Cari amici, In una mail dell’inizio di novembre, che non riesco a rintracciare, preannunciavo un mio intervento più articolato di quanto di solito facciamo nei nostri rispettivi interventi, sulla fenomenologia e sull’ontologia del SAPERE inteso come verbo all’infinito, tipo il latino SCIRE, quasi un sinonimo di pensare o di capire, non come un insieme di conoscenze prodotte da questa attitudine umana. Questo, perché mi si è affacciata la questione di cosa stiamo facendo, scrivendo e leggendo in questa sede elettronica. Che altro se non confrontarci per sapere qualcosa meglio o di più sul mondo e sulla nostra vita in esso? Mi pare con più attenzione verso le qualità da descrivere che alle quantità.
Avevo scritto che, in assenza di una robusta ipotesi ontologica, cioè cosa voglia dire “sapere”, per poi giustificarla in tesi, non potevo pretendere di arrivare a certezze; perciò, dovendo limitarmi ad argomentare, ho pensato di attenermi ad alcune premesse o presupposti a modo di postulato o assioma. Credo tre. Non mi ricordo di che tenore fossero, perciò lo riscrivo stringendo così: niente possiamo sapere che non possiamo sapere di poter dire. Ammetto che, per essere difficilmente falsificabile, può sembrare tautologico, ma serve ad avvisare che non terrò molto conto dei modi di sapere trattati dal cognitivismo moderno succube delle neuroscienze.
SAPERE
Permettetemi di imitare, per cominciare, lo stile e un procedimento logico di Ludwig Wittgenstein tratto dal “Tractatus Logico-Philosophicus”.
“Oggi piove, ieri pioveva, domani pioverà”. Sul piano delle probabilità e dell’attualità questa proposizione pessimistica non sembra vera in alcun caso nel presente per quanto riguarda il luogo in cui probabilmente siamo, a parte Fabio che vive altrove, ma può valere come esempio di proposizione con cui qualcuno fa mostra (dica) di sapere (o almeno di voler sapere) qualcosa di veritiero su un qualsiasi evento percepibile, che può essere oggi, essere stato ieri o avvenire domani. Vediamo.
Che oggi piova può essere vero o falso: esco o vado alla finestra e lo decido empiricamente; che ieri abbia piovuto può essere vero o falso deducendolo da informazioni tratte dalla mia memoria o dalle testimonianze altrui, se mi sono pervenute; che domani possa o non possa piovere, può essere ritenuto vero, probabile, meno probabile o falso a seconda di informazioni che, a ben pensare, non sono altro che l’esito di misurazioni di tutto ciò che, per quanto sappiamo, eventualmente (e di solito) causa il fenomeno. Per lo più misurazioni della quantità di vapore acqueo stratificata nell’atmosfera e delle temperature nei diversi strati, ma di certo il meteorologo, per informarci sull’eventualità che domani piova (su una scala di probabilità tra 0% = falso e 100 % = vero) si rifarà a modelli matematici previsionali che tengano conto di molti dati quantitativi, tipo le variazioni progressive della pressione atmosferica, e anche di altre quantità significative tabulizzate storicamente da altri meteorologi misuratori.
A questo punto non dovremmo trarci in inganno: né 0% di probabilità vuol dire che è assolutamente falso che piova, né 100 % vuol dire che è assolutamente vero che piova, come non è vero che per una probabilità del 50% è assolutamente indecidibile che piova o non piova, per la semplice ragione che queste, come tutte le probabilità, non possono essere espresse da un numero che non sia, a sua volta, espressione di un calcolo tendente a zero o all’infinito, cioè a due traguardi che in matematica sono trattati come numeri, mentre si tratta piuttosto di concetti, discutibili come tutti i concetti, rappresentando, nell’immaginario comune, lo zero il nulla e l’infinito il tutto. Sapere se pioverà è sapere quanto basta per orientarsi. Perciò nessuno può credere che “l’asino di Buridano” sia morto di fame.
MI pare giusto annotare che Fabio preferisce chiamare l’infinito indefinito oppure innumerevole, il che mi va a genio, e che mi pare altresì propenso a dire, forse con Parmenide, inesistente il nulla (come dire che, fuori dal concetto, non possiamo farne il numero 0).
Posso accennare al fatto, visto che sono partito da Wittgenstein, che, per quel Logico, ogni concetto è un “gioco linguistico”, cioè la valorizzazione di certe parole invece di altre. (D’altronde, in ogni gioco si valorizza uno o un altro oggetto invece di altri oggetti in campo: nel gioco di carte, per esempio, una o un’altra carta, nella “dama” una pedina, nel gioco del football il pallone. Notiamo che l’oggetto viene valorizzato come significato entro il senso del gioco, cioè secondo delle regole e con lo scopo di un conseguimento di soddisfazione. Per lo più una vittoria su un avversario, spesso tanto introiettato da coincidere con sé stessi. Lo si può osservare anche nei giochi di altri mammiferi.
Si potrebbe dire che il gioco esiste e procede come una lingua, su due assi, il paradigma (la semantica, il contenuto) e il sintagma (le regole, la grammatica, la sintassi, la forma), ma la linguistica, un’elucubrazione sulle lingue, poco avrebbe da dire sulla “soddisfazione” che se ne trae. Da qualcuno è stato detto che può trattarsi di un “godimento”, cioè di qualcosa che ecceda il pareggio assoluto tra le energie spese nel giocare e il piacere della vittoria: forse la stessa cosa che ha spinto a giocare, no? Sulle relazioni tra soddisfazione, piacere, godimento, senso, significati, torneremo di sicuro.
A questo punto, invece, annoto che questa mia necessità, per poter essere realista riguardo la possibilità ovvero il desiderio di sapere ogni cosa per filo e per segno, di menzionare il calcolo infinitesimale di Leibnitz o le funzioni al limite di Cauchy, già anticipate nell’”esaustione” dei filosofi/matematici dell’antica Grecia, ha anche a che fare con la mia visione di una realtà essenzialmente continua (e non discreta) nel tempo e nello spazio, contrapposta a una visione che ammette più volentieri misurazioni in base ad unità e intervalli variamente prestabiliti. In seguito, tornerò sicuramente su questa opposizione.
Forse, è venuto anche il momento di dire che tutte queste precisazioni possono dimostrarsi eccessive o inutili, a fronte del nostro abituale ed inconsapevole tener conto di queste probabilità per immaginare, pragmaticamente, come dovremo comportarci all’indomani.
Tuttavia, a questo proposito, mi sovviene che anche la mia gatta, se vuole saltare dal davanzale della finestra sul tetto della legnaia, sembra prima calcolare la distanza in rapporto alle sue disponibilità muscolari e perciò la probabilità di raggiungere lo scopo: probabilità nulla, per un pelo o con discreto margine. Calcola quanto le basta per decidere. Va bene, ma calcolare non è misurare: più empirico il primo procedimento, sinonimo di contare delle cose direttamente fisiche, calculos, pietruzze (come quelle dei calcoli renali), più astratto il secondo, che confronta grandezze sulla base di unità (numeri), già in sé misure allo stesso tempo convenzionali ed arbitrarie.
Naturalmente, per noi c’è dell’altro: tornando all’esempio della pioggia, c’è la gradazione semantica del fenomeno, anch’essa difficilmente pensabile come discreta, distinta e definita. Cioè può piovigginare, piovere a catinelle, ad intervalli o quasi continuamente, solo per breve durata o per quasi tutto il giorno. È bene puntare l’attenzione fin da subito sull’avverbio “quasi”. Anche sotto questi riguardi viene accomodata, di solito, la nostra praxis.
Ma In ciò che ho scritto fino qui, è come se noi fossimo delle macchine prive di sentimenti, oppure degli organismi in grado di reagire a stimoli esterni di natura astratta (segni) o concreta (eventi), ma sappiamo invece che il significato emotivo (e variamente motivante) di ciò che percepiamo, ovvero di tutto ciò con cui abbiamo a che fare, va ben oltre il meccanismo dell’arco riflesso, come dire di un meccanismo di azione/reazione che non smentisca, per esempio (tratto dalla meccanica o dalla termodinamica), il principio di conservazione dell’energia. E va anche ben oltre la connotazione di certezza oppure di incertezza, soprattutto previsionale, che pure è necessaria per vivere e sopravvivere.
Insistendo nell’esempio, la prima cosa da dire è che la pioggia atmosferica non ha lo stesso valore per il contadino e per coloro che non hanno da far fare frutti alla terra, non ha lo stesso valore nelle diverse stagioni e nelle diverse circostanze. Inoltre, Il significante “pioggia” ha significati, cioè qualità attribuibili, che sarebbe difficile indovinare essendo spesso immagini della memoria individuale, diretta, di qualche episodio vissuto, o indiretta, già mediata nelle parole: ci sono le piogge romantiche, tipo “La Pioggia nel Pineto”, “Pioggia”, titolo di un racconto di W. S. Maugham , “Le Piogge di Ranchipur”, “Cantando sotto la Pioggia”, ma anche piogge ingenuamente metaforiche, come la pioggia di soldi se vinci alla lotteria o la pioggia di bombe sui soldati al fronte, o una pioggia di coriandoli, una pioggia di lacrime, oppure piogge proverbiali, come quando “piove sul bagnato”, o come “dopo la pioggia viene il sereno”, “pioggia di montagna non bagna la campagna”, piogge dei racconti mitologici, come la allegorica “pioggia di Mirra”, come la pioggia del Diluvio Universale durata, secondo la Bibbia, 40 giorni e quaranta notti, come dire “piove che Dio la manda”. Beh, chi più ne ha più ne metta, quello che importa dedurre è che conoscere questi significati significa per noi sapere, forse meno praticamente ed oggettivamente che nell’esempio dell’inizio, suddiviso nei tre tempi di passato, presente e futuro, in cui si voleva rispondere alla domanda se la pioggia c’è stata o meno, se c’è o non c’è, se ci sarà o non ci sarà con il massimo di certezza possibile, ma egualmente sapere qualcosa di più, qualunque cosa, in relazione alla pioggia. O, meglio, sapere di noi qualcosa di più come di chi sa qualcosa in relazione alla pioggia. Scostandoci, come si può fare nell’arte, nelle metafore e nei sogni, addirittura dalle forme Kantiane a- priori del tempo e dello spazio. Ma, pensandoci bene, che altro sapremmo se non le possibili relazioni della parola “pioggia” con altre parole? Anche, tra tantissime, IO oppure NOI.
Così siamo arrivati ad intravvedere due modi di sapere, oggettivo e soggettivo ma anche ad intravvedere, nel primo modo o approccio, la ristrettezza di senso e significati affidati a misurazioni con scopo specialmente previsionale e, viceversa, ad intravvedere nel secondo modo, la vastità di senso e significati affidati a più generici giochi linguistici. Questo secondo approccio, a voler essere precisi, un modo, più che di sapere, di desiderare di sapere, non sembra tanto utile o necessario quanto il primo per vivere e sopravvivere: si osserva facilmente che questo approccio soggettivo ammette, a differenza di quello oggettivo, interferenze sentimentali che complicano le nostre strategie in ordine a raggiungere o produrre più praticamente, cioè più rapidamente ed economicamente, le soddisfazioni dei bisogni naturali. Il che appare anche poco in linea con la “sepsi” della ricerca scientifica, si svolga, questa, con esperimenti mentali o con modelli sperimentali.
LE ORIGINI
È ragionevole interessarci alle origini dell’attitudine, della volontà, del bisogno o del desiderio di sapere che accompagna quel linguaggio umano che, come affermò già Aristotele, è la specialità per la quale possiamo dirci diversi dagli animali?
Non lo so, ma so che è inevitabile. Altrimenti, non si spiega come mai non esiste e non è esistita una sola comunità umana che non abbia immaginato qualche mito delle origini che spieghi la sua esistenza. Tralasceremo di considerare tutti questi miti planetari, li lasciamo agli antropologi di mestiere, esamineremo solo qualche mito più radicato nelle nostre tradizioni culturali che descriva da dove scaturisce questa nostra faccenda del parlare e del sapere.
Ma annotiamo tre presupposti: primo, ogni mito supplisce sempre a una nostra impossibilità di sapere qualcosa per filo e per segno; secondo, non sapere qualcosa pertiene allo sfondo immenso in cui ritagliare le cose che poi possiamo dire ragionevolmente, cioè all’incirca, di sapere. Nessuno ritiene che si ritaglino una cosa o un’altra a caso, in via stocastica, e per lo più si ritiene che si tratti di rappresentazioni accettate o volute, ancorché parziali, di una realtà che si può conoscere sempre di più e meglio. Questa direzione anti-caotica, in-formativa o, con un termine tratto dalla termodinamica, neghentropica, che il sapere non può non sussumere, verrà detto il senso del pensiero e del discorso umano. C’è anche da stabilire che quel non-sapere, vuoto immenso in cui procede il sapere, non è il nulla in cui nulla si potrebbe trovare a meno di non essere un dio creatore; allora, cos’è? È il chiasmo inevitabile del dritto e del rovescio, per cui non si sa senza non sapere, cioè senza la mancanza incolmabile dell’origine, faccende ben diverse della tesi e antitesi idealistica, componibile nella sintesi. Il terzo presupposto è più problematico, si può accettare o meno: io l’accetto in linea di massima, a metà tra il mito e il sapere. Si tratta di credere che valga l’intuizione di uno zoologo-filosofo-artista, Ernst Haeckel, che esista una corrispondenza o un rapporto di somiglianza tra ciò che accade nello sviluppo dell’individuo e ciò che accade nello sviluppo dell’umanità. Ciò a livello biologico, evolutivo e genetico sulla scia di Darwin, ma, mentre un darwinismo culturale si è dimostrato euristicamente poco produttivo, causa una incompatibilità reciproca di cultura e natura, la teoria della “ricapitolazione delle forme” mantiene qualche promessa euristica in campo antropologico evolutivo.
Dunque, è verificato che l’intelligenza di un infante, intorno ad un anno d’età, corrisponde all’incirca all’intelligenza di uno scimpanzè adulto, tenendo conto che, come altri mammiferi, quel primate a quell’età può essere detto adulto. Da quel momento, in concomitanza temporale con le prime approssimazioni e le prime competenze linguistiche, un bambino sopravanzerà l’animale in ciò che chiamiamo intelligenza e misuriamo come tale con vari esperimenti.
Per inciso, posso affermare che, in verità, se si tratta di misurare l’intelligenza, noi sappiamo misurare per lo più il saper misurare del bambino. Che cosa? Oggetti percepibili offerti alla percezione, le relazioni tra essi, ma sempre oggetti che per noi o per il bambino o per lo scimpanzé presumiamo debbano avere un significato, il che, semplicemente ma non tanto, vuol dire che sono nel mondo nostro, eventualmente del bambino o dello scimpanzé solo per una sorta di nostra immaginazione proiettiva.
Per definire cosa si intende qui per mondo, ricorreremo al termine tedesco Umwelt, ambiente esclusivo vitale/relazionale in cui prendono forma gli oggetti e gli eventi percepibili da un ente biologico, sia esso il mondo di un batterio, di una zecca, uno scimpanzé o un bambino. Il termine, concettuale, è dovuto all’etologo Jacob W. von Uexküll ed è in fondo un’anticipazione filosofica di ciò che il filosofo Martin Heidegger chiama Da-sein, l’esser-ci, “l’essere nostro, che senza la ci non può essere”. Possiamo essere accusati di ricorrere a un sillogismo se decidiamo, a questo punto, che necessariamente, per lo meno nel mondo umano non c’è oggetto che non sia significato?
Qual è il mondo di un Infante (infans, che non parla) e il mondo di un/a adulto/a? Può dirsi lo stesso mondo? Niente, nell’osservazione, ci permette di affermarlo.
Il/la neonato/a, vive una prima fase, detta “anaclitica” (di appoggio e dipendenza pressocché assoluta), che dura un po’ più della durata dell’allattamento, in cui si rivolge il più possibile verso il corpo della madre, luogo della sua provenienza natale. Del tutto inadeguato a separarsi da esso, non c’è ragione di credere che non prolungherebbe la sua dipendenza, mentre la madre ha ragioni per non assecondarla, tant’è che l’attaccamento madre e bambino non ha carattere di simmetria simbiotica se non apparente. È sullo sfondo di questa apparenza che osserviamo le prime attività del neonato che non sembrano fare differenza tra le parti oggettivamente sue corporee, parziali quanto indefinite (non ancora organi specifici per funzione) e quelle attive o passive del corpo della madre. In questa fase dello sviluppo i riflessi condizionati del bambino sono pattern poco dissimili da quelle di un primate (per esempio, volgere la testa verso un toccamento, l’aggrapparsi, volgere gli occhi verso un oggetto in movimento, ecc.) mentre i suoni emessi dalla laringe, geneticamente deficitaria rispetto quella di altri primati, sono più flebili e modulabili. Già verso i tre mesi riconosciamo delle vocali, verso i sei mesi delle consonanti, in seguito suoni che le assemblano. Siamo nel periodo cosiddetto della “lallazione” in cui il bambino gioca con queste sue sonorità con la mamma, per quanto possibile, con la mamma che spesso risponde con suoni simili o più articolati, ma egualmente non direttamente riferibili ad eventi ambientali che eccedano un rapporto madre/bambino tanto esclusivo da apparire simbiotico. Sarebbe del tutto fuorviante attribuire a queste sonorità i significati che troveremo in seguito nelle parole: esse sonorità hanno un solo significato, quello di iterare un gioco strettamente legato alla presenza della nutrice, essendo questa, come il gioco in sé, fonte di piacere, sia per la soddisfazione del bisogno nell’allattamento, sia per altri effetti corporei, per esempio nel cullare e nel pulirlo. Annoto qui che, nel caso dell’allattamento artificiale, un uomo può fare le veci di qualsiasi nutrice, ma con assoluta costanza, non sostituendosi ad essa occasionalmente; tant’è che qualche dissonanza può intervenire anche se si tratta di due donne. È il mondo dell’Uno-tutto-solo.
(Ritornerò su questo Uno-tutto-solo con una domanda fatidica, di logica pura, per poter poi argomentare su sapere soggettivo, fantasioso, fideistico, artistico, onirico, ed oggettivo, scientifico).
È così, tra soddisfazioni richieste dall’infante e godimenti a lui regalati, se e finché funziona, cioè se e fino a quando è presente la nutrice, altrimenti, subentra la frustrazione di una privazione. Naturalmente, per necessità, la mamma, il suo mondo favorevole, sempre più spesso si assenterà.
Ma, allora, non essendoci al momento altro mondo che quello di un solo corpo/mondo, cosa rimane di quella privazione che è anche una scissione? Rimangono, acquistando importanza prima sconosciuta, gli stimoli percettivi che provengono dal contorno di quel mondo in forme meno promettenti e responsive. Un contorno già di suo meno promettente, inaccettabilmente disordinato come causa di svariati stimoli percettivi da filtrare uno alla volta in ordine ad accettazione o ripulsa; ma, ecco il problema, rappresentati uno per uno nelle parole conformate come suoni ma incomprensibili come rappresentazioni di ciò che è accettabile, vero, buono, a differenza di ciò che è inaccettabile, falso, cattivo. Dalla Cosa (senza lo sfondo del non-sapere), all’oggetto in uno sfondo di non-sapere. Oggetto, obiectus, opposto, quando invece l’oggetto non è l’opposto del sapere quanto un suo rovescio. Questa della distinzione tra opposto e rovescio non è da poco.
L’intestardirsi dell’infante a testare la funzionalità del gioco sonoro nel suo poter significare, essere segno, di un virtuale piacere versus attuale dispiacere, sarà incline ad una imitazione propiziatoria dei versi che fanno segno di presenza, cioè le parole della madre, ma anche alla imitazione degli stessi versi con intenzione diversa, a fini esorcistici dell’assenza. Il gioco del parlare diventa un lavoro rivolto a far essere il mondo come piace e a farlo ritornare come piace se esso o i suoi aspetti sensibili accettabili vengono meno. Certo, non possiamo fare una colpa al bambino se, d’ora in poi, giudicherà quegli oggetti sonori, fonici e fonologici, più o meno adatti a rendere una immagine allucinatoria, più o meno piacevole o almeno sopportabile, del suo mondo ancora corporeo, sensibile e sensuale. Ed è così, in questo senso di autogratificazione e non in un altro, che verranno usati, quando saranno diventati parole nel loro ordinarsi per imitazione del linguaggio degli adulti, vistosamente più efficace per cambiare le cose de-signandole.
Nell’illusione di poter più facilmente raggiungere il suo scopo, di poter riprodurre l’”Eden” dell’incorporazione nel corpo materno, un’illusione in fondo assecondata dalla madre nella fase della lallazione, mentre lo scimpanzè imparerà ad operare con gli oggetti percettivi, il bambino imparerà ad operare con significazioni vocali di essi. Illusione di poter operare “in seduzione” con uno strumento lontano dal risultare adeguato, il che comporta inevitabilmente la delusione come un suo rovescio. Ma non è detto che la delusione produca rassegnazione (quella che nell’adulto assume la forma timica della depressione) o il passaggio all’operatività più realistica degli animali, tutt’altro: di solito viene rintuzzata ed eternata con fantasie di ulteriori possibilità a condizione di trovare le parole adatte. È così che nasce il pensiero, un dibattersi tra infiniti o indefiniti significati/oggetti che ha un senso solamente, quello della ricerca del piacere infantile anaclitico, regalato, gratuito, cui daremo il nome di godimento, per distinguerlo dal piacere inteso come ritorno alla quiete omeostatica dopo l’investimento nervoso dello stimolo, piacere, perciò, pagato equamente.
Poiché nulla, se non una mancanza (della Cosa primordiale impossibile da padroneggiare) ci spinge a pensare e a parlare con i significati/oggetti ancor prima di essere in grado di destreggiarsi tra e con gli oggetti/significati (quelli che per lo scimpanzé restano oggetti e basta, segni di eventi percettivi e nervosi) rimane del godimento nel corpo sempre più autonomo del bambino anche nel parlare o (vel) pensare. Un godimento di supplenza e di animazione del senso a scanso dell’impossibile. In questa commistione di senso e godimento troviamo la Verità, il sommo Bene, la Salvezza e tutti gli Assoluti scritti spesso con l’iniziale maiuscola.
Spesso ci si chiede se gli animali sanno qualcosa, se hanno del sapere inteso come effetto di un loro pensare. La mia risposta, in linea con quella di Cartesio, è no: facendo tutt’uno con il loro mondo, se sanno di qualcosa, lo sanno come una minestra sa di sale. Non sapiens ma sapidus. Se uno scimpanzé ammaestrato sembra sapere, sa come effetto di un sapere antropomorfico, nostro. Sapiens, che sa, è il soggetto nel Logos.
Il trauma della separazione dei mammiferi dal corpo della madre troverà il momento della “guarigione” nell’estro sessuale, mentre, per ragioni su cui non posso soffermarmi in questo scritto, si eternizza come “pulsione” (traduzione del termine freudiano Trieb, spinta), un sintomo umano universale, rimedio della privazione e rovescio della mancanza fondamentale, riconoscibile nella ripetitività delle motivazioni umane. Per una metafora, la lingua che batte sul dente che duole. Mi sono sforzato di non ricorrere ai noti schemi freudiani illustrativi delle traversie psichiche dell’infante nei primi 30 mesi di vita extrauterina, schemi drammatizzati alla luce del mito di Edipo, anche perché quella narrazione si costituisce come un tutto unico che descrive le origini dell’evoluzione culturale umana, mentre questa narrazione riguarda solo il primo anno di vita e il meccanismo con il quale il sapere umano si lega indissolubilmente alla verbalizzazione.
Passo ora alle origini mitologiche del sapere umano in generale, di cui possiamo sapere (scusate la ripetizione necessaria) solo, come causa efficiente ed essenza, un pensiero esprimibile in parole, oppure, come effetto, intraprese, scritture, manufatti e monumenti simbolici. Che, cioè, significano concetti esprimibili in parole.
Atteso che nulla di preciso sappiamo dell’origine del linguaggio umano, nel e per il quale, a differenza che in linguaggi animali, ogni parola significa qualcosa solo per la posizione esclusiva che occupa tra tutte le altre; atteso anche che nessun paleontologo o antropologo ha cavato in proposito un ragno (scientifico) dal buco, mentre Freud, per inoltrarsi nel possibile discorso di una genesi specie-specifica del linguaggio, in cui prese forma la cultura umana civilizzatrice, si inoltra nelle mitologie universali del suo meraviglioso libro “Totem e Tabu”, io mi acconterò di menzionare brevemente qualche mito delle origini ben radicato nella nostra particolare tradizione culturale.
Ripeto: è il più comune procedimento gnoseologico, quando non si sa nulla, per poter pensare di sapere qualcosa.
L’incipit del Vangelo di Giovanni non può dirsi propriamente un mito, è piuttosto una doxa (traducibile dal greco in latino recta opinio) filosofica ben radicata nella tradizione della filosofia greca. È scritto in greco, non in aramaico, che era la lingua di Gesù, ed appare immediatamente inserito nella cultura filosofica ellenistica diffusa su tutte le coste del Mediterraneo., soprattutto con Platone, che, con il doppio “mito della caverna” (Repubblica) e dell’”auriga” (“Fedro”), immaginava le idee incorruttibili ed eterne nell’”Iperuranio” come principio di tutte le cose sensibili, un po’ alla stregua del “primo motore immobile” immaginato da Aristotele.
“- In principio era il Logos – e il Logos era presso Dio – e il Logos era Dio – Questi era in principio presso Dio. – Tutto è venuto ad essere – per mezzo di Lui – e senza di Lui – nulla è venuto ad essere – di ciò che esiste – …”
Per prima cosa, in nessun papiro o palinsesto cartaceo in greco antico vi sono le maiuscole che si leggono qui per edizione canonico-liturgica, e in qualche edizione latina post-gerolimiana.
I tentativi di omologare il Logos al Cristo come incarnazione divina/filiale sono interpretazioni ecclesiali e talvolta traduzioni ad hoc del prosieguo giovanneo.
La distinzione, che c’è anche nel testo greco, dei due significanti essere ed esiste, mancante già nel latino, mi fa pensare che Giovanni già intuisse che le cose esistenti in sé e per sé, sono per noi, trascendentali in senso kantiano.
Per concludere, Il senso del prologo è che Dio è l’Altro della parola, del linguaggio, suo Altro interiore come può esserlo per noi, in cui prendono forma intelligibile tutte le cose della realtà percepibile, fuori delle quali possiamo supporre ci sia l’Altro come significante equiparabile al significante Dio. Leggo questo come una metafora dell’uscita, sia dell’individuo umano sia della specie umana, da un indifferenziato in sé e per sé ineffabile, indefinibile, all’essere di cui non dubitiamo l’esistenza in virtù del Logos.
Vi prego di non correre in Wikipedia o in Chat GPT per controllare la correttezza della mia interpretazione che, essendo farina esclusiva del mio sacco, si suppone anche che abbia superato questo genere di esami.
Per non perdermi nella selva oscura degli intricati miti greci, scelgo di affidarmi alla Teogonia di Esiodo come alla più canonica delle narrazioni poetiche sull’origine di ciò che intendiamo per Umanità. Tutto comincia con il Caos, un enorme ed indistinto nulla. Dal vuoto del caos apparve Gea (la Terra) con alcune altre divinità primordiali: Eros (l’Amore), l’Abisso (il Tartaro) e altri, si suppone meno importanti perché meno menzionati in altri miti. Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo), che una volta nato, la feconda. Dalla loro unione per primi nascono i Titani, sei maschi e sei femmine. Urano getta i figli nel Tartaro per paura di perdere per causa loro il posto di re, in quanto marito di Gea, del creato.
Crono – “l’astuto più giovane e terribile dei figli di Gea”[38] – viene salvato dalla madre Gea perché possa vendicare i suoi fratelli. Infatti, evira il padre e diviene il sovrano dei titani prendendo come moglie la sorella Rea, mentre gli altri Titani vanno a comporre la sua corte. Da Rea ha diversi figli che, per paura che lo spodestino, mangia uno ad uno. Ma non il più piccolo, Zeus, che Rea riesce a nascondere affidandolo alle cure della capra Amaltea e che sostituisce con una pietra ravvolta in fasce e in panni. Crono, ignaro della sostituzione, ingoia quello che crede l’ultimo dei suoi figli. Una volta adulto Zeus affronta suo padre e lo costringe a bere un farmaco che gli fa vomitare tutti i figli che aveva divorato, infine lo sfida scatenando una guerra per il trono degli dèi. Alla fine, Zeus e i suoi fratelli e sorelle riescono ad avere la meglio, così che Crono ed i Titani vengono buttati nel cesso (il Tartaro).
Non è magnifico? E, vi assicuro, è letterale. Se, per caso, vi capiterà di leggere “Totem e Tabù” di Sigmund Freud, vi ci ritroverete senz’altro a livello di metafora, ma attiro la vostra attenzione sul fatto inaudito che Gea, senza la collaborazione di alcuna figura maschile, genera Urano (il cielo) che, una volta nato, la feconda.
Per parte mia, interpreto il “farmaco” come il linguaggio.
Se i miti greci dell’origine sono oltremodo intricati, questo è niente in confronto con i miti “norreni”, scandinavi, indoeuropei come gli altri che prendo in esame, ma di più ardua datazione: trasmessi in forma orale, con tutti i pasticci e i malintesi del caso (questo è per Paolo), hanno permeato la cultura germanica veicolati soprattutto nei “Vedda”, una raccolta scritta nell’alto-medioevo. Vorrei sbrigarmi con questi miti cosmo-teologici, ben sapendo che Fabio, qualora mi diffondessi, interverrebbe con la sua poderosa conoscenza delle saghe germaniche.
Comunque, il succo è che in principio c’erano il mondo del ghiaccio e il mondo del fuoco e tra di essi Ginnungagap, un “vuoto spalancato”, nel quale non viveva niente. Qui fuoco e ghiaccio si incontrarono, dando forma al gigante primordiale, Ymir e alla vacca cosmica, Auðhumla il cui latte nutrì Ymir. La mucca leccò il ghiaccio, dando forma al primo dio Buri, che fu il padre di Borr, padre a sua volta di Odino, e della sua stirpe che uccise Ymir e con il suo corpo formò il mondo. Cosa dedurne? Che prima nasce l’uomo, un gigante, e poi nascono gli dèi. I quali uccidono l’uomo, a quanto pare, risparmiando la donna/vacca. Accedendo ad altri miti dello stesso filone o saga, troviamo che Odino conosce per primo le Rune come simboli magici senza i quali non ci sarebbe conoscenza di alcunché. Come se si originasse prima il segno scritto e poi la parola. Non so che dire.
E adesso veniamo al mito per noi più significativo, la Genesi.
Riporto solo alcuni versi tratti da 2-1-11 e da 3-1-11.
2-7) Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un’anima vivente. 2-16) Dio il SIGNORE ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, 2-17) ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». 2-18) Poi Dio il SIGNORE disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 2-19) Dio il SIGNORE, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. 2-20) L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi, ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 2-21 Allora Dio il SIGNORE fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui e richiuse la carne al posto d’essa. 2-22 Dio il SIGNORE, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. 2.23 L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 2-24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 2-25 L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.
3-1 Il serpente era il più astuto di tutti gli animali dei campi che Dio il SIGNORE aveva fatti. Esso disse alla donna: «Come! Dio vi ha detto di non mangiare da nessun albero del giardino?» 3-2 La donna rispose al serpente: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; 3-3 ma del frutto dell’albero che è in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non ne mangiate e non lo toccate, altrimenti morirete”». 3-4 Il serpente disse alla donna: «No, non morirete affatto; 3-5 ma Dio sa che nel giorno che ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male». 3-6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. 3-7 Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e si accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. 3-9 Il SIGNORE chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?» 3-10 Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura, perché ero nudo, e mi sono nascosto». 3-11 Dio disse: «Chi ti ha mostrato che eri nudo? Hai forse mangiato del frutto dell’albero che ti avevo comandato di non mangiare?» 3-12 L’uomo rispose: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha dato del frutto dell’albero, e io ne ho mangiato». 3-13 Dio il SIGNORE disse alla donna: «Perché hai fatto questo?» La donna rispose: «Il serpente mi ha ingannata e io ne ho mangiato». 3-16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te». 3-17 Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. 3-19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai». 3-20 L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché è stata la madre di tutti i viventi. 3-21 Dio il SIGNORE fece ad Adamo e a sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì. 3-22 Poi Dio il SIGNORE disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».
Sulle metafore di questo mito dell’inizio del mondo umano specie-specifico ci rompiamo la testa da millenni e io non mancherò di dare la mia interpretazione che, guarda caso, nella sua parzialità, sarà abbastanza in linea con ciò che descrivevo delle origini del sapere individuale. A questo volevo arrivare. Per dare ragione a Haeckel.
C’è un mondo, l’Eden, in cui non manca nulla, c’è l’avvento del sapere nella tentazione passiva dell’atto ed attiva nella parola della donna, c’è la conseguente perdita del mondo naturale, la sua sostituzione con il mondo culturale, cioè con i primi significanti in sé inspiegabili, nudità e morte. Non manca, mi pare, come conseguenza della signoria patriarcale di un Dio onnipotente l’assurdità della primazia maschile nella nascita e nello stabilire la aedequatio rerum ad verba, assurdità entrambe canonizzate nella dottrina tomistica, tremendo caposaldo nella nostra cultura.
No, non credo che le cose siano andate così: è più probabile che, in qualche momento cruciale intervenuto nella realtà preistorica da intendere come Umwelt diacronico. fatto di eventi, le madri si siano trovate in una situazione di troppo stretto e perdurante rapporto con la prole e abbiano inventato un linguaggio magico, in sé e per sé strutturato simbolicamente, traslitterante nei significati (tra i quali, come vedremo, il mistero del pudore e di un soggetto come rovescio dell’oggetto significato…), opposto a quello preesistente in cui ogni segno era biunivocamente collegato ad un evento senza se senza ma, come nella comunicazione degli animali che, secondo la loro specie, fanno tutt’uno con il loro Umwelt.
Posso azzardare, senza diffondermi, che quella situazione germinativa del virus simbolico, del logos, si sia verificata, non uniformemente nei diversi territori, verso la fine dell’ultima glaciazione, un periodo di tempo non determinabile con certezza, compreso all’incirca tra 50.000 anni e 25.000 anni fa, cui fa seguito lo scioglimento di enormi ghiacciai e l’innalzamento delle acque, un fenomeno che può essere il riferimento del mito del Diluvio universale, culturalmente diffuso in diverse etnie. Con un po’ di malizia ho chiamato il simbolico un virus, perché effettivamente, ci consente il sintomo di porre qualcosa dove non c’è nulla.
Se c’è un minimo comun denominatore nei miti considerati, esso è clamoroso: l’umanità sapiens sembrerebbe, nella sua alba, essere stata una fluttuante società di esseri coscienti di essere figli, fratelli e sorelle. E che, probabilmente, si immaginavano come tali.
Il SOGGETTO
Al minimo, il soggetto è il soggetto grammaticale della proposizione, cioè colui che parla. Sulla base del postulato riscritto nel prologo introduttivo, si può supporre che sia anche la res cogitans di Cartesio: ciò, ovvero colui/colei, che pensa. Non è detto che si pensino frasi formate grammaticalmente, “io Tarzan, tu Jane” può andare bene. Il bambino che muove la mano verso un dado e pronuncia i due fonemi da -do è il soggetto che pensa e parla, meglio, forse, che agisce, parla e pensa. Annotiamo due cose: primo, nessuna particolare qualità nell’associazione dei due fonemi è riscontrabile ex ante et a priori in un dado; secondo, inspiegabilmente, non importa che sia presente qualcuno, il bambino si esprime spesso foneticamente anche se è da solo, seppure la parola sembri fatta per comunicare qualcosa a qualcuno. Nella prima nota si conferma la famosa arbitrarietà del significante intravvista dal linguista Ferdinand De Saussure, nella seconda, il sospetto che noi, da soli, non siamo mai. Qualcuno ricorda il film “Cast Away” e il rapporto di Tom Hanks, naufrago costretto alla solitudine, con il pallone Wilson? Prima era solo e poi non più solo, dopo che la risacca glielo ha portato? L’Altro, che scrivo con la maiuscola per rendere l’idea della sua genericità, imprescindibilità ed universalità, forse che, introiettato, non c’era già?
Ed ecco una domanda precisa: Il Soggetto e l’IO sono la stessa persona, quando, per persona intendiamo l’individuo nelle sue qualità conoscibili? Ho mille buone ragioni per non crederlo, ma Fabio sta leggendo “Psicopatologia della Vita Quotidiana” di Freud, e basterebbe leggere quel libro per indurci a pensare che il Soggetto e l’IO non sono la stessa persona, cioè agiscono in maniera diversa con diverse motivazioni. Il primo più attento al senso, il secondo ai significati, agli oggetti/significati, se non per altro per essere esso stesso un significato. E un nome. Pensiamo alla frase del “roveto ardente” (B. Es 3,1-15) nel significato desunto dal tetragramma teofanico che è il primo nome di Dio nella tradizione occidentale: “io sono colui che è”: vi è presente un soggetto e un predicato. Non ci ricorda, se messo al negativo, l’attestazione di non essere un robot che ci viene chiesta in una interlocuzione telematica? Ci chiede di essere esseri coscienti.
Siamo coscienti o, per lo meno abbiamo la coscienza. Un filosofo, non mi ricordo quale, ce ne sono troppi, forse Ernst Cassirer, una volta ha scritto: “la coscienza è il pensiero (o il pensare) che non esclude come suo oggetto di pensiero il pensatore”. Possiamo allinearci con questo aforisma, in tutta la sua credibilità, dicendo che la coscienza consiste nel sapere di sapere e nel sapere di non sapere, sia dicendo che il soggetto della parola, della coscienza, del pensiero, è il rovescio di tutti gli oggetti dicibili, conoscibili, pensabili, non escluso se stessi. Insomma, come soggetti, saremmo allo stesso tempo un extra nel mondo e il mondo stesso, già inteso come la somma degli oggetti di cui fare esperienza come percezioni e come elaborazione di significati. Tra questi, credo di ripetermi, l’IO. Non c’entra con una fede cieca e statica nella propria identità. D’altra parte, sicuramente non saremmo quella cosa unitaria ed indistinta che, per l’individuo umano, ho chiamato l’uno-tutto-solo, ovvero, bambino<>madre<>mondo. Oppure, per la specie “sapiens”, nel mito della Genesi, nel Vangelo di Giovanni e nella mitologia variamente indoeuropea delle origini (so troppo poco di altre mitologie…) l’indifferenziato ante-creazione, variamente nominato. Siamo invece quella pulsazione logica per cui, se appena pensiamo noi stessi ci troviamo ad essere oggetti di conoscenza da parte di noi stessi. Un altro filosofo, so chi fosse ma non lo dico, una volta ha scritto oppure detto (questo non ricordo di preciso), “pensiamo dove non siamo e siamo dove non pensiamo”. Non so quanto euristico sia questo aforisma, ma pare ironico verso il “Cogito” cartesiano che divide con tanta certezza il pensiero dal corpo.
Cosa cogita il soggetto cartesiano? Una delle due, o cogita la res extensa, il corpo, o cogita altre cogitazioni, altre res cogitantes o cogitatas Cosa sarebbero, queste, se non parole? Quelli oggetti/significati che il bambino trova fuori del rapporto simbiotico con la nutrice, nel luogo o mondo umano che circonda l’uno-tutto-solo e in cui avrà esistenza personale in quanto “parlessere”. Paolo, una volta, è andato a controllare se questo termine concettuale è compreso nel vocabolario italiano: non l’ha trovato, è un neologismo, ma non per questo non pertiene al sapere, quel gioco che, come abbiamo detto all’inizio, consiste nello scegliere parole per ricombinarle secondo le leggi della lingua alla luce del senso, leggi che una comunità storica ha elaborato attraverso tutti gli equivoci intercorsi nel comunicare durante la sua storia. Questo gioco, come abbiamo detto, è cominciato accidentalmente nella specie umana (dopo tutto creandola come significato, tanto che la nominazione può essere sinonimo di ominazione), cosicché, per la ricapitolazione haeckeliana, resta accidentale nella storia dell’individuo, come dimostra il sintomo afasico o il mutismo in casi di allevamento deprivato di rapporti bimbo<>nutrice nella fase della lallazione.
Tutto ciò può indurci a non dare troppo credito ad Ulisse quando, nella famosa ”orazion picciola”, afferma che “nati non siamo (siete) per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Sembrerebbe piuttosto che siamo nati per viver come bruti, per esempio, come lo scimpanzé menzionato, e poi sia successo qualcosa, il crearsi del linguaggio umano, che ancora non sappiamo se sia a nostro favore o a nostro danno, ma che sicuramente vorremmo fosse a nostro favore, tant’è che esso non esisterebbe se il senso del parlare e del sapere o, meglio, del desiderio di sapere, non fosse tanto legato al godimento come una direzionalità verso di quello.
Ma, queste due figure, il soggetto pensante/parlante e il corrispondente Tizio conoscibile, epifanico, cioè che ci pare di conoscere nelle sue qualità riscontrabili, sarebbero simmetriche a livello del sapere? Neanche per sogno, perché il secondo, l’IO con nome e cognome, non sa granché sul primo, pur pensando di saperne, mentre il primo sa tutto ciò che si può sapere sul secondo; però non è detto che sappia di sapere, come il primo non sa di non sapere. Non è sbagliato dedurre che nel soggetto si riproduca, come “eterno ritorno” la prima separazione, eternamente sincronica, dell’uno-tutto-solo in due entità, il soggetto (del pensiero) e l’oggetto (del pensiero), ovvero il mondo/significato sul quale desideriamo sapere il più possibile.
Sorge una questione: se la simbiosi madre/creatura, dando un po’ di credito a quanto detto finora, è simile, breve o lunga che sia, nella vita animale e in quella umana, mentre pare che l’animale accresca linearmente, crescendo, le competenze su ciò che gli serve per rendere efficaci le azioni, pare che l’essere umano perda qualcosa in quella separazione, qualcosa che, per ritrovarla forse rinuncerebbe al gioco laborioso di sapere i significati, le relazioni tra gli oggetti nell’enigmatico mondo esterno. Ma, “dura lex, sed lex“, quel qualcosa deve fissarsi in lui o lei come mancanza, punto e basta. Non mi pare che manchi la mamma, dopo che la si è chiamata con un nome che resterà, è più probabile che manchi addirittura la natura, un mondo che non può e non deve mancare di nulla come è il mondo degli animali. Questa affermazione ci conduce al prossimo capitolo, traducibile nella domanda se il sapere, la cultura, è in grado di supplire del tutto alla mancanza fondamentale che, se ci atteniamo strettamente al concetto di funzionalità, è il rovescio dell’autonomia.
L’ INCONSCIO
Un qualsiasi mammifero, svezzato, se ne va in giro per il mondo sotto il controllo degli adulti, prima della nutrice, in seguito di tutti gli altri di un gruppo, se un gruppo c’è, finché, a maturazione sessuale avvenuta come segno di passaggio alla vita adulta, se la vedrà da solo o da sola nel suo mondo bio-istintuale. In nessun caso si osserva una inversione causale/temporale tra il divenire adulto e il divenire procreativo. Da questo momento le differenze somatiche individuali in animali della stessa specie non determineranno comportamenti individuali che esulino da quelli istintuali specifici. La sequenza del comportamento è certa, non serve misurarla.
Non è lo stesso per l’essere umano: non c’è certezza oggettiva, il passaggio da infanzia a maturità non è sancito o garantito bio-logicamente, piuttosto mediante riti di passaggio simbolici socialmente convenzionali con significati diversi nelle diverse etnie. Questi riti di passaggio hanno sempre una parola che li indica, un nome, sono spesso legati a credenze religiose, ma il loro minimo comun denominatore sta nell’apparire essi la causa di future differenze comportamentali, a loro volta evidentemente culturali, cioè che comportino qualità che si possono e si devono sapere per sapere chi si è.
Quanto un adolescente, per esempio, sa di tutte le implicazioni etiche del rito di passaggio che lo definiscano adulto, quanto due sposi sanno di cosa implichi essere marito e moglie, non si sa: si sa che, di solito, viene loro insegnato. A conferma che, mentre il sapere dell’animale è istintuale ed oggettivo, quanto basta, come ho già osservato nella mia gatta nel primo capitolo, per agire con efficacia, il soggetto, esclusivamente umano, per sapere, deve pescare significanti che possono e talvolta devono essergli insegnati da un altro soggetto onde poter essere definibile in qualche modo e potersi, a sua volta, definire.
Sapere chi siamo è possibile solo nel mondo simbolico, linguistico degli altri. (Per inciso, annotiamo, volendo polemizzare con gli entusiasti del darwinismo culturale che esagerano in determinismo, che anche la quantità di successo procreativo come effetto somatico, misurabile in zoologia ed etologia, non è misurabile nel mondo umano senza tener conto del poter essere effetto di cause etiche, economiche, politiche, comunque culturali e non naturali). Solo il parlessere, l’essere umano, può sapere chi è, a patto di saper vivere la mancanza nel cercare di supplirla come senso della vita, cioè come ciò che giustifichi il sapere, qualunque cosa sia, non usare il sapere per giustificare l’IO identitario. Penso a qualche mail di Paolo o di Giulio: si potrebbe affermare che, se dare un significato a un perceptum, risponde alla istanza di sapere il “come” del mondo, rappresentarsi un senso delle cose risponde alla domanda del “perché”.
Il concetto di godimento è il più sensato per rendere conto del senso, della mancanza, del sapere, del parlare, dell’essere umani almeno nella definizione di Aristotele: zoon logon èchon (animale che ha la parola), ma atteso che tradurre logos è arduo, sempre nel testo “Politica”, lo chiama anche zoon politikòn, cioè animale sociale, dato che per i greci del IV sec a.C., la polis era la società.
Non sappiamo se gli animali nella fase anaclitica godessero, né se godano da adulti, sappiamo che provano dispiacere o piacere, il secondo per evitare il primo, proprio come noi, ma il concetto di godimento lo escogitiamo noi proprio per metterlo in opposizione al piacere, reputando questo a saldo zero economico, in quanto a dispendio di energie, e quello, come abbiamo già detto prima nel capitolo LE ORIGINI e poi in IL SOGGETTO, del tutto gratuito e perciò del tutto passivo. Ecco un caso in cui preferisco menzionare l’opposto dialettico invece del rovescio topologico, essendo il senso della mancanza il risvolto cosciente del godimento, non il dispiacere. So bene di aver scritto or ora qualcosa difficile da capire. Pazienza, in assenza di qualcuno che spieghi meglio.
Basta però per alludere al fatto che il godimento non è affatto un bene oppure la mancanza un male, può essere magari l’opposto. (Altrimenti non si spiegherebbero, come vedremo in seguito, i sogni angosciosi).
Segni di giubilo e corrucciamento si osservano nel bambino anaclitico, ancora incapace di agire efficacemente, pertanto passivo. Non siamo in grado, fuori di antropocentrismo, di interpretare in questo senso dei segnali animali. Quanta tensione scarichi il bambino sorridendo e quanta il gatto a far le fusa non è chiaro. È invece chiaro che “con i godimenti bisogna andarci piano: si incomincia con le carezze e si può finire con la frusta”. Può sembrare una citazione da Nietzsche, ma non lo è. Comunque, nella citazione esatta, è nominata “la graticola” invece della frusta.
Torniamo alla relazione che può intercorrere tra il senso, il godimento e, last but not least, il desiderio cioè verso ciò che ci fa agire soggettivamente, cioè per fini che eccedono il quanto basta per sopravvivere. Per il di più non misurabile.
Grosso modo, abbiamo delineato il rapporto tra senso e godimento dicendo che il primo è la direzione obbligata verso il secondo, la cui essenza è di essere muta, prelinguistica, non ancora toccata dal sapere veicolato con e nelle parole tra i significati, compreso il sapere su noi stessi: su di noi che, stando ad Aristotele, perché no, siamo animali parlanti, sociali ed infine politici.
Essere politici significa saper concorrere, per appropriarsi di qualche significato senza per forza predarlo e, nel migliore dei casi, saper distribuire i significati che ci definiscono.
Ma ciò che Aristotele non coglie appieno è l’importanza del rispecchiamento come uno dei fattori che ci rendono diversi dagli animali. Non dimentichiamo (cap. LE ORIGINI) che, quando la mancanza ci spinge a cercare nel linguaggio una supplenza al godimento, facendo del linguaggio il nostro mondo, esorcizziamo la solitudine, alluciniamo il godimento della parola come causa di presenza/assenza della nutrice e, in generale, dell’adulto parlante: un altro, sì, ma simile a noi. Lui, cosa cerca, a cosa mira di definitivo tra gli oggetti significati trai quali ci muoviamo poco più che alla cieca? Cosa sa? Mai a questo avremo una risposta definitiva per una ragione semplicissima: l’altro speculare ma più grande, crede di sapere ciò che cerca, ma ciò che trova non è mai quello. Non sa proprio quello che vorrebbe sapere, come dire che non sa un granché! Sono prossimo a partire per l’Egitto: ogni volta non posso fare a meno di ricordare la battuta di Hegel: “è inutile che vogliate conoscere i significati dei misteri egizi, dato che erano misteriosi per gli Egizi stessi”.
Dobbiamo, a questo punto, ipotizzare, dopo aver ipotizzato la presenza allucinatoria, interiorizzata, di un Altro, onnipresente, onnisciente ed onnipotente, l’esistenza di un oggetto/significato, “lost in transalation”, continuamente perduto ed assolutamente non ritrovabile, segno del limite che, come l’orizzonte, l’ombra e l’arcobaleno, ci portiamo inevitabilmente appresso. Chiamiamolo “a” minuscolo, in simmetria con la maiuscola di Altro, maiuscola, tuttavia, fuori luogo, dato che anch’esso trova in “a” il suo limite.
Nessuno può rassegnarsi a questo, per logica, dato che (cap. LE ORIGINI) l’origine del mondo e di noi stessi sta nella nostra separazione dalla Cosa di cui l’oggetto/significato fa supplenza. Affrettando il passo nella nostra retorica, possiamo dedurre che, come la mancanza della cosa si fa causa dell’oggetto “a”, primo e ultimo significato destinato a rimanere inconscio, questo assoluto resto (o eccezione) linguistico, un buco nel linguaggio, si fa causa di desiderio. Come non c’è senso senza mancanza così non c’è desiderio senza un suo oggetto precario in perenne e, in fin dei conti, deludente, rappresentanza di quello vero, che non c’è. Scivola da significato in significato e, se ogni significato è anche una metafora che significa qualcos’altro, il desiderio percorre la metonimia come ciò “che mai non empie la bramosa voglia, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria”.
Poiché le decisioni su cosa fare e cosa non fare vengono prese in base a sapere e non sapere quanto basta (probabilità), non possiamo sapere quanto peso nel decidere avrà il desiderio inconscio in accordo o in disaccordo con ciò che la coscienza, la ragione, la misurazione, ci suggerisce. Tutto il nostro affannarci a parlare e straparlare entro di noi, cioè a cogitare (spesso un abracadabra), per sapere cosa fare e cosa non fare, cosa vale la pena di sapere e cosa si può tralasciare, è il segno dell’impossibilità di rassegnarci a che qualcun altro sia in possesso del talismano. Cosicché possiamo sentenziare che il desiderio è sempre il desiderio dell’altro speculare.
Il soggetto che si sdoppia come significato, non è solo doppio ma multiplo in relazione a tutti i discorsi possibili che avrebbero l’integrale nel discorso dell’Altro. È un’altra definizione possibile di inconscio, ma, allora, un sapere che non si sa di sapere. E, poiché il desiderio è di sapere l’oggetto/significato, anche il sapere è dell’Altro. C’è chi si è spinto a dire che noi riceviamo dall’Altro qualsiasi discorso nostro in forma invertita.
La faccenda diventa evidente in quel particolare sapere che è pensiero onirico, quello dei sogni, un tipico sapere che non si sa di sapere, un enigma.
Tutti i mammiferi, per tempi lunghi come l’orso, prolungati come il gatto o brevi intermittenti come le scimmie antropomorfe, fuggono dagli stimoli che sollecitano il loro sistema nervoso, come dire dal mondo, nel sonno. Si è visto, da qualcuno, in questo un ritorno di tipo haeckeliano (v. LE ORIGINI) un ritorno alla condizione di vita intrauterina. Noi non facciamo eccezione nel fuggire nel sonno né nella maniera di interpretarlo, salvo sapere che una completa estraniazione dagli eventi, dopo che si è nati, è impossibile. Lo intuiamo osservando i segni di fasi REM, rapid eyes movements, gli occhi che si muovono inseguendo qualche immagine sotto le palpebre chiuse.
Sogniamo, e, a differenza degli animali, al risveglio ci chiediamo il significato del sogno che si è impresso nella memoria o, addirittura desidereremmo continuare a sognare l’ultimo sogno interrotto, enigmatico ma emozionante, intriso di godimenti. Anche angosciosi, se non troppo angosciosi. Che dire? Come nel sapere cosciente mettiamo alla prova i significanti nel loro poter significare le immagini, un puzzle da ricomporre in un’unica imago mundi, così nel sogno mettiamo alla prova le immagini tanto mal congegnate con i significanti da non poter rientrare in un’esperienza cosciente e in un discorso. Ma, si vuole che rientrino? Di sicuro non sembra che nel sogno ci sia molto desiderio che ciò avvenga, semmai che rimanga a livello incompiuto, con il prevalere del senso sui significati, a scanso di ritrovarsi di botto alle prese con il daffare diurno o della veglia. Il soggetto, a suo agio tra senso e desiderio, è uno scansafatiche che si gode lo spettacolo senza alcun interesse a misurare lo spazio o il tempo né a risolvere rebus.
D’altra parte, questo esempio di soggettività, è uno spettacolo unico, in cui possiamo non solo essere ognuno, ma anche ogni significato, ogni oggetto in scena, mentre e ognuno e ogni oggetto può essere noi. Avrete provato qualche volta, nel coricarvi, tentare di determinare nelle sue figurazioni un vero sogno, guardiano del sonno, non una fantasticheria ad occhi aperti: impossibile, no? Dell’inconscio, si può dire ciò che un boscaiolo bosniaco mi ha detto dell’orso: se lo cerchi non lo trovi per giorni, ma lui, se vuole, ti trova subito.
L’ETICA
Pare certo che ci sia un qualche savoir vivre negli animali, lo chiamiamo etologia, con l’improprio suffisso da logos, come ci sia stato anche negli ominidi per milioni di anni prima dell’avvento della nostra civilizzazione più o meno progredita ma comunque simbolica. Meno certa appare essere la nostra predisposizione al saper vivere, perché, essendo noi uno zoon politikon, il nostro comportamento dipende da quello altrui, meno facile da prevedere degli eventi atmosferici come la pioggia della nostra metafora.
Saper vivere, cioè, come animali politici, sapere come comportarsi nel miglior modo possibile con gli altri, pensando alle conseguenze a medio/lungo termine, non è sempre e per tutti un assillo, solo dei più previdenti, che sanno come tutto ciò che facciamo ha riscontro in ciò che faranno gli altri ed è esattamente questo che determina il nostro migliore o peggiore vivere.
Nella Storia, oltre alla politica, ci sono state altre agenzie specializzate nel proporre la norma del vivere migliore, la filosofia, il consiglio degli anziani, la religione, gli spot pubblicitari, la sociologia, ai giorni nostri soprattutto la scienza. Tanti si sono affannati e si affannano intorno alla formulazione di detta norma, senza che vi sia accordo su una o sull’altra escogitata. In questa confusione non conviene essere troppo sofistici a rischio di aumentala, conviene cercare un minimo per esclusione, per via di togliere. Annotiamo che la norma si svolge su due assi, la materialità e la spiritualità. Sul primo asse l’etica riguarda il sopravvivere, primum vivere, deinde cogitare, sul secondo l’etica prende il nome di moralità.
Sull’uso in voga nella modernità, che sia la scienza deputata ad escogitare la norma, restiamo in attesa, niente in contrario, a patto che ci sia spazio per una scienza del soggetto, e non serve che vi dica quale, dal mio punto di vista essa sia, essendo inoltre unica possibile come pratica, ricerca e corpo dottrinale.
Non voglio girarci troppo intorno, secondo me la norma del miglior vivere è semplicissima: sta nel riconoscere nel prossimo il soggetto nostro speculare, con tutte le implicazioni buone o cattive, di grandezza o miseria, escatologiche e scatologiche, salvando l’ipotesi che esse siano universali e in gran parte il riflesso di un sapere che non si sa di sapere e per lo più non si vuole sapere, detto inconscio.
Ma, per l’etica, basta dichiarare che si è d’accordo, che, in coscienza, siamo dediti a questo esercizio di riconoscimento? Ovviamente no, data la buona opinione che, di solito, abbiamo di noi stessi e l’ondivaga opinione o i pregiudizi che incombono sul nostro approccio all’altro. A questo proposito è ormai diffuso ed accettato che nel rapportarci a un’altra persona o a un gruppo socialmente coeso di persone, tutti proiettiamo sull’altro qualche nostra qualità o ne introiettiamo qualche altra. Come sapere quando è un caso o l’altro? In generale, con qualche eccezione, per esempio nell’innamoramento e nella santità, quando vediamo negli altri aspetti sgradevoli, stiamo proiettando, se ne vediamo di pregevoli, stiamo introiettando.
Come mettere alla prova che siamo disposti, per il bene nostro e di tutti, a tentare di attenerci a questa norma non facilissima del riconoscimento del soggetto? Anche questa risposta è semplice: in pratica, appena possibile, nel dialogo più esteso possibile nelle contingenze degli incontri umani. Forse l’unica pratica umana che può e deve avere carattere di pervicacia.
In questo capitolo, il più breve, sono stato sbrigativo perché l’argomento lo consente: tra i suoi aspetti, l’etica ha anche quello di non dover sottilizzare troppo, giacché comporta una accettazione più che uno sforzo.
LA SCIENZA
È curioso: nei suoi esordi, per quanto possiamo saperne, la scienza intesa come indagine su come sono fatte le cose del mondo, come funzionino, addirittura su cos’è il mondo, è nata elettivamente esoterica, volutamente riservata a pochi e, salvo brevi periodi, tentativi benemeriti di divulgazione e petizioni di principio (di cui la Storia, in ogni campo è piena), sembra rimasta in pratica esoterica ancora ai giorni nostri, pur essendo, per paradosso, diventata entro la cerchia variamente composta dei suoi addetti, l’istituzione umana elettivamente più democratica che esista.
Il sapere scientifico si è affrancato lentamente e per gradi da pratiche e metodi come l’arte, la magia, la meccanica, parallelamente all’adozione di un metodo tutto suo e diventato canonico con una rinuncia, di principio, a detti paradigmi del sapere. Nulla vale se non è verificabile/verificato. Non è in questo scritto che mi avventurerò a definire il metodo scientifico nelle sue pieghe logiche, nelle implicazioni antropologiche, tecnologiche, sociali, economiche e politiche, anche se, come detto nel capitolo precedente, molti si attendono dalla scienza proposte intorno a una norma del miglior vivere. Per restare nel tema, mi limiterò ad esaminarne il senso euristico, in quanto volontà e possibilità di sapere per come se ne parla nella modernità e oggigiorno.
Comincio con l’osservare che un vanto dà colore soggettivo al metodo scientifico, quello, forse un altro paradosso, di dovere e riuscire a mantenersi assolutamente oggettivo.
Se non voglio smentirmi o contraddirmi, devo ricordare, in base a tutto l’assunto dei capitoli precedenti, che il sapere oggettivo è quello del “quanto basta” per uno scopo specifico, un sapere che, apparentemente, abbiamo in comune con gli animali (e con i computer, ma è un’altra storia, già dibattuta tra noi), salvo lo strumento ideale della misurazione secondo unità convenzionali e la possibilità di accumulare conoscenza con parole e scritti.
Eppure, sembra che dalla scienza noi ci attendiamo ben altro, quello che non basta mai e non è misurabile, quella che, malgrado tutti i tentativi di oggettivarla, rimane soggettiva: la verità. Che non è la certezza, qualsiasi soddisfacente risposta a un dubbio contingente, ma la risposta che vorremmo definitiva all’eterno dubbio esistenziale sul mondo e soprattutto su di noi: la Verità come rimedio alla mancanza.
Se c’è un rimprovero che possiamo rivolgere alla scienza è di continuare ad illuderci in questo senso, com’era in uso ai tempi della philosophia naturalis, quando scienza ed ontologia erano quasi sinonimi nello stesso impegno di rispondere alla domanda di cosa sia una cosa.
Oggi non è più così, e non da ieri: già Newton non si poneva questa domanda, chiedendosi piuttosto come e perché le cose funzionassero in una maniera invece che in un’altra con una precisione che solo una legge superiore ed ineluttabile poteva garantire. In seguito, gli scienziati si sono convinti che l’ontologia non era adatta a loro e che tutto quello che cercavano, che dovevano limitarsi a cercare con il metodo esclusivo della misurazione, erano, a loro volta, misure, funzioni ed equazioni modellistiche del comportamento, in date condizioni, di qualcosa che non si sa cos’è e non importa cosa sia.
La cui esistenza (oggettiva), In fondo, è solo ex post, cioè purché abbia risposto a dovere, secondo ipotesi, alla chiamata di certe unità: unità di misura, costanti, variabili scrivibili nei calcoli come simboli privi di qualità. Basta che funzioni. Sempre in base al vecchio caro principium individuationis, in sostanza, all’1 che non è 0 né2.
In questo sviluppo della scienza acquistò sempre maggiore importanza la matematica e la fisica, ma non sempre gli scienziati hanno coscienza dell’”ideologia” il cui nome, “riduzionismo”, si può leggere sul “rovescio” dei successi esplicativi (di regolarità eventuali verificate) e predittivi (sperimentali) di come funziona il mondo degli oggetti. Successi esplicativi che passano attraverso la scelta anti-olistica di ridurre gli oggetti alle loro componenti sempre più piccole e numerose. (Per inciso, è forse il momento di spiegare questo concetto topologico di rovescio, che si rivela spesso più euristico, cioè “utile per sapere”, del concetto di opposto: una cosa può esistere come oggetto anche senza il suo opposto dialettico, ma il rovescio è ciò senza cui non può esistere).
Si è capito, per esempio, che le trasformazioni biologiche potevano avere spiegazione in modelli di chimica cellulare, che le reazioni e combinazioni chimiche potevano avere spiegazione in modelli atomici, che i modelli atomici potevano avere spiegazione in modelli di forze in grado di condizionare particelle di là dell’avere esse qualche qualità materiale o energetica. Lo si è capito con ricerche sempre più pure, fino alla perdita di importanza delle ipotesi, come predicava Newton (hypothesis non fingo), in favore di un procedere, paradossalmente “primitivo” di trials and errors. Con questo “nuovo” metodo, mentre Newton le ipotesi se le rappresentava eccome, si va a disturbare il mondo micro di dette particelle e si vede l’effetto che fa, scoprendo un sacco di cose, dopo aver appurato che anche il cosmo, il mondo che sovrasta il nostro, umano e macro per definizione, risponde anch’esso ai modelli micro.
Gli scienziati non si preoccupano del fatto che le loro scoperte da scientifiche diventeranno, una volta date in pasto ad ingegneri fantasiosi, tecnologiche, ma soprattutto non si preoccupano se l’immaginario umano collettivo vede in una linea progressiva di scoperte, la via verso la Verità. Cosa che essi sanno non essere vera. Se non altro da quando hanno ammesso di misurare esclusivamente probabilità.
Naturalmente, non c’è nessuna verità assoluta quando si vede che la traiettoria anomala di una particella muta la proteina di un gene così da farsi un nome in fisica, se non per altro per due ragioni strettamente annodate: perché quella traiettoria e quella particella possono essere una stessa cosa senza essere una o l’altra, e perché l’evento micro è di un campo di forze meno definito, non isolabile come un uno nei suoi limiti. A meno di non immaginare, e sarebbe comodo, l’universo come un uno, non solo, un Uno che sa qualcosa e che, a saperci fare, ce lo dirà. Presto succederà che, anche tra la gente comune, si diffonderà l’idea che noi e il mondo non siamo altro che onde o nubi di probabilità quantistiche. Che, nell’immaginario ontologico (soprattutto mio), sarebbero continue, quantunque indagate e definite necessariamente in via discreta, matematicamente.
Quando abbiamo cominciato a sapere, mi riferisco alla prima parte del capitolo LE ORIGINI, c’è stata una separazione nell’indistinto, ma anche una successiva alienazione di ritorno in un due, corpo materno et infante, prototipo delle individuazioni per cui l’uno non è l’altro, senza che altro si conosca. Ma questo non significa il monolitismo di un corpo senza organi, che, per un giro logico vizioso sarebbe prima di ogni nostro sapere, cioè sarebbe una immagine metafisica. Dopo aver scoperto il due, non si torna indietro, la Verità si è persa dietro di noi, lost in translation; al massimo può erigersi nuovamente di fronte a noi come un due fatto di moltissimi scindibili uni, il fantasma riduzionista della scienza. Quello che rimane della verità è quel meschino oggetto “a” minuscolo (capitolo IL SOGGETTO), forse qualche residuo corporeo, qualcosa che abbiamo perduto e che sogniamo di conoscere a tutti i costi, senza sapere che senza quel rimasuglio misconosciuto, qualora rientrasse in nostro possesso, nulla potremmo sapere.
Ma credo di dover chiarire che non sto predicando che la scienza non abbia nulla di che conoscere circa la verità, ci mancherebbe! Soprattutto se, giudiziosamente, mettiamo verità al plurale.
Tuttavia, non possiamo far finta che la verità non sia un valore che risponde essenzialmente alla incertezza originaria sempre presente nella vita umana, come riscontrabile nella sua fenomenologia. E, d’altra parte, che nella Storia la ricerca della verità ha animato, su un piano spirituale, non solo i filosofi della natura, ma anche gli slanci delle mistiche e dei visionari che sembrano aver cambiato di tanto in tanto la Storia stessa, ma che ha animato del pari e, dopo tutto, ancora anima le trovate dei mistagoghi e degli sciamani.
Tale ricerca impone a tutta una cultura la preminenza della verità nelle sue scelte e ha creato principi etici e una moralità che è oggi per la scienza una condizione riconosciuta di esistenza. È quanto dicevo a proposito della democrazia nella sua cerchia. Ma la verità nel suo valore antropologico resta estranea all’ordine della scienza. La scienza può onorarsi e si onora di allearsi con la verità, può dirsi animata dalla verità, come possiamo dirci tutti, ponendola come suo valore e come suo oggetto di ricerca nel suo fenomeno transitorio ed apparentemente progressivo, tenendo conto del fatto etico che il suo significato più condiviso è di opporsi alla menzogna (anche se io sono propenso a pensare che spesso ne sia il rovescio inconscio). Ma, per nessuna ragione la scienza può identificare un paradigma Verità per farne un senso del suo fine scientifico ovvero di giustificazione della sua esistenza.
Ho scritto questo che potrebbe essere un riassunto di un libro che sto tentando di scrivere e che tratta specificamente della differenza tra senso e significato nel sapere. Non so se vedrà la luce, perciò vi invio questa sinossi.
Il tema che mi propongo, non solo la fenomenologia, ma perfino l’ontologia del sapere, non può non lambire la lezione di Frege e altri logici o, ancor di più, per la mia formazione, di Freud, ma mi cimento nel tentativo di dire qualcosa di persuasivo modestamente per conto mio, aggirando il più possibile il suo pensiero: potete notare anche come non abbia mai menzionato Lacan.
Giulio sarebbe, se leggesse, scontento per il taglio che, per essere fenomenologico, gli risulterebbe materialistico, ma qui ho trattato anche di ontologia del sapere, il che presuppone l’informazione come messa al lavoro di segni, significanti, senso e significati, faccende che credo possano essere tutto, meno che materia (o energia).
Livio sarebbe scontento per il fatto che ho liquidato frettolosamente e perciò forse un po’ cripticamente il discorso della scienza, ma, sinceramente ero un po’ stanco. Sono le due del mattino, invierò più tardi in mattinata.
