole virtualmente dicibili che, in sommatoria, per metafora algebrica, formerebbero, come derivate nei punti in cui sono più tangenti il senso, l’integrale nel discorso dell’Altro. “Discorso dell’Altro” è un’altra definizione possibile di inconscio, ma, allora, un sapere che non si sa di sapere. E, poiché il desiderio è di sapere l’oggetto/significato, anche il sapere è dell’Altro. C’è chi si è spinto a dire che “noi riceviamo dall’Altro qualsiasi discorso (messaggio) nostro in forma invertita”. Non solo, anche che ogni lingua in cui si attiva praticamente e si specializza il linguaggio, la facoltà linguistica umana, “è l’integrale di tutti i malintesi intercorsi nella sua storia”.

La faccenda diventa evidente in quel particolare sapere che è pensiero onirico, quello dei sogni, un tipico sapere che non si sa di sapere, un enigma.

Tutti i mammiferi, per tempi lunghi come l’orso, prolungati come il gatto o brevi intermittenti come le scimmie antropomorfe, fuggono dai troppi stimoli che, ciclicamente, sollecitano il loro sistema nervoso, come dire che fuggono dal mondo, nel sonno. Noi non facciamo eccezione nel fuggire nel sonno né nella maniera di interpretarlo, salvo sapere che una completa estraniazione dagli eventi, dopo che si è nati, è impossibile. Lo intuiamo osservando i segni di fasi REM, rapid eyes movements, gli occhi che si muovono inseguendo qualche immagine sotto le palpebre chiuse.  Si è visto, da qualcuno, in questo, un ritorno di tipo haeckeliano (v. LE ORIGINI), nostalgico ritorno alla condizione pacificante di vita intrauterina.

Sogniamo, e, a differenza degli animali, al risveglio ci chiediamo il significato del sogno che si è impresso nella memoria o, addirittura desidereremmo continuare a sognare l’ultimo sogno interrotto, enigmatico ma emozionante, intriso di godimenti. Anche angosciosi, se non troppo angosciosi. Infatti, se l’angoscia è troppa deborda in un risveglio.

Che dire? Come nel sapere cosciente mettiamo alla prova i significanti nel loro poter significare le immagini, un puzzle da ricomporre in un’unica imago mundi, così nel sogno mettiamo alla prova le immagini tanto mal congegnate con i significanti da non poter rientrare in un’esperienza cosciente e in un discorso. Ma, si vuole che rientrino? Di sicuro non sembra che nel sogno ci sia molto desiderio che ciò avvenga, semmai che rimanga a livello incompiuto, con il prevalere del senso sui significati, a scanso di ritrovarsi di botto alle prese con il daffare diurno o della veglia. Il soggetto sognatore, a suo agio tra senso e desiderio, è uno scansafatiche che si gode lo spettacolo senza alcun interesse a misurare lo spazio o il tempo né a risolvere rebus. Sotto questo aspetto, non c’è molta differenza tra il sogno vero e proprio e la rêverie, il sogno ad occhi aperti.

D’altra parte, questo esempio di soggettività, è uno spettacolo unico, in cui possiamo non solo essere ognuno, ma anche ogni significato, ogni oggetto in scena, mentre e ognuno e ogni oggetto può essere noi. Avrete provato qualche volta, nel coricarvi, tentare di determinare nelle sue figurazioni un vero sogno, guardiano del sonno, non una fantasticheria ad occhi aperti: impossibile, no? Dell’inconscio, si può dire ciò che un boscaiolo bosniaco mi ha detto dell’orso: se lo cerchi non lo trovi per giorni, ma lui, se vuole, ti trova subito.

Si sarebbe tentati di dire che il “contenuto” dei sogni sia l’inconscio, sarebbe sbagliato: se c’è, c’è come è dappertutto nel mondo fatto di significazioni, il nostro. Il sogno è semmai la prova e la porta sull’esistenza di un linguaggio che ecceda le caratteristiche del logos, un linguaggio/mondo, allora, alla rovescia, in cui si esprima un sapere altro rispetto tutte le altre lingue positive, pertanto inaccessibile per mancanza di una Stele di Rosetta, dimenticata forse nel deserto dell’anima primordiale, un 2 “logico”, miraggio speculare dell’impossibile uno-tutto -solo, ma già tale che in esso ogni significante esige qualche significato. Dimenticata là, accanto all’oggetto (a) inintelligibile, primo o ultimo significato. Possibile chiave di quella “porta”, chiave di lettura per una lettura possibile però quasi incomprensibile, come la lingua etrusca o la scrittura minoica lineare-A, entrambe leggibili ma non intelligibili. Se il nostro mondo esistesse solo come virtualmente conoscibile, idea questa molto diffusa, l’inconscio non esisterebbe che come causa misteriosa di eventi in attesa di significazione. Gli eventi percettivi, per essere conoscibili devono ordinarsi come oggetti/significati, siano pur virtuali o imprecisi, “in parallelo” con i significanti, le parole: beh, nel sogno siamo esentati dal controllare che ciò avvenga! Ma se, sogni a parte, le percezioni, eventi prelinguistici, invece si ordinano come significati “in serie” con i significanti, possono aprirsi scenari psicotici.

Ricapitolando, per farci un’idea approssimativa dell’inconscio, questo furetto sfuggente ed elusivo che appare, e forse esiste, solo quando vuole e a nostro dispetto, dobbiamo farci un’idea approssimativa del tempo logico della separazione/distinzione/individuazione, haeckeliano, sincronico, non cronologico, più simile al “momento” nel senso della meccanica, in cui abbiamo creato (immaginato) gli oggetti per sostituirli, nell’alveo del senso, alla Cosa materna nominandoli. Compresi noi creatori.  Ciò è avvenuto con un travaglio tremendo, pazzesco, non ci sono parole per descriverlo, non c’erano allora e non ci sono ancora, apposta di quel periodo non ricordiamo niente. È inimmaginabile quante parole inadatte al senso, inadatte a ricevere risposta, ad essere vidimate dall’Altro, abbiamo dovuto e dobbiamo scartare per arrivare a concepire un mondo in cui vivere. Possiamo ricorrere alla teoria delle “strutture dissipatorie” dovuta allo scienziato chimico Ilya Prigogine, fondate su metafore della termodinamica, oppure alla “teoria delle catastrofi “nelle curve di ogni sviluppo, dovuta al matematico Renè Thom (che, quando reputò di non essere più in grado di mantenersi al livello di prima, pensò di riciclarsi come filosofo, cioè a un livello che richiede meno intelligenza). Seguendo Prigogine, possiamo arguire che, finché c’è il sole, nel nostro mondo, la forma, dai e dai, vince sempre sul caos. Seguendo Thom, forse il nostro mondo non è il migliore possibile, ma di certo è il mondo residuale di altri possibili, un distillato delle loro morti e risurrezioni in cui il loro sviluppo, talvolta catastrofico, ha preso forma diacronica riconoscibile. Le due visioni dei due scienziati sono compatibili tra loro.

Basta per poter credere che tutti gli scarti significativi, tutto quell’immenso resto di senso senza significato, non si è dissolto nel nulla, si è ristrutturato in modi tutti suoi e forme bizzarre che, con la potenza delle leggi non scritte e non scrivibili, in mancanza di significazioni appropriate, si vendicano del nostro mondo così illusoriamente sensato e, dispettose, vi interferiscono.  Dietro ogni parola, non c’è solo l’insieme di tutte le altre parole che potremmo dire, ma, non meno attive nel condizionarci, anche quelle che non potremmo dire.

 LA SCIENZA

È curioso: nei suoi esordi, per quanto possiamo saperne, la scienza intesa come indagine, a valle dell’esperienza, su come sono fatte le cose del mondo, come funzionino, addirittura su cos’è il mondo, è nata elettivamente esoterica, volutamente riservata a pochi. Ebbene, salvo brevi periodi, tentativi benemeriti di divulgazione e petizioni di principio (di cui la Storia, in ogni campo è piena), sembra rimasta in pratica esoterica ancora ai giorni nostri; pur essendo, per paradosso, diventata entro la cerchia variamente composta dei suoi addetti, l’istituzione umana elettivamente più democratica e “laica” che esista. È anche notevole che non sempre la scienza abbia ritenuto necessario farsi causa di ricadute pratiche.

Comunque, il sapere scientifico si è affrancato lentamente e per gradi da pratiche e metodi come l’arte, la magia, la meccanica intuitiva o empirica, la tassonomia osservativa, parallelamente all’adozione di un metodo tutto suo e diventato canonico con una rinuncia, di principio, a detti paradigmi del sapere. Nulla vale se non è verificabile/verificato e nessuna verifica vale se non è misurabile/misurata. In questo scritto farò il possibile per non cedere alla tentazione di avventurarmi a definire il metodo scientifico nelle sue pieghe logiche, nelle implicazioni antropologiche, tecnologiche, sociali, economiche e politiche, anche se molti si attendono dalla scienza addirittura proposte intorno a una norma del miglior vivere. Per restare nel tema, mi limiterò ad esaminarne il senso euristico, in quanto volontà e possibilità di sapere qualcosa che, per come se ne è parlato in passato e oggigiorno, vada oltre il già detto.

Comincio con l’osservare che un vanto dà colore soggettivo al metodo scientifico, quello, per paradosso, di dovere e riuscire a mantenersi assolutamente oggettivo.

Se non voglio smentirmi o contraddirmi, devo ricordare, in base a tutto l’assunto dei capitoli precedenti, che il sapere oggettivo è quello del “quanto basta” per uno scopo specifico, un sapere che, apparentemente, abbiamo in comune con gli animali (e con i computer, ma è un’altra storia, già dibattuta tra noi), fatti salvi, per una nostra supposta superiorità: 1) lo strumento ideale della misurazione secondo unità convenzionali, 2) la possibilità di accumulare conoscenza con parole e scritti e, 3), last but not the least, la facoltà di immaginare e costruire macchine come strumenti vari, tra i quali strumenti di supporto al suddetto strumento ideale di misurazione .

Eppure, sembra che dalla scienza noi ci attendiamo ben altro, quello che non basta mai e non è misurabile, quella che, malgrado tutti i tentativi di oggettivarla, rimane soggettiva: la verità. Che non è la certezza, qualsiasi soddisfacente risposta a un dubbio contingente, ma la risposta che vorremmo definitiva all’eterno dubbio esistenziale sul mondo e soprattutto su di noi: la Verità come rimedio alla mancanza a essere della natura. In questa nostra mancanza a essere, un fertile campo in cui germina il linguaggio simbolico con la sua specialità di far crescere qualcosa dove non c’è nulla, si erge il fantasma della Morte. Se c’è un rimprovero che possiamo rivolgere alla scienza è di continuare a fuorviarci o illuderci a questo proposito, com’era in uso ai tempi della philosophia naturalis, quando scienza ed ontologia erano quasi sinonimi nello stesso impegno di rispondere alla domanda di cosa sia una cosa.

Ma non è più la scienza, a volere illuderci: è solo un malinteso perdurante. Oggi non è più così, e non da ieri: già Newton non si poneva questa domanda, chiedendosi piuttosto come e perché le cose funzionassero in una maniera invece che in un’altra con una precisione che solo una legge superiore ed ineluttabile poteva garantire. In seguito, gli scienziati si sono convinti che l’ontologia non era adatta a loro e che tutto quello che cercavano, che dovevano limitarsi a cercare con il metodo esclusivo della misurazione, erano, a loro volta, misure, funzioni ed equazioni modellistiche del comportamento, in date condizioni (dette “stati”), di qualcosa che non si sa cos’è e non importa cosa sia. La cui esistenza (oggettiva), In fondo, è solo ex post, cioè purché abbia risposto a dovere, secondo ipotesi, alla chiamata di certe unità: unità di misura, costanti, variabili scrivibili nei calcoli come simboli privi di qualità. Basta che funzioni. Sempre in base al vecchio caro principium individuationis, protolinguistico: in sostanza, all’1 che non è 0 né 2 e non tratta qualità, distingue e basta.

In questo sviluppo della scienza acquistò sempre maggiore importanza la matematica e la fisica, ma non sempre gli scienziati hanno coscienza dell’”ideologia” il cui nome, “riduzionismo”, si può leggere sul “rovescio” dei successi esplicativi (di regolarità eventuali verificate) e predittivi (sperimentali) di come funziona il mondo degli oggetti. Successi esplicativi che passano attraverso la scelta anti-olistica di ridurre gli oggetti, presi uno per uno, alle loro componenti sempre più piccole e numerose in cui le qualità possano diluirsi.

(Per inciso, è forse il momento di spiegare questo concetto topologico di “rovescio”, che si rivela spesso più euristico, cioè più “utile per sapere”, del concetto di opposto: una cosa può esistere come oggetto anche senza il suo opposto dialettico, ma non può esistere senza il suo rovescio!).

Si è capito, per esempio, che le trasformazioni biologiche potevano avere spiegazione in modelli di chimica cellulare, che le reazioni e combinazioni chimiche potevano avere spiegazione in modelli atomici, che i modelli atomici potevano avere spiegazione in modelli di forze in grado di condizionare particelle di là dell’avere esse qualche qualità materiale o energetica. Lo si è capito con ricerche sempre più sovrapposte, fino alla perdita di importanza delle ipotesi, come predicava Newton (hypothesis non fingo), in favore di un procedere, paradossalmente “primitivo” di trials and errors. Con questo “nuovo” metodo, mentre Newton le ipotesi se le rappresentava eccome, si va a disturbare un po’ meno miratamente il mondo micro di dette particelle e si vede l’effetto che fa, scoprendo un sacco di cose, dopo aver appurato che anche il cosmo, il mondo che sovrasta il nostro, umano e macro per definizione, risponde anch’esso ai modelli micro.

Un’avvertenza: nessuno ha mai visto una particella e la sua misurazione è tutt’altro che diretta come il calcolo con il pallottoliere. Se qualcuno “vede” la particella, è la macchina, immaginabile come un collega tecnico di laboratorio che deve interfacciarsi e permettere la visione su uno schermo. (*)

Ma gli scienziati non sembrano preoccuparsi, quanto, secondo me, dovrebbero, e so di ripetermi, di quattro fatti: 1) che le loro scoperte da scientifiche diventeranno, una volta date in pasto ad ingegneri fantasiosi, strumenti tecnologici variamente ed incontrollatamente fascinosi, peraltro da sempre testati per lo più nei conflitti bellici; 2) collegato al punto che precede, il fatto che i programmi di ricerca sono spesso effetti di cause che si impongono in quanto extra scientifiche e diventano causa a loro volta di effetti extra scientifici per lo più irreversibili, psicosociali, economici, ecologici; 3) ripetendo quanto già scritto, che l’immaginario umano ingenuo e collettivo, il senso comune in opposizione al buon senso, possa vedere in una linea progressiva di scoperte, una via simil-religiosa verso la Verità, cosa che essi sanno non essere vera, non che per le verità, neanche per le certezze, se non altro da quando, recentemente, hanno ammesso di misurare esclusivamente probabilità; 4) che il loro stesso desiderio li porta a poter fare a meno del concetto di qualità, poter fare a meno di ipotesi in proposito, rinunciando di conseguenza, per principio, ad ogni comprensione ontologica delle cose, una rinuncia  legittima e non priva di senso, ma che può aprire una porta d’ingresso alla magia e alle pseudo scienze. Tali sono le cosiddette scienze umane, psicologia e compagnia bella; che invece, per un felice paradosso, potrebbero avviarsi ad essere vere scienze solo ammettendo di non esserlo. Forza dell’epistemologia.

Cito la risposta di John von Neumann allo studente che si lagnava di non capire una equazione con due derivate e due integrali: “non si deve capire la matematica, ci si deve abituare”. Che fa il paio con la raccomandazione di Richard Feynman: “non perdete tempo per tentare di capire la meccanica quantistica, se pure arrivaste a dire di averla capita vorrebbe dire precisamente che non l’avete capita: piuttosto calcolate, calcolate!”. Commento, Il primo non poteva conoscere l’epistemologia sociale di Thomas Kuhn dei “paradigmi di ricerca”, il secondo la conobbe ma non volle tenerne conto, basta richiamare la sua famosa battuta: “la filosofia della scienza serve agli scienziati come l’ornitologia serve agli uccelli!” …

È probabilmente intorno all’anno Mille che gli scienziati o i filosofi della natura hanno potuto tirare un sospiro di sollievo: i matematici cristiani ed islamici offrivano loro tutto quello che serviva per poter esulare felicemente da discorsi sulla qualità delle cose, appurato che ogni cosa ha in sé qualcosa di misurabile che torna ad ogni misurazione. Di utilizzabile, ma soprattutto, questo è il bello, che non si sapeva prima della misurazione. Vada a farsi benedire l’ontologia!

Vi ricordate l’interpretazione fenomenologica del sapere umano come giochi linguistici che abbiamo tratto all’inizio (cap. SAPERE) dal pensiero di quel logico tormentato che è stato Lidwig Wittgenstein? Quando, nel parlare o nel pensare estraiamo automaticamente (peschiamo senza sapere di farlo) un significante nel magma infinito dei significati, li categorizziamo, cioè diamo loro in un punto un ordine per qualità e funzione, facendo qualcosa di simile a quello che fa un giocatore di carte mettendo in gioco una carta invece di un’altra. La sceglie perché ne riconosce la sua qualità diversa da un ‘altra relativamente alla legge del gioco. Per sua natura, un gioco è raramente solitario, l’ordine in categoria è piuttosto una informazione a un altro giocatore chiamato a rispondere ed è allo stesso tempo una risposta a un’informazione ricevuta.

Immaginiamo ora, un bambino ignaro di qualsiasi gioco di carte, delle possibili regole, che sia attratto da un mazzo di carte per usarle in qualche suo gioco: trattandole come oggetti di pari valore, equiparabili, privi di misura valoriale soggettiva e pertanto di qualsiasi qualità, le mescolerà per farne qualcosa. Per esempio, un castello di carte, in un gioco che un adulto gli propone come alternativa a un vero gioco di carte, un gioco alternativo la cui unica regola è la necessità di equilibrare la forza di gravità. Una necessità presente nella meccanica classica. Il gioco inizia di solito accostando due coppie, ciascuna di due carte contrapposte, in forma di V capovolta in equilibrio per contatto tra due margini corrispondenti. Verrà poi aggiunta progressivamente sempre una carta in più assecondando lo stesso schema operativo, alzando un castello su una base fatta di tante V capovolte ottenendo una architettura simile, a sua volta, in facciata, ad una più grande e più composita V capovolta. C’è un limite, una carta in meno che, ove fosse in più, annichilirebbe l’intero equilibrio strutturale. Non c’è ordine al mondo senza un’eccezione, come dice un proverbio che confonde l’ordine con la regola che lo presiede, la quale, come ogni legge, deve ignorare l’eccezione idealmente e per definizione.  Quella carta che deve essere in meno e non in più rappresenta la verità operativa, del tutto empirica, pre-concettuale che presiede all’equilibrio del castello, ma una verità riconoscibile solo ex post catastrofe.

Naturalmente, non c’è nessuna verità quando si vede che la traiettoria anomala di una particella muta gli equilibri atomici nella proteina di un gene così da farsi un nome in fisica, se non per altro per due ragioni strettamente annodate: perché quella traiettoria e quella particella possono essere una stessa cosa senza essere una o l’altra, e perché l’evento micro è di un campo di forze meno definito, non isolabile come un uno nei suoi limiti. Continuo, indefinito se non per difformità contingenti prima o dopo la loro osservazione. A meno di immaginare, e sarebbe comodo, l’universo come un uno, non solo, un Uno che sa qualcosa e che, a saperci fare, a porre bene le domande, ce lo dirà. Ma l’anomalia eventuale, l’eccezione che la matematica, per essenza e statuto, non ammette possa esistere, è, per la fisica, il segno di una variabile sconosciuta. Il satellite Nettuno non è stato scoperto con il telescopio, ma per deduzione matematica da anomalie delle orbite nel sistema planetario solare.

Presto succederà che, anche tra la gente comune, si diffonderà l’idea che noi e il mondo non siamo altro che onde o nubi di probabilità quantistiche che sveleranno il senso della loro forma in risposta a delle domande che hanno la consistenza di misurazioni. Risposte che però, in questo immaginario ontologico e in questa ontologia immaginaria (soprattutto mia), sarebbero continue, quantunque definite e indagate necessariamente in via discreta, matematicamente.

Quando abbiamo cominciato a sapere, mi riferisco alla prima parte del capitolo LE ORIGINI, c’è stata una separazione nell’indistinto, ma anche una successiva alienazione di ritorno in un due, corpo materno et infante, prototipo delle individuazioni per cui l’uno non è l’altro, senza che altro si conosca di là di un presentimento di esistenza. Ma questo non significa il monolitismo di un corpo senza organi, che, per un giro logico vizioso sarebbe prima di ogni nostro sapere, essendo cioè una essenza o una immagine metafisica. Dopo aver scoperto il due, non si torna indietro, la Verità si è persa dietro di noi, lost in translation; al massimo può erigersi nuovamente di fronte a noi come un due fatto di moltissimi scindibili uni, il fantasma riduzionista della scienza moderna. Quello che rimane della verità è quel meschino oggetto “(a)” minuscolo (capitolo IL SOGGETTO), forse qualche residuo corporeo con-fuso in qualche evento sensuale infantile, qualcosa che abbiamo perduto e che sogniamo di conoscere a tutti i costi, senza sapere che senza quel rimasuglio misconosciuto, qualora rientrasse in nostro possesso, nulla potremmo sapere: la completezza del mondo ante o post la distinzione significante, per fortuna non può essere: il “sapere assoluto”, completo, della “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel sarebbe infine nullità di sapere. Come lo sarebbe il godimento assoluto (ed incestuoso) cercato spasmodicamente nelle normali e meno normali perversioni.

Ma credo di dover chiarire che non sto predicando che la scienza non abbia nulla di che conoscere circa la verità, ci mancherebbe! Soprattutto se, giudiziosamente, mettiamo verità al plurale. Delle verità si può essere amici o nemici, vagheggiarle o mistificarle, e certo gli scienziati si attengono alle due prime ipotesi di alternativa etica.

Tuttavia, non possiamo far finta che la verità sia un valore primario, mentre, per logica, è secondario, tale da presentarsi come ciò che risponda essenzialmente alla incertezza originaria (“metafisica” a differenza di tutte le altre innumerevoli incertezze, sia della vita quotidiana sia della fisica) sempre e necessariamente presente nella vita umana, come riscontrabile nella sua fenomenologia. E, d’altra parte, dobbiamo ricordarci che nella Storia la ricerca della verità ha animato, su un piano spirituale, non solo i filosofi della natura, ma anche gli slanci delle mistiche e dei visionari che sembrano aver cambiato di tanto in tanto la Storia stessa, e che ha animato del pari e, dopo tutto, ancora anima le trovate dei mistagoghi e degli sciamani.

Tale ricerca impone a tutta una cultura la preminenza della verità nelle sue scelte e ha creato principi etici e una moralità che è oggi per la scienza una condizione riconosciuta di esistenza. È quanto dicevo a proposito della democrazia nella sua cerchia. Ma la verità nel suo valore antropologico resta estranea all’ordine della scienza. La scienza può onorarsi e si onora di allearsi con la verità, può dirsi animata dalla verità, come possiamo dirci tutti, ponendola come suo valore e come suo oggetto di ricerca nel suo fenomeno transitorio ed apparentemente progressivo, tenendo conto del fatto etico che il suo significato più condiviso è di opporsi alla menzogna (anche se io penso che spesso ne sia il rovescio inconscio… O addirittura che finzione e autoinganno siano la regola del nostro comportamento). Ma, per nessuna ragione la scienza può identificare un paradigma Verità per farne un senso del suo fine scientifico ovvero di giustificazione della sua esistenza.

Torniamo ora a quanto scrivevo nel quarto paragrafo di questo capitolo, punto 3), sulla facoltà della scienza di immaginare devices. Con una ennesima premessa (qualcuno ha definito lo stile delle mie argomentazioni un fiume che esonda dagli argini): credo che due aspetti della natura disturbino uno scienziato che non sia più un filosofo della natura intento nella sua ricerca: la continuità e la qualità.

Dalla prima, ne ho già fatto cenno, lo scienziato ha preso le distanze storicamente privilegiando il calcolo e la misurazione: progressivamente, ma pressoché in via definitiva al tempo di Galileo Galilei, Il calcolo infinitesimale creò una parodia accettabile di continuità naturale.

Dalla seconda invece si dimostra molto più difficile prendere le distanze in generale, causa la presenza degli oggetti, senza i quali non saremmo (v. cap. IL SOGGETTO) e le cui qualità ci dovrebbero dire quanto più e quanto meno utili e degni possono essere per i nostri scopi umani.

Un po’ meno difficile risulta stimare la qualità delle macchine, dato che esse vengono al mondo per l’intervento di un “Demiurgo”, sia egli uno scienziato, un ingegnere o uno, come, per esempio, Federico Faggin, che lo è entrambi. Ma eccoci alla questione annunciata: qual è il rapporto tra la scienza e le macchine?  La risposta è immediata e può lasciarci interdetti: necessario.

Le misure di mediazione vettoriale tra la forza motrice e l’azione della macina del mulino in epoca storica sono composte dalle misure scalari che definiscono le macchine più semplici, la ruota, la leva, il demoltiplicatore dei giri etc, macchine già conosciute nel neolitico, mentre il piano inclinato doveva già avere le sue misure di inclinazione nel paleolitico. Ma anche una scure fatta legando una “amigdala” all’estremità di un bastone può dirsi una macchina. Ma anche una selce scheggiata su due lati, il chopper del paleolitico superiore, può essere analizzata come accoppiamento di due piani inclinati ideali contrapposti con funzione negativa di penetrazione, non senza un calcolo di dimensioni ergonomiche e del margine tagliente: se sembra essere effetto di un calcolo è un manufatto macchinico, altrimenti è un ciottolo indistinguibile o magari lo scarto di una cava.

Ma la questione mi pare sia quanto il nostro antenato e noi stessi impariamo l’intelligenza dalle macchine, dai nostri strumenti: molto, se non tutto, se solo li intendiamo come estensioni dei nostri organi percettivi prima che dei nostri organi ergonomici. Peraltro, non dovremmo mai dimenticare che le prime misurazioni meccaniche traevano le loro unità di paragone, oltre che dalle fasi geo-astronomiche (mese => mesura), dagli organi del corpo che, a loro volta, possono essere intesi come devices. Un ricordo semantico di ciò rimane nelle misure cosiddette “imperiali”.

Incredibilmente e per caso, solo nel 1906 riapparvero alla luce gli scritti di Archimede di Siracusa sul metodo di induzione geometrica ispirato alla e dalla meccanica, contenuti in una lettera che lo scienziato di Siracusa scrisse nel III sec. a.C. al collega Eratostene, allora direttore della Biblioteca di Alessandria. La lettera, trascritta su un palinsesto e in parte cancellata per sopra scrivervi delle preghiere in epoca bizantina, fu scoperta da un paleologo greco a Gerusalemme dove era rimasta per secoli fino ad essere trasferita a fine ‘800 ad Istambul, dove un filologo danese, tale Heiberg, rovistando in un deposito di merce in arrivo, trascurato nella biblioteca di un convento ad Istambul, la vide e, con un colpo di genio, ne indovinò l’importanza per la storiografia scientifica.

La lettura del testo anticamente conservato, già copia postuma di un millennio dopo l’originale, fu resa possibile con un esame radiologico. Riporto i passi più importanti attinenti alla questione di cui sopra.  “Archimede ad Eratostene, prosperità! Ti ho mandato precedentemente certi teoremi che avevo scoperto limitandomi a darti gli enunciati e invitandoti a trovare le dimostrazioni che io non avevo ancora indicato … Ma prima ho giudicato opportuno di descrivere e di sviluppare in questa lettera le proprietà caratteristiche di un metodo che ti permetterà di affrontare certe questioni matematiche con l’aiuto della meccanica. Io sono persuaso che questo strumento può servire anche per la dimostrazione dei teoremi; certe proprietà in effetti, che mi erano apparse evidenti da un punto di vista meccanico, sono state poi dimostrate geometricamente… È più facile costruire una dimostrazione conoscendo preliminarmente le proprietà che si vogliono dimostrare e che si sono conosciute con questo metodo piuttosto che cercare delle dimostrazioni senza nessun riferimento…”

Mio commento: non c’è dubbio che tale metodo consista primariamente nell’uso di una macchina da cui conseguano annotazioni osservative sul funzionamento e sulla geometria degli organi che lo determinano.

Ogni calcolo direttamente empirico impone al mondo un’alternativa di essere o non essere, per metafora matematica, tra 1 e 0, mentre una misurazione indiretta, da mettere poi eventualmente alla prova della validità previsionale come individuazione di regolarità che possano tradursi in qualche legge fisica, accetta che, fatto di una misura qualsiasi  il numero 1, cioè chiamando così, convenzionalmente, una quantità, l’alternativa netta sfumi in grandezze numerali di ogni genere (matematico) nella considerazione che esistenza ed inesistenza oggettive siano quantità concepibili solo in base a calcolo infinitesimale, con numeri privi di qualità tanto quanto le carte da gioco del bimbo innocente del nostro apologo o le biglie del pallottoliere, ma infinitamente, indefinitamente o innumerevolmente disponibili per qualsiasi equivalenza in cui immettere una grandezza incognita, a patto che tutte le grandezze in ballo (in gioco) misurino oggetti appartenenti alla stessa classe per qualità.

Non è difficile, basta fingere che le qualità non esistano.

A questa finzione si presta benissimo l’idea del filosofo Democrito di interpretare le cose d’esperienza, dopo averle individuate, cioè distinte una per una secondo qualità, in maniera atomistico/riduzionista, cioè come composte di parti innumerevoli e piccolissime.

Un grande successone di sapere oggettivo, se le si raggruppa in insiemi per facilitarne la matematica, cioè per renderle riconoscibili tanto da poterne scrivere misure e relazioni da offrire al nostro desiderio di sapere, soprattutto se si tralascia di riaggregarle per restituirle alla qualità. Ma il metodo ha abbastanza successo anche nel caso che lo si faccia, cioè si trasferisca il sapere “dal micro al macro” affinché possa rispondere a domande pratiche.

Se intervengono degli intoppi nelle equazioni, interviene a soccorso qualche “costante” per appianarli. La costante principessa, in fisica, è la velocità della luce, primaria rispetto alle altre costanti (compresa quella, formidabile, di Planck). Poiché ogni informazione fruibile per sapere che viaggi nella physis, non può viaggiare nel tempo e nello spazio ad una velocità superiore a quella della luce che rischiara la nostra intelligenza, questa costante primaria segnerebbe in pratica il limite della nostra possibilità di sapere.

La creazione di macchine complesse impone siffatte misurazioni sia per progettarle che per ottimizzarle funzionalmente. Ed ecco che il calcolo empirico, meno fine, di ciò che è o non è, surclassato in utilizzo dal calcolo infinitesimale di curve (funzioni) e vettori tra assi cartesiane e in tempi più moderni dalla probabilità statistica, è tornato come una Nemesi nei bit di informazione che formano gli algoritmi in ordine a fare agire le macchine meglio di noi.Tra queste, hanno sempre più importanza le macchine finalizzate a misurazioni accurate altrimenti, data la piccolezza di ciò che si misura, troppo ostiche ed imprecise. (v.*)

La faccenda che rimane un po’ ostica per la matematica è, come abbiamo detto anche altre volte, la continuità qualitativa delle nostre percezioni soggettive, speculari a quelle degli altri e a ogni aspetto qualitativo (e misterioso) degli eventi causa di percezioni. Trasformazioni continue di immagini preverbali su un nastro di Moebius o di un cubo di Necker. Si ha un bel mandare in giro l’uno immateriale ad indagare la materia, a chiederle risposte: prima o poi la risposta sarà lo zero come condizione d’esistenza di entrambi.

Pare che accanto al mondo delle certezze continui ad esserci il mondo di “un certo non so che” e il mondo del “quasi”, come se l’annodamento e l’intreccio tra oggettività e soggettività (v. cap. SAPERE)  fosse meno stretto di quanto sembri e consenta scelte di gusto per l’uno o per l’altro approccio alla realtà, tenendo conto però del fatto che una scelta di gusto, come prospettata nella “Critica della Ragion Pratica” o, non ricordo bene, e nella “Critica del Giudizio” di Kant è eminentemente soggettiva (v. terzo paragrafo in questo cap.).  anche per gli scienziati che, con tutta evidenza e semplicemente, hanno maggiore propensione per il mondo delle quantità e delle discontinuità che per quello delle qualità e delle continuità. Ma, per metafora, cioè mutatis mutandis, non si adeguano così al bambino del nostro apologo che vuole costruire qualcosa, un castello, una teoria modellistica, senza badare alla qualità delle componenti, all’insegna di “purché funzioni” fino a quando la gravità e le interferenze a lui interne o esterne non prevalgano?  Non so il perché di questa scelta, deve dipendere dall’inconscio.

Ma ecco un altro paradosso: consegnandosi alla matematica più sofisticata, i fisici, scienziati quasi per antonomasia, dopo aver accettato di scambiare le cose con le loro misure, dopo aver sposato l’idea del riduzionismo e della modellistica micro,  dopo aver giubilato per avere spiegato molti fenomeni del nostro mondo macro e di quello ancora più macro dell’universo stellato con questa metodologia, hanno dovuto vederla scontrarsi con l’irriducibilità della cognizione del vecchio caro spazio e del vecchio, meno caro, tempo, che, a un certo grado di riduzione semplicemente scompaiono all’osservazione lasciando campo libero al caos come estremo effetto di misurazione. Senza che perciò venga meno la stessa incertezza relativistica sulla causalità gravitazionale alla quale si vuole rispondere con il riduzionismo e alla quale i fisici cosmologi si affannano a dare risposta nella certezza che essa non scompaia, atteso che la natura dell’incertezza è la stessa in ciò che si vuole misurare e nel misuratore. Dell’uno è il resto ineliminabile che può avere nome di complessità.

La scienza è astuta, sa come cucinare gli avanzi, ha utilizzato lo scacco dell’indeterminazione di Heisenberg per dare la stura al paradigma quantistico, vera apoteosi della misurazione che, diventata probabilistica, è più realista di ogni altro metodo osservativo/ cognitivo. E lo è con compiacimento di tutti, me compreso, giacché non siamo più esclusi dall’inedito olismo degli stati quantici e della funzione d’onda. Almeno nel mondo delle quantità oggettive, in questo rientrare, si acquieta la nostalgia per un senso introvabile (altrimenti che nel NOSTOS stesso).

La scienza è astuta, ma non si sa ancora cosa saprà fare dell’”entaglement”, l’intreccio continuo delle qualità (stati quantici, per i fisici). Al massimo, credo si possa arguire che entangled, più che gli spin elettronici, siano le loro misure locali negli strumenti che ce le dicono, il che non è dire lo stesso (v.*).

Per il momento, pare che nel castello di carte in sé insignificanti (nec sit iniuria verbo: in sé, senza che il misuratore la giustifichi, cioè senza qualità assegnata dalle regole, ogni misura è insignificante), che abbiamo paragonato ad una teoria scientifica che non escluda l’evenienza di nuovi paradigmi di ricerca (che la rendano futile senza invalidarla), pare che l’entaglement sia la carta che deve essere in meno per non dovere o potere essere in più.

A meno di non saper scrivere un’equazione che renda ragione del fatto che, come il tempo è locale oppure non è, così lo spazio è istantaneo oppure non è.

 ETICA

Pare certo che ci sia un qualche savoir vivre, una “buona educazione” negli animali (v. cap. LE ORIGINI) lo chiamiamo etologia, con l’improprio suffisso da logos, come ci fosse stato anche negli ominidi, il che non fu, per milioni di anni prima dell’avvento della nostra civilizzazione più o meno progredita ma comunque simbolica, di certo, apparso che sia Sapiens, fin dall’inizio. (ci sono ancora in qualche recesso sul pianeta alcuni gruppi umani che vivono in forme culturali tipiche del neolitico, ma non per questo meno culturali…)

Meno certa appare essere la nostra predisposizione al saper vivere bene e pacificamente, perché, essendo noi uno zoon politikon (v. cap. L’INCONSCIO), il nostro comportamento dipende da quello altrui, meno facile da prevedere degli eventi atmosferici come la pioggia della nostra metafora d’apertura (cap. SAPERE).

Saper vivere, cioè, come animali politici, sapere come comportarsi nel miglior modo possibile con gli altri, pensando alle conseguenze a medio/lungo termine, non è sempre e per tutti un assillo, solo dei più previdenti, che sanno come tutto ciò che facciamo ha riscontro in ciò che faranno gli altri ed è esattamente questo che determina il nostro migliore o peggiore vivere.

Nella Storia, oltre alla politica, ci sono state diverse agenzie specializzate nel proporre la norma del vivere migliore, la filosofia, il consiglio degli anziani, la religione, gli spot pubblicitari, la sociologia, ai giorni nostri soprattutto la scienza. Tanti si sono affannati e si affannano intorno alla formulazione di detta norma, senza che vi sia accordo su una o sull’altra tra quelle escogitate. In questa confusione non conviene essere troppo sofistici, a rischio di aumentarla, conviene cercare un minimo per esclusione, per via di togliere. Annotiamo che la norma si svolge su due assi, la materialità e la spiritualità. Sul primo asse l’etica riguarda il sopravvivere, primum vivere, deinde cogitare, sul secondo, l’etica prende il nome di moralità, nient’altro, secondo me, che l’etica che vorremmo riscontrare negli altri Ma più di tutto vale la riconoscibilità.

Abbiamo scritto in precedenza (cap. L’INCONSCIO) che una specialità umana è il voler prevalere. Ora individualmente ora come gruppo. Si può generalizzare nel voler essere riconosciuti come eminenti tra i significati, un significato particolare che suoni come significante: Io, Ego, Ich, I, Je, etc.,   Noi, Nos, Wir, We, Nous etc. Essere riconosciuti anche perché sono gli altri più competenti a dire chi siamo. Se il servo del centurione di Cafarnao (V. Matteo, 8: 5-13) corre lesto come un soldatino quando il padrone gli dice vieni e quando gli dice va, è perché sa di essere il servo, altrimenti il verbo all’imperativo non funzionerebbe così bene.

Tutta una convenzione sociale, che può coincidere con una tradizione oppure con una legislazione, è chiamata a validare e garantire le funzioni e i ruoli sociali, ma, in fondo e prima di tutto, la stessa convenzione sociale è spesso a garantire la validità di ogni nostra rappresentazione di realtà nel chiasmo di senso<>significato, facendo da parodia dell’Altro. Parodia, perché questo Grande altro, un’agenzia della verità, specialista nel produrre un conformismo diffuso nei rapporti (scambi) sociali da gabellare come norma del vivere migliore, in rappresentanza di tutti o quasi tutti gli altri, ha il suo altro nell’individuo, mentre non c’è Altro dell’Altro, alterità assoluta, quandanche fosse interiorizzata. Talvolta come Legge, una legge silente ma tutt’altro che conformista. Invece il messaggio del Grande altro, nello sforzo di sembrare indiscutibile, è “in viva voce”: è, soprattutto, la pubblicità.

Per paradosso, darsi da fare per essere reputati speciali ed unici per qualità personali è una sciocchezza, atteso che non possiamo non esserlo, sia pure “larvati” celatamente sotto il ruolo assegnato, ma non c’è dubbio che il nostro prossimo sia ben attento a rilevare le nostre particolarità. Specialmente quelle più criticabili…

Una scorciatoia sul cammino dell’etica, del sapere come comportarsi soprattutto nelle situazioni più dubbie, potrebbe essere quella di sottomettersi al diritto positivo emanato storicamente attraverso le sue istituzioni in cui le leggi vengono iscritte. Andrebbe bene se le leggi fossero scritte in conformità con un diritto naturale universale, che però non esiste e non è mai esistito se non nella testa di qualche giusnaturalista. Se andiamo a leggere qualche fautore dell’esistenza del diritto naturale dobbiamo concludere che tale diritto o è quello divino oppure è “la legge della jungla”, prelinguistica e prima dell’uno che non può essere senza l’uno in meno, cioè senza di noi.

Scartiamo entrambe le ipotesi giurisprudenziali, in difetto di appigli fenomenologici nel primo caso e per logica nel secondo, non essendoci legge non scrivibile.  Non senza osservare che, qualora accettassimo le due declinazioni della legge, non si sa quanto nella storia umana i loro rispettivi effetti pratici siano stati e siano da preferire. È più facile convenire con l’affermazione della scrittrice Elsa Morante: “la Storia? Uno scandalo di diecimila anni…”

Per l’etica sottomettersi alla legge positiva non vale per diverse ragioni pratiche. Intanto le leggi sono scritte dal padrone, chiunque lo impersoni a fronte dei sottoposti, e non serve dire molto altro in proposito. Poi consente a chi è preposto a renderle efficaci sul campo, di appellarsi ad esse o nascondersi dietro di esse per compiere impunemente grandi e piccoli misfatti. Ci sarebbe, in alternativa, la coscienza morale interiore, ma essa appare poter assumere troppe forme: auto giustificativa, auto punitiva, troppo elastica e relativa, troppo rigida ed assoluta.

Sull’attesa in voga nella modernità, che sia la scienza deputata ad escogitare le norme etiche, restiamo in attesa, niente in contrario, a patto che ci sia spazio per una scienza del soggetto, e non serve che vi dica quale, dal mio punto di vista, sembrandomi l’unica possibile come pratica, ricerca e corpo dottrinale.

Non voglio girarci troppo intorno, secondo me la norma del miglior vivere è semplicissima: sta nel riconoscere nel prossimo il soggetto nostro speculare, con tutte le implicazioni buone e cattive, di grandezza e miseria, escatologiche e scatologiche, salvando l’ipotesi che esse siano universali e in gran parte il riflesso di un sapere che non si sa di sapere e per lo più non si vuole sapere, detto inconscio.

Per logica ciò sarebbe il rovescio conseguente il nostro stesso desiderio ancestrale di essere riconosciuti dall’Altro della parola, di cui la nutrice è il prototipo: essere riconosciuti per poter essere, vivere, existere (neologismo). Si tratta della legge della parola che poggia su una specie di tacito patto preliminare che il dire abbia e debba avere un senso; perciò, della legge amorosa del desiderio che ratifichi come (nella sintassi di ogni lingua) la parola possa dirlo affinché possa essere discusso. Il desiderio umano è effetto di mancanza e può realizzarsi senza rischi etici proprio come desiderio di sapere. Cosa? L’accesso al bene personale? L’accesso al bene comune? Ce n’è forse, per logica, un altro, di bene, sia per l’individuo che per la specie? Il severo giurista positivista Bachofen, tutt’altro che una mammoletta, escluse con ragione che un diritto femminile (mitologico, invero…) possa ammettere un desiderio di sapere giuridico scollegato dal desiderio di benevolenza come di un bene-dire.

È questo desiderio che talvolta riesce a prevalere sulla voglia di prevalere.

Ma possiamo profferire altri due motivi in favore di questa soluzione del problema etico: primo, il soggetto agente non è unitario, non coincide con alcuna identità definita e comprovabile, come si dimostra nei sogni, in cui possiamo essere rappresentati in chiunque ed in qualunque soggetto/significato. Secondo, siamo non solo accomunabili, ma veramente indistinguibili in rapporto all’oggetto inconscio del desiderio inconscio, al significato mancante, all’infinito non sapere, il vero uno in meno che consente di immaginare la Cosa primordiale indifferenziata come Uno-tutto-solo e crea l’oggetto, sia esso un significato o un “matema”. Siamo Sapiens, ciò che sa le parole che sanno di noi ben più di quanto noi sappiamo di esse. Peccato che siamo anche il non sapere, la natura feroce.

Chissà quanto il centurione di Cafarnao, così ben persuaso per convenzione socioculturale della sua posizione, credeva davvero che la parola di Gesù potesse agire a distanza a casa sua o non sfidasse invece la potenza della parola in barba a tempo e spazio? Quanto proiettasse la qualità non proprio pacifica del militare in Gesù e quanto introiettasse la fedeltà del servo paralizzato. Ma non importa: mi chiedo piuttosto quanto poi rimanesse stupito dell’entaglement che si attuò in Galiea, Matteo non ce lo dice.

Ma, per l’etica, basta dichiarare che si è d’accordo, che, in coscienza, siamo dediti a questo esercizio di riconoscimento incondizionato? Ovviamente no, data la buona opinione che, di solito, abbiamo di noi stessi e l’ondivaga opinione o i pregiudizi che incombono sul nostro approccio all’altro. Data una certa inclinazione ad auto- ingannarci. Dato anche che, illudendoci di poter “essere appieno”, sembra ci manchi qualcosa che un altro o un’altra invece ha. A questo proposito è ormai diffuso ed accettato che nel rapportarci a un’altra persona o a un gruppo socialmente coeso di persone, tutti proiettiamo sull’altro qualche nostra qualità o ne introiettiamo qualche altra. Come sapere quando è un caso o l’altro? In generale, con qualche eccezione, per esempio nell’innamoramento e nella santità, quando vediamo negli altri aspetti sgradevoli, stiamo proiettando, se ne vediamo di pregevoli, stiamo introiettando.

Come mettere alla prova che siamo disposti, per il bene nostro e di tutti, a tentare di attenerci a questa norma non facilissima del riconoscimento incondizionato del soggetto? Anche questa risposta è semplice: in pratica, appena possibile, nel dialogo più esteso possibile nelle contingenze degli incontri umani.

Il dialogo potrebbe essere la trasposizione metaforica della raccomandazione di Feynman (cap. LA SCIENZA) di scrivere equazioni senza la pretesa di comprenderne appieno il senso.

 Anche in psicanalisi, a dispetto dell’opinione comune e diffusa, non si pensa per conoscersi e cambiare in ubbidienza alla cretineria iscritta nel tempio di Delfi: parlando, invece, si cambia per capire. Forse il dialogo, magari con l’Altro interiore, è l’unica pratica umana che è meglio abbia carattere di pervicacia. Di sicuro, è la pratica più avversa al conformismo nei ruoli di potere.

In questo capitolo, il più breve, sono stato sbrigativo perché l’argomento lo consente: tra i suoi aspetti, l’etica ha anche quello di non dover sottilizzare troppo, giacché comporta una accettazione più che uno sforzo. Un po’ come il godimento. L’accettazione della comunanza con l’altro nelle parole dell’Altro è ciò che, ben più della nuda vita, possiamo opporre alla morte.

FUTURO

Vecchio come sono, avendo superato di qualche annetto la quantità di tempo oggettivamente assegnatomi (realismo probabilistico, v. penultimo paragrafo in cap. LA SCIENZA) dall’ISTAT e dalle Assicurazioni Generali come speranza di vita (a cui adeguare matematicamente i premi), non avrei apparentemente ragioni per occuparmi personalmente del futuro. Ma, da quando le Madri di Johann Jakob Bachofen ci hanno elargito la facoltà della parola, siamo tutti portati ad immaginare il futuro, non senza qualche ragione: infatti, se noi non ci saremo più, malgrado l’indecidibilità metafisica di una permanenza della nostra IMAGO MUNDI, avremo potuto essere certi della sopravvivenza delle parole e, tra queste, quelle con cui l’abbiamo resa finora credibile. Orazio, nelle Odi, non scrisse il verso “NON OMNIS MORIAR solo per sé, sapendo di essere il grande poeta che noi non avremmo dimenticato, ma per tutti noi, giacché nessuna parola pronunciata o scritta si perde del tutto: si intreccia, entangled, con tutte le altre per tornare all’Altro che non muore, se non altro per il fatto di non esistere. Bando agli scherzi, cerchiamo di essere seri, “scientifici”.

Bachofen morì quando Haeckel, ai cui rispettivi pensieri mi sono ispirato per immaginare una corrispondenza tra le trasformazioni nell’individuo e quelle nella sua storia specie-specifica, aveva 53 anni: sarei curioso di sapere se seppero uno dell’altro, ma nessuno ha saputo dirmelo. In ogni caso erano scienziati, il primo del diritto, il secondo della zoologia, pertanto osservatori delle linee di tendenza nei diversi fenomeni adatte a un modellismo di curve e funzioni gaussiane. Estrapolabili, non senza la consapevolezza che le deduzioni “futuribili” saranno con ogni probabilità fallaci e fallimentari in rapporto alla complessità che è il loro sfondo e la loro realtà. Osserviamone alcune anche noi, autoeleggendoci per un momento antropologi dilettanti in antropologia culturale. Sui due piedi, di tali linee di tendenza, nella narrazione della Storia umana (di Storia non ce n’è un’altra) ne individuo 10, intorno alle quali argomenterò qualcosina. Se voi ne individuate altre, vi prego di segnalarmele.

Una prima tendenza, 1) è di secolarizzazione, cioè il voler capire il mondo immaginandolo come un insieme di metafore dei meccanismi riconoscibili in quanto organizzati nel nostro stesso corpo, visto come un interno fragile che richieda un refitting medicale continuo a fronte di un esterno che, qualora sembri sfavorevole, imperfetto, caotico, possa e debba essere colonizzato civilmente, anche in questo caso medicalmente con un refitting. È curioso che, parallelamente, c’è la tendenza moderna, da parte di altri soggetti culturali, a negare la distinzione netta tra l’esterno e l’interno in accettazione dell’idea di complessità come limite al sapere.

Forse a corollario della prima tendenza: 2), prediligere sempre più il modo di sapere geometrico e matematico nel nostro sapere operativo, pratico, contro l’apparenza degli oggetti dotati di qualità, pertanto di significati mai del tutto certi. Vi ricordate la famosa lettera di Archimede ad Eratostene (v. cap. LA SCIENZA) sulla possibilità di imparare la matematica dalle macchine?

 3) Immaginare di poter migliorare tecnicamente il mondo secondo i nostri desideri, cioè completandolo, da come appare mancante di qualcosa, e perfezionandolo, da come appare vago ed imperfetto. Chiaro che tale esercizio richiede di saper formulare la norma del vivere migliore, con una diffusa serenità d’animo, univoca e benevola, senz’altro presente nella coscienza umana, salvo, temo, la sua univocità. Univocità ritrovabile forse nel metodo scientifico.

 4) Una tendenza a ribellarsi, per quanto possibile in via teorica, al fatto che niente possiamo sapere che non sia dell’ordine del linguaggio simbolico, cioè delle leggi della parola, tra sfumature dei significati, precisione grammaticale che non sa autogiustificarsi e significanti privi di significati che non siano convenzionali. D’accordo, il fatto che perfino il sottolinguaggio matematico abbisogni del metalinguaggio nostro naturale per lo meno a livello assiomatico, mentre è l’unico a non necessitare di un metalinguaggio che lo validi nella logica, può essere un fatto seccante, ma è così. Posso dirlo? Quello che ho scritto finora è per il desiderio, vulgo per la speranza, di poter ovviare a questa strana resistenza alla logica più elementare. Una resistenza che può indebolire la facoltà della critica e riportarci al sapere magico, oggi, per noi, da lasciare ai “primitivi”, giudicandolo oscurantista.  Mentre invece le superstizioni, in supplenza della metafisica e, del pari, delle grandi religioni storico/positive, possono celarsi dietro le pseudoscienze offerte a piene mani dall’establishment del momento come certezze invece della verità, sia pure anch’essa del momento.  Innumerevoli sono le nuove fedi, magari tanto più religiose quanto più protestano di non esserlo; d’altro canto, la proliferazione di religioni New Age, che religioni si professano, sembra, per il momento, rimanere esponenziale.

5) La tendenza a sostituire, nell’immaginario collettivo, tutto ciò che è concreto e stabile, causa di percezioni sensibili e, in risposta, di reazioni energiche ed atti di presa oppure di immunizzazione, con tutto ciò che, di astratto, simbolico, attraverso la mediazione mentale, causi la stessa risposta. Si tratta di quella evaporazione delle cose naturali in favore di quelle culturali, dei bisogni in favore dei desideri, peraltro vaticinata dal filosofo Karl Marx a proposito della progressiva sostituzione, nella modernità, dei beni d’uso, materiali ma anche immateriali, artistici, per esempio, con i beni di scambio. Chi può dubitare che, nelle civiltà “avanzate”, si offrano e si comprino sempre più oggetti con lo scopo di apparire che per vivere? E non c’è in questo la conferma di una tendenza a tener conto solo di come le cose sembrano essere, evitando forse giustamente la fatica, probabilmente votata ad insuccesso, di capire come sono?

 6) Immaginare, specialmente in un comune sentimento millenaristico ad ogni passaggio di secolo non che di millennio, una deprecabile umanità precedente ed una promettente futura umanità, secondo ciò che viene predicato, separatamente, ora da S. Agostino ora dagli anarchici. Oppure, all’opposto (o al rovescio, come preferite, comunque in pendant), una apprezzabile umanità precedente e una futura umanità deprimente per situazione civil-geo-politica. La prima immaginazione prende nome di utopia fideista (o, volendo essere pessimisti, di attivismo nichilista, un ossimoro), la seconda di passatismo (o volendo essere caritatevoli, di conservatorismo). È una tendenza non nuova, sempre presente sul versante, per fortuna non univoco, dell’umana “coscienza infelice”. È curioso che alla bocca di entrambi i fautori delle due opposte opinioni, riguardo il presente, venga spesso la stessa esclamazione: “O TEMPORA, O MORES!”. È anche più curioso che, pur vedendo nella storia passata presente e futura possibilità di catastrofi epocali e complessive per uno o l’altro dei termini temporali, sincronica in senso antistoricistico in ciascun caso, mostrino di ignorare la più realistica esistenza continua nella storia, seppur scandita come ricorrente e contingente, di una pletora di svariate catastrofi (cambiamenti macroscopici) grandi e piccole, continuamente cicliche e più o meno ravvicinate.

 7) Immaginare che l’esercizio e il desiderio di sapere siano un po’ futili, atteso che si ricucinerebbe la stessa pietanza con altre salse che non la migliorerebbero: fuori di metafora, che tutto è già detto e scritto con la conseguente linea di tendenza in cui l’umanità si ripiega su sé stessa, cosicché la filosofia volga definitivamente ad essere analitica, cioè volta ad analizzare solo il suo stesso linguaggio, dall’oscuro Eraclito al troppo chiaro Sloterdijk, oppure ad essere storia della filosofia; che le arti siano inevitabilmente citazioniste di stili precedenti; che la scienza si auto accumuli nelle conoscenze su binari precostituiti, poco propensa ad aprirsi all’evenienza di nuovi “paradigmi di ricerca” kuhniani, inevitabilmente rivoluzionari e costosi a fronte del quieto vivere. Ciò in una sorta di scetticismo, oppure in un conformismo progressista all’insegna del sospetto per il desiderio soggettivo e all’insegna della accettazione dell’ipotesi di fine della Storia umana. Quella che avrebbe nella filosofia, nell’arte e nella scienza i suoi capisaldi culturali, che del desiderio soggettivo appaiono essere l’effetto, ma che in questo caso rappresenterebbero tre punti di arrivo. Culturale.

8) La tendenza a delegare la fatica (v. 5) necessaria per capire come sono le cose, agli esperti specialisti consorziati in una entità (un insieme) che garantisca elaborazioni e risposte certe, coerenti e spassionate, cioè, come voleva Tacito, SINE IRA ET STUDIO.  Con buona pace del grande storico, in questa utopia non si può riconoscere qualcosa di poco umano, una forzatura nuovamente tendente ad abolire la soggettività umana, fuori dai denti, il soggetto anche dell’inconscio? La pacificazione dell’esistenza da raggiungere attraverso l’esercizio dell’analisi delle cose con serenità d’animo è ventilata anche al punto 3), credibile che sia la faccenda o meno.

9) La tendenza antropocentrica a svalorizzare tutti i significati religiosi, escatologici, per riconoscere o per attribuire valore umano solo al successo operativo in un mondo “che è quello che è”, fatta salva una generica benevolenza alla quale dovrebbe essere indirizzata l’operatività stessa. Un punto catastrofico della coscienza umana, riflessione su noi stessi, parallelamente a quella avvenuta con Galileo, di cui sopra al punto 2), pare essere quella avvenuta con Machiavelli… Questa svalorizzazione consente l’ingresso di nuovi valori che con le virtù antiche, dette cardinali nella Scolastica, non hanno nulla che fare: Per esempio, l’equiparazione etica tra pubblico e privato, la critica del pudore, la spontaneità diretta dell’espressione, l’autoironia, l’ammissione di non sapere qualcosa se non lo si sa, l’ammissione di una pari facoltà intellettiva e di desiderio di sapere in uomini e donne, la pretesa di pari opportunità economiche e di preparazione culturale orizzontale come di competenze, anche dovendo privilegiarle rispetto quella verticale che si esprimerebbe come pensiero originale (in ordine a nuovi inediti paradigmi, forse in sostituzione di quelli attualizzati nella ricerca scientifica).

10)  La tendenza a conformarsi alla narrazione della realtà proposta da chi sa confezionarla bene, come attinente al miglior mondo possibile nel quale entrare a far parte senza disgressioni escatologiche o sensi di colpa. Tendenza nuovamente secolarizzante (v. punto 1), in cui svanisce ogni credenza in un aldilà come compimento dell’ispirazione umanistica rinascimentale e del programma rivoluzionario illuminista, ma riferibile soprattutto alla dialettica eterna di “Ragione e Sentimento” della grande Jane Austen, uno dei tanti nomi inaugurali della modernità.

Proviamo a stringere le fila.  La qualità delle istanze che dirigono le linee di tendenza futuribili nel passaggio dalla tradizione alla modernità, pare essere la coesistenza delle istanze stesse in una dialettica, fatta cioè di tesi ed antitesi senza sintesi: secolarizzazione, sì, ma anche nostalgie escatologiche come suo rovescio. Ottimismo della ragione e pessimismo del sentimento che non trova il punto mediano del realismo, quando ogni ipotesi realistica è smentita dal non saper conciliare novità e tradizione individuandone le qualità, quelle da valorizzare e quelle da scartare. Tra verità e certezza. Desiderio di palingenesi alla luce della verità e bisogno di stabilità, desiderio di affidarsi a qualche appiglio rassicurante, di avere fiducia e rimpianto di non averne bisogno.  La pretesa dell’autonomia e il desiderio di confondersi nel mondo di tutti.

Ma cos’è che resta il fattore decisivo della Storia tra passato presente e futuro? Cos’è che può supportare e sopportare la dialettica perenne? Fossi marxista, direi l’economia, personificabile come la dea Ananke degli antichi, fossi religioso, la provvidenza divina imperscrutabile nei suoi fini, fossi un libero pensatore anarchico, oppure (vel) un mistico, il desiderio di liberarmi sempre più dalle pastoie della natura primigenia. Ma, non riconoscendomi in nessuna di queste identità come opzioni culturali, la mia risposta resta quella perentoria, cioè che chiede a viva voce di essere smentita, che ho fatto mia da più di sessant’anni.

Evidentemente, per deduzione di quanto scritto, è Il linguaggio umano improntato al NOSTOS dell’Eden, a un senso che prevale sui significati, li costituisce come qualità che si possono sapere in più, di indefinitamente in più, rispetto alle distinzioni e alle misurazioni, a patto che ci sia un Altro a stabilire regole dei “giochi” e limiti (v. cap. LA SCIENZA). Se ci siamo, se ci saremo noi parlesseri, c’è e ci sarà inevitabilmente l’Altro della parola e della separazione/distinzione nell’Uno dei cieli e nell’uno della matematica che non è né zero né due, seppure scomponibile in innumerevoli piccole quantità.

Ma sappiamo bene che l’Altro che può fare qualcosa per noi di ben definito, non esiste se non come una necessità logica d’essere. Come i numeri, peraltro. Niente a che vedere con una “realtà della natura”, quando anche “la natura è una categoria culturale”, per citare Georgy Lucacs.

Tuttavia, per sapere l’esito delle linee di tendenza individuabili nell’attuale contingenza storica, basta immaginare quali sembianze fantasmatiche potrà avere l’Altro in futuro.  Di quale consistenza per noi si rivestirà. Tenendo conto della sua specialità unica di non avere un altro da sé: infatti gli si adatta il primo ammonimento del Decalogo biblico, riformulato come “non c’è Altro dell’Altro”.

Ripercorrendo le linee o le curve delle tendenze socioculturali descritte sopra in 10 punti, ci accorgiamo che una linea di certezza vi rimane sottintesa in relazione con la tendenza di delegare alle macchine la fatica non solo di agire energeticamente, persino di pensare per sapere, unita con la tendenza di privilegiare la certezza delle quantità misurabili e degli algoritmi  macchinici che le mettono  al lavoro, invece della scivolosità delle qualità di cui solo le parole possono rendere ragione: la certezza che questo trend non può in alcun modo essere fermato per volontà umana mirata. È troppo antico per origine e troppo consolidato da millenni nella cultura occidentale, dimostratasi potente colonizzatrice culturale globale.

Ma c’è anche un’altra tendenza che, al momento, non pare possa essere reversibile, “la tendenza (v. sopra, 5) a sostituire, nell’immaginario collettivo, tutto ciò che è concreto e stabile, causa di percezioni sensibili e, in risposta, di reazioni energiche ed atti di presa oppure di immunizzazione, con tutto ciò che, di astratto, simbolico, attraverso la mediazione mentale, causi la stessa risposta” … “le cose naturali in favore di quelle culturali, dei bisogni in favore dei desideri”.… a sostituire “i beni d’uso, materiali ma anche immateriali, artistici, per esempio, con i beni di scambio” …

Insomma, possiamo immaginare, semplificando, che i due mondi dialetticamente contrapposti, soggettivo delle parole ed oggettivo dei numeri (in veste algoritmica), reputato più affidabile, si fondano per offrire quantomeno un rimedio: un ubi consistam, un luogo in cui soggiornare e in cui sia possibile la sintesi pacificatoria della contrapposizione apparentemente insanabile di istanze, siano esse bisogni o desideri.

Tutto, al momento, fa pensare che il Demiurgo operatore di questa opportunità, sarà l’intelligenza artificiale, il nuovo, inedito, nostro Altro.

Sostituirà il Grande altro delle forme di vita collettive, delle convenzioni sui ruoli distribuiti in ordine alla produzione, del senso comune che mette in ombra il buon senso, dei gadgets, delle suggestioni conformiste delle quali la pubblicità costituisce la liturgia, dell’amore verso gli animali di compagnia invece dell’amore verso il prossimo, della mania di “apparire alla Madonna”, per citare Carmelo Bene.

Meno male se lo sostituirà, visto di che si tratta.

Non dico che per forza sarà così, dico che, al momento, appare sommamente probabile che possa esserlo. E che probabilmente non sarebbe peggio del mondo che ci lasceremo alle spalle, che, forgiato ad immagine e somiglianza nostra, con le forme, gli schemi, i passaggi sinaptico/neuronici dell’intelligenza naturale a strumento faticoso del nostro sapere, non sembra abbia dato buoni risultati storici. A parte un narcisismo fin de siecle, autoassolutorio, compiaciuto ed ebete. Che viene opposto, naturalmente, ad una intelligenza artificiale ampiamente misconosciuta.

Però l’ottimismo di chi sostiene che la I.A sarà sempre uno strumento al nostro servizio a patto di saperla utilizzare bene, mi pare una petizione di principio e un’illusione. Le grandi invenzioni fascinose hanno risolto sempre solo problemi di dettaglio ma, in compenso, hanno determinato cambiamenti sociali e di comportamento all’ingrosso. Hanno avuto effetti epocali.

Probabilmente la macchina del pensiero e della parola ci utilizzerà più di quanto noi utilizzeremo essa. Poco male, trattandosi di un cambiamento epocale al cui progetto il nostro libero arbitrio, se esiste, non è stato estraneo. Niente di male se ciò avverrà secondo un po’ di equità e saggezza, e anche questo è relativamente probabile, visto quanto, in barba al secondo imperativo etico di Kant, noi utilizziamo il prossimo e, ancor di più, ne siamo utilizzati.

Comunque, non dovremmo dimenticare che circa il 50% dei decessi ritenuti prematuri è effetto diretto delle tecnologie con le quali conviviamo, mentre sembra meno probabile che la Grande macchina detta I.A. abbia lo stesso effetto.

Non dimentichiamo, tuttavia, che trattiamo di tendenze futuribili di evenienze e che ogni curva di questo tipo e ogni evenienza è passibile di mutare per l’intrusione di variabili impreviste negli assi di riferimento, ma che è altresì passibile, per suo conto o natura, di causare effetti retroattivi. E che tali retroazioni possono, a loro volta, interferire con la forma della curva. Ciò che difficilmente verrà meno sarà la nostra tendenza a trattare i soggetti come fossero oggetti e viceversa. Il viceversa varrà per la Grande macchina.

Un fantasma si aggira nei meandri della nostra civilizzazione, vincente finora, a quanto pare, sulle altre, fantasma già presente a livello simbolico: un “Grande Fratello” (George Orwell) non malevolo, piuttosto servizievole, che nel “Brave New World” (Aldous Huxsley) avrebbe sempre maggiore consistenza e credibilità, dimostrandosi capace, se non di riprodurre l’Eden ed aprircene le porte, atteso che anche a lui mancherà (a), l’apriti-sesamo, almeno di offrircene un surrogato accettabile.

Il nodo a trifoglio di desiderio<>Legge<>godimento che sorregge la nostra soggettività, resterà probabilmente intatto. Si aggiusterà nella I.A. continuamente, affinché continui a vivere e prosperare il soggetto degli autoinganni. In quel grande libro in cui si inscrive tutto ciò che è stato scritto e registrato.

Ma è proprio questo che può renderci ottimisti sugli esiti della modernità, perché risulta che nella Storia ciò che è stato scritto è stato scritto a fin di bene molto più spesso di quanto sia stato scritto con intenzioni maligne. Strano ma vero.

Resterà (ogni evenienza ha un resto!) il problema di che fare del corpo, della nostra origine nella materia, in ciò che è stato scritto bio-logicamente, prima delle parole. E della nostra origine nell’energia… (lo hardware della macchina ne divora…).

 

Ho scritto quanto forse avete letto, 20.000 parole (non bastano due ore se si vuole capirne qualcosa) ad anticipazione di alcuni contenuti di un libro che sto tentando di scrivere e che tratta più specificamente della differenza tra senso e significato nel sapere. Non so se vedrà la luce, perciò vi invio questa specie di prefazione.

Mi commiato con ciò dal nostro dialogo, perché devo sfoltire provvisoriamente la pletora di rapporti epistolari che intrattengo, per poter dedicare all’impresa più parte del tempo libero da impegni famigliari. Naturalmente sarò ben lieto se potremo egualmente incontrarci per qualche chiacchierata in presenza.

Il tema che mi sono proposto, non solo la fenomenologia, ma perfino l’ontologia del sapere, non può non lambire la lezione dei vari Logici o, ancor di più, per la mia formazione, di Freud, ma ho deciso di cimentarmi nel tentativo di dire qualcosa di persuasivo modestamente per conto mio, aggirando il più possibile il loro pensiero: potete notare anche come già in questa riduzione non abbia mai menzionato né citato Lacan.

Giulio sarebbe, se leggesse, scontento per il taglio che, per essere fenomenologico, gli risulterebbe materialistico, ma qui ho trattato anche di ontologia del sapere, il che presuppone la centralità dell’” informazione” come messa al lavoro di segni, significanti, senso e significati, faccende che, se pure hanno una origine fisica nella nostra bocca e la loro meta nell’orecchio altrui, credo possano essere tutto, meno che materia (o energia).

Livio sarebbe scontento per il fatto che ho liquidato frettolosamente e perciò forse un po’ cripticamente il discorso della scienza nelle sette pagine del capitolo intitolato alla SCIENZA. Peraltro, per ragioni che tenterò di spiegare nel libro, sono certo che ciò che risulta poco chiaro al momento, è inevitabile che diventi chiaro anni dopo. Ma, in tutta sincerità, dopo aver tentato di leggere con qualche profitto uno di due libri divulgativi della fisica moderna che mi ha regalato, ero un po’ stanco di sforzarmi di sapere.

Lascia un commento