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E’ favolosa la plasticità simbolico-immaginaria che la Chiesa cattolica adotta da sempre nell’affrontare il tempo reale scandendolo con i suoi Concili così da trasformarlo nella sua Storia teologica e politica. La tendenza è quella di salvare ed allo stesso tempo, paradossalmente, di sacrificare le forme liturgiche lasciandole indietro sul piano del senso rispetto la dottrina che invece si evolve per far fronte alla pressione delle istanze civilizzatrici/disgregatrici che si presentano fuori di essa. Il compito della teologia, da direttivo e giustificativo del passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento, volge sempre più alla riflessione neoplatonica e tomistica per infine approdare a un interesse esclusivo per le contraddizioni morali nella società.

Tattica e strategie nella strenua lotta per continuare a garantire un senso del mondo a noi “poveri cristiani”, a non lasciarci in balia di un caos che potrebbe farci dubitare del buon senso del Creatore.

Non manca qualche testardaggine che indebolisce il fronte, ma si tende a sminuirne l’importanza affidandosi all’ironia di Tertulliano: “credo quia absurdum”.

Tuttavia sembra sfuggire a questo sviluppo la millenaria pervicacia nel tenere le donne distanti dai sacri misteri o comunque a lato di essi.

Nell’epoca del calo delle vocazioni e della disaffezione dalla fede o dall’integrazione nella comunità ecclesiale, è inspiegabile questa rinuncia ai benefici pratici che le donne apporterebbero alla Chiesa qualora venissero cooptate a tutti i livelli operativi sacrali e gerarchici e fosse loro permesso di sposarsi con i sacerdoti. Da tempo è venuto meno uno scopo del celibato: trattenere nella Chiesa e non disperdere in eredità famigliari il frutto delle donazioni ai pastori d’anime.

A mobilitare i sembianti religiosi contro le donne c’è del Reale impastato con l’immaginario primordiale che deve essere sostenuto, non un pregiudizio immunitario religioso che, per consentire di mettersene al riparo, stia al Simbolico; in altre parole, forse è la ginecofobia, un’esigenza radicata nella tradizione di tribù di pastori nomadi già prima che fosse formulata e poi scritta la Genesi, a causare la religione in quanto istituzione sociale, e non i sacerdoti a causare la ginecofobia di cui la trasgressiva Eva rappresenterebbe il sintomo.

La tesi molto convincente di Freud sulla genesi egizia del monoteismo ebraico e cristiano, influisce poco sull’argomentazione che segue, imperniata sui due aspetti più fondanti e problematici della civiltà, il sesso e il linguaggio, essendo in essi la determinazione di un “senso comune” della nostra vita.

Questa paura che la madre possa continuare a intromettersi tra il Padre e i figli, che possa continuare a parlare con essi nel chiuso della tenda (o del presbiterio, o dietro l’iconostasi), quando il linguaggio è l’unico vero mistero che ci differenzia dalle greggi che ne stanno fuori, viene ribadita in maniera ossessiva ogniqualvolta la religione sente l’esigenza del canone, di ridefinire il discorso nel suo punto centrale. A questo proposito è straordinaria la coerenza sacerdotale attraverso le tre fondamentali tappe dottrinarie che scandiscono i tremila anni della religione mosaico-cristiana, la Genesi, le Lettere di S. Paolo di Tarso, la Summa di S. Tommaso d’Aquino, coerenza riassunta da quest’ultimo così: “Non l’uomo deriva dalla donna ma la donna dall’uomo”.

Per trovare qualche via di fuga da questo delirio biologico bisogna andare in altri deliri, nella gnosi alessandrina che è lo sfondo in cui il Cristianesimo prende forma. Là ci si incomincia a scervellare su una topologia trinitaria che ha in sé qualche problema di maternità e paternità, e da bell’inizio si traduce con il neutro del greco pneuma la ruah dell’ebraico, il femminile soffio vitale che diventerà lo Spirito, maschile. Tuttavia il femminile è pressoché paritetico nei misteri gnostici tra charis, grazia, sophia, sapienza, e alogia, silenzio, tre principi di genere femminile non solo grammaticale cari alle donne come alla Chiesa, ma presi diversamente per le funzioni cui possono assolvere.

Non mancava nello gnosticismo l’idea di una madre generatrice di tutto, sia della madre di Cristo che di Cristo. Non mancò forse molto che si arrivasse a una “Matristica” accanto alla Patristica.

A ciò si riferiscono i contorcimenti della paolina “Prima epistola ai Corinzi”, il misticismo casto e bellicoso di Agostino, le dotte censure di Ireneo rivolte alle pseudo-eresie gnostiche valentiniana e marcosiana e i più scomposti e francamente ripugnanti anatemi che Tertulliano scaglia contro le donne pensanti. La Chiesa degli esordi non ebbe vita facile nel contrapporsi allo gnosticismo stando ferma su una linea il più coerente possibile con la tradizione biblica.

Appare allora molto strano che l’interdizione del sacerdozio alle donne e del matrimonio ai preti non si faccia mai dogma né vi si appunti alcuna delle 175 Bolle pontificie, mentre nella dottrina consuetudinaria è ribadita più o meno implicitamente dai tempi della patristica fino ai giorni nostri.

No, è invece perfettamente in linea con ciò che insegna l’antropologa Mary Douglas sul tabù, presente in ogni società come un simbolo di riconoscimento e coesione ma ancor di più come un segno inequivocabile che stabilisca un interno e un esterno della struttura sociale, senza alcuna necessità di essere spiegato all’interno. Costituendosi, direbbe Lacan, come buco di senso o rovescio insensato senza il quale un senso non ci sarebbe, un’esclusione simbolica che prende il posto dell’indiscutibilità, in senso sia giuridico che logico, tra i significati sociali.

In ciò c’è tutta la sagacia della Chiesa cattolica che ha capito come una legge non scritta e pertanto necessariamente interiorizzata sia più forte di una legge scritta.

Più di tutti se ne rese conto Pio V, Papa Ghisleri, quello della Controriforma e della battaglia di Lepanto, propenso altrimenti a legiferare su tutto.

Annotiamo a questo punto che il dogma della Immacolata Concezione fu promulgato appena da Pio IX dopo 1.800 anni dalle prime dispute sul problema.

Serve altro per non meravigliarsi dello scalpore che fece la famosa predica di Papa Luciani su Dio che “è più ancora madre”? Tanto da indurre fantasie di complotti sulla verità della sua repentina dipartita e indurre del pari l’impegno teologico del suo successore, Papa Wojtyla, ma più ancora quello del successivo Benedetto XVI Ratzinger a darsi da fare per ingabbiare l’azzardo prima che potesse infettare la dottrina.

Ratzinger fa della teologia verbosamente complessa per infine ribadire la tradizionale simbologia maschile del Padre e del Figlio e la neutralità di genere dello Spirito nella divinità trinitaria che già aveva difeso da cardinale, quando però, tra un groviglio di parole, leggevamo anche queste: “Dio è Dio. Non è né uomo né donna, ma è al di là dei generi. E’ il totalmente Altro”; colpisce la maiuscola lacaniana di Altro che può rimandare alla definizione che ne dà Lacan come “luogo del linguaggio” e colpisce ancor di più se gli si avvicinano i due aforismi “Dio è inconscio” e “l’inconscio è il discorso dell’Altro”, con il che si produrrebbe un bel circolo sillogistico.

Ratzinger cede alla tentazione della trovata teologica che Lacan sembra fornirgli? Forse, ma sbaglierebbe, perché per Lacan Dio è una significazione nell’inconscio, non l’inconscio, è definito dall’aggettivo nella frase, come segnala l’assenza dell’articolo determinativo; d’altra parte, l’Altro lacaniano è l’Altro “extimo” al soggetto, esterno ed allo stesso tempo interno ad esso, compreso il Reale di pertinenza, ovvero l’inconscio come effetto della delusione sessuale di quando la cosa materna è stata sostituita dall’oggetto come provvisorio significato dalla parola. Alterità presente come contraltare o rovescio di un Io nient’affatto neutro per genere.

Di cosa è totalmente altro l’Altro di Ratzinger se non del genere femminile? Non scarta dopotutto con il sesso la donna come principio dia-logico, un “due” problematico e pertanto in qualche senso impuro, svelando tra le righe la verità originaria della istituzione religiosa monoteista?

La pratica sociale della religione ebraica, vi si sia inserito o meno un Mosè, nasce alla stregua delle prescrizioni alimentari nel kasherut, che la Douglas fa risalire alla fobia dell’ambiguità (il suino che non è ovino né equino né bovino ma ha l’ungula fessa, il pesce senza squame, ecc…) quando l’ambiguità sembra (e forse è) un retaggio femminile nel linguaggio.

Forse il sistema patriarcale si fa appena può monoteista per giustificare e sancire definitivamente un antichissimo ratto del linguaggio perpetrato nella notte dei tempi all’insegna del Fallo e del Nome del Padre per rimediare all’ambiguità di un linguaggio inventato dalle madri, in parte e per qualche verso ancora compatibile con l’animismo e il politeismo. Inventato misteriosamente a che scopo o in supplenza di cosa? Non lo so, ma credo che, a sua volta, l’androcentrismo linguistico perdurante nella Storia può essere interpretato alla stregua della ripetizione freudiana di fatti traumatici legati alla soggettivazione simbolica come estraniazione dallo stato di natura.

Non che il linguaggio simbolico sia stato il primo linguaggio umano, precedentemente deve aver funzionato un linguaggio filogenetico eminentemente pratico, fatto di segni rapportati a bisogni istintuali e bastevole a sopravvivenza.

Volendo stabilire una distinzione in chiave linguistica e senza pregiudizio di valore tra i due tipi di religione, diremmo che il monoteismo ha forma verticale, tendenzialmente ri-verbalizzata con precisione e quindi più vicina ad una mentalità proiettiva-paranoide e il politeismo ha forma orizzontale, verbalizzata sommariamente e più vicina ad una mentalità introiettiva-schizoide.

Sembra in tutti i casi che il monoteismo si avvalga del fascino discreto di ogni monismo metafisico che metta fuori gioco l’Altro in vista di un essere completo in cui ri-alienarsi.

Resterebbe invece difficilmente spiegabile il fatto che, per quanto concerne il lignaggio (quanto si somigliano le parole lignaggio e linguaggio…), si è potuta imporre con apparente semplicità una certezza paterna del tutto ipotetica, cioè di parvenza, immaginaria e simbolica, potremmo anche dire “spirituale”, contro la più immediata certezza sensibile e materiale della discendenza materna. Una strana enfatizzazione del controllo della prole che fa pensare a un traumatico contraccolpo del rischio di perderlo. Voglio dire che non si conoscono, fuori da qualche mito secondario e confuso, storie che documentino il tramonto sicuramente travagliato di un sistema matriarcale, né in che forme sia esistito. In ogni caso andrebbe sicuramente retrodatato, salvo qualche eccezionalità isolata, rispetto le formulazioni antropologiche che ne sono state fatte. Una mancanza di sapere in cui trova posto il dubbio sul realismo della logica che gli antichi ci hanno tramandato, quando un pater risaputamente incertus, diventa ordinatore di ogni certezza a partire dal lignaggio. Il fatto che oggigiorno la scienza ha reso il padre certus, gli toglie la funzione puramente simbolica del Nome? Ecco una domanda destinata a restare sospesa, anche nella famosa risposta di Lacan: “…farne a meno a condizione di servirsene”. Resta una certezza, che il mantra lacaniano della simbologia paterna come puntello per il senso e quello freudiano come interdizione superegoica e causa di rimozione, può reggere solo a patto che vi si riconosca una mediazione materna nella fase delle prime cure all’infante, mediazione la cui negazione definitiva è la ragione d’essere di ogni monoteismo di cui il patriarcato sarebbe la verità. Scalzato il patriarcato, quelle religioni (l’Islam soprattutto!) si dissolverebbero come neve al sole.

Freud comunque, mentre elaborava la dialettica edipica del Super-Io per metterlo in relazione con l’Es e l’Io della “seconda topica”, intravedeva un processo valoriale, di civilizzazione, in questo passaggio, anche tramite il patronimico, dal concreto sensibile all’astratto simbolico che si fa cultura, non un fattore etnoriflessivo come altri, malgrado che negli ultimi suoi anni in cui scriveva i tre saggi su “Mosè e il monoteismo” si cominciasse a conoscere il pensiero del grande antropologo Franz Boas, suo coetaneo. Dal dubbio si passa alla meraviglia quando si consideri l’ortodossia della matrilinearità per sancire l’appartenenza di qualcuno al Popolo Eletto in quanto a lignaggio di sangue, soprattutto a fronte della patrilinearità o dell’occasionalità del lignaggio anagrafico (che riguarda il diritto civile per la trasmissione dei beni…) espresse nell’assunzione in Israele di un cognome che è paterno, oppure doppio o talvolta anche inventato.

Più di qualcuno si è chiesto come mai la psicanalisi è sorta in un ambiente prevalentemente ebraico. Non potrebbe essere sorta come negazione di quella prima negazione in cui consiste la prima grande religione monoteista? E pertanto come recupero e valorizzazione tardiva di quel “due” che ne è il rovescio? Un rabbino una volta mi ha detto che teneva d’occhio le donne che borbottavano in sinagoga perché ne aveva sorpresa qualcuna a litigare con Dio.

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