9. LA FELICITÀ

Ignoro se Saul Bellow sapesse che il suo romanzo “Il Re della pioggia” può essere letto come la metafora di una psicoanalisi. Una volta sostenne, un po’ snob, di averlo scritto puntando alla comicità. Non gli ho mai creduto. E’ solo un’eccezione nella sua vena che tratta per lo più la ripetizione ineluttabile nelle nostre scelte: in questo caso invece il suo protagonista si dà all’avventura non garantita, aperta al futuro e, una volta tanto, non nella forma del futuro anteriore. Così qualche rara volta si entra in analisi.

“Perché ho fatto questo viaggio in Africa? Non è facile da spiegare. Le cose andavano sempre peggio, sempre peggio, e a un certo punto erano diventate un viluppo inestricabile”.

Il protagonista, Eugene Henderson, è un americano di mezz’età, ricco, gigantesco, un po’ ingenuo un po’ maniacale, un grumo di desiderio: sente continuamente una voce che dice: “voglio, voglio!”. Intorno a lui i disastri si accumulano tanto da fargli venire il dubbio di c’entrarci abbastanza. Quando anche il matrimonio con la dolce Lily, che sembra fatta apposta per sopportare uno scatenato come lui, attraversa un momento di stanchezza, coglie l’occasione e va in Africa, nell’Africa più nera e profonda, alla ricerca di sé stesso, come si dice, nel suo caso di qualcosa che giustifichi e renda utile la sua debordante fisicità. Sembra l’Africa in cui Giacomo Leopardi situa il dialogo dell’Islandese con la Natura là assisa.

I favolosi enigmi in technicolor della sua Africa e le surreali avventure che attraversa nelle sue esplorazioni sembrano ora il racconto di un sogno, ora il racconto di un’autoanalisi che sceglie come interlocutore un fantastico re tribale, Dahfu, un po’ alla maniera di Freud con Fliess.

Il romanzo è scritto in prima persona, perciò l’interpretazione, sia del materiale onirico che del materiale analitico, è lasciata a noi lettori messi nella posizione dell’analista. Per altri esempi sarebbe emblematico il romanzo di Svevo “La coscienza di Zeno” o “Lolita” di Nabokov, ma anche “Memorie del sottosuolo” di Dostoevskij.

In questo caso dobbiamo dividere la nostra prerogativa di “soggetti supposti sapere” con l’ineffabile amico re Dahfu, oggetto di un sempre più stringente transfert da parte di Henderson. Appare più che mai evidente nel racconto la qualità di ogni amore di transfert, la supposizione inconscia che colui al quale ci si rivolge chiedendo lumi conosca qualche arcano intorno al nostro godimento.

Succede di tutto, a Henderson tocca attraversare più di un fantasma, qualche cocente disillusione, qualche frustrazione narcisistica che il suo Io ideale deve sopportare, poi vittorie inopinate, di quelle che lasciano l’amaro in bocca, fino, nel crescendo di un percorso iniziatico spesso esilarante, a doversi alienare in un animale feroce, prenderne le movenze.

Al suo fianco c’è un indigeno, brav’uomo di buon senso che gli fa da guida e interprete, mezzo Virgilio e mezzo Sancho Panza.

Succede che, causa eventi straordinari, il protagonista è chiamato a sostituire il re quando questi si immola nel tentativo di catturare da solo un leone in ossequio al rituale di riconferma del trono. Tra le varie incombenze che spetterebbero al malcapitato Henderson ci sarebbe quella di soddisfare il numeroso manipolo di statuarie amazzoni che compongono come guardie del corpo l’entourage del sovrano e di allevare un cucciolo di leone simbolo del nuovo regno.

Passi per il leoncino, può rappresentarlo come il bimbo che era stato, l’innocenza, eccetera, ma le imperiose e seminude dame di corte no, non ha l’età, non ha la disposizione, non ha il desiderio di regnare: è un fatto di realismo.

Evade rocambolescamente non solo dalla capanna in cui è tenuto liturgicamente prigioniero, ma anche dall’Africa, dal suo inconscio, portandosi appresso il leoncino, il sintomo analitico che ha resistito e che si tradurrà finalmente in un piccolo ma autentico atto etico. Anche “siderale” (per l’etimologia di de-siderio), perché è nell’aeroplano che in un cielo terso sopra le nubi lo porta verso climi meno torridi, che si prende cura di un orfanello iraniano spedito in America con un cartello al collo che lo identifica, come si era preso cura dell’animale.

L’aereo fa una sosta tecnica in Terranova, e Henderson vuole scendere e fare una passeggiata nella pista innevata con il bambino avvolto in una coperta.

Ho trascritto le prime frasi di Henderson nel romanzo, leggiamone ora alcune alla fine del libro.

“…La ragazza entrava dall’invisibile passeggero di prima classe, con il caffè. “Tutto a posto? Ma dov’è il suo cappotto?” mi chiese. “Il leone è tutto il bagaglio che mi porto dietro”, dissi…

Così uscimmo, il bambino ed io, ed io lo portai giù dall’aereo e su quel terreno gelato di quell’inverno quasi eterno, respirando così profondo che ne fui scosso. Felicità pura…. Scivolando corsi sul ghiaccio, con quelle scarpe di gomma. Le calze mi erano marcite ai piedi, perché non mi ero curato di cambiarle. Dissi al bambino: “Respira. Hai il viso bianco, per i tuoi crucci di orfano. Respira quest’aria, e prendi colore”. Me lo tenevo stretto al petto. Non sembrava avere paura di cadere insieme a me. E per me lui era come una medicina, e così era l’aria… E poi la felicità che mi attendeva a Idlewild, l’incontro con Lily. E il leone? Anche lui c’entrava.”

Fosse sempre questo l’esito di una analisi.

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